Due signore s’incontrano su un ponte. Siamo a settembre, primo pomeriggio, la fame si fa sentire. Una delle donne è in lutto, ed è addolorata per il matrimonio agli sgoccioli. L’altra è felice, ha festeggiato il compleanno al mare, è abbronzata e si sente persino più giovane. Ma allora perché la bambina della trattoria la tratta male…?

 

 

PRANZO DETERIORATO

Racconto

di

Lina Maria Pons

 

   Le due donne s’incontrarono sul lato di un ponte. Settembre, primo pomeriggio, la fame e che si fa sentire. Una delle donne è in lutto per la morte del padre, ed è addolorata perché il matrimonio è agli sgoccioli. Ha capelli chiari e occhi grandi. L’altra è felice: ha festeggiato il compleanno al mare, è abbronzata e si sente persino più giovane. Ha i capelli scuri ed è scura di viso. Perché allora la bambina della trattoria la tratta male? Non è solo maleducazione, dev’esserci un rancore profondo.

Le due signore si sono incontrate sul lato di un ponte e si sono abbracciate. È un giorno assolato di settembre, le due passate. Hanno entrambe fame.

Una, cresciuta vicina a quel ponte, è in lutto per il padre che ha perso da qualche settimana, ed è anche addolorata per il matrimonio che sta per spegnersi. È una donna minuta con i capelli chiari e gli occhi grandi.

L’altra è di capelli scuri, ed è scura anche di viso. È più alta rispetto alla sua amica, e in quei giorni è anche più felice. Ha appena compiuto gli anni al mare, è molto abbronzata e si sente ringiovanita. Ci teneva a incontrare la sua amica che era in mezzo alla separazione, che aveva appena sepolto, per di più, il genitore.

  La signora in lutto aveva lasciato la città qualche anno prima per un’altra capitale poco distante, con due figli piccoli ma senza il marito, che doveva rimanere per il suo lavoro e con cui le cose, all’epoca, andavano comunque bene. Voleva cambiare aria; la sua malmessa città natale le pesava parecchio. Era tornata per il funerale.

  Anche l’altra era rientrata di recente in città, non per affrontare una perdita ma per godersi un anno tanto atteso con la sua famiglia. Conosceva già la città, la ispirava. L’aveva scoperta da adulta e l’aveva scelta tra tutte le città del mondo per crearsi un rifugio.

  Sei anni prima, le signore vivevano entrambe in quella città, per cui andavano spesso a mangiare in questa o quella trattoria e a fare lunghe, belle chiacchierate.

  La signora in lutto ha prenotato, oggi, in una trattoria a cui è molto affezionata, una delle poche, ha detto, che resistono testardamente, meravigliosamente, allo scorrere del tempo.

  «Così ti faccio conoscere un posto nuovo», ha aggiunto. «Tanto ormai la mia città è anche tua».

  Sono passate sotto il palazzo elegante dove abitavano, durante la gran parte dell’anno, i genitori della signora in lutto. «Strano pensare che lui non ci tornerà mai più», ha detto lei, riferendosi al padre, un giornalista che parlava cinque lingue e girava, una volta per il mondo. D’estate i suoi genitori si spostavano in montagna, al fresco, e il padre, ormai ultranovantenne, era morto nello stesso letto di montagna in cui era nato. La casa in città era sempre disabitata d’estate, ma ora era vuota in modo diverso.

  La signora in lutto raccontava di essere entrata in fretta a ricuperare un paio di cose che le servivano, di essersi trovata circondata dai quadri, libri e altri oggetti che appartenevano al padre, e di essere stata naturalmente turbata.

  La trattoria si trova su una stradina senza marciapiede in una zona labirintica e sempre affollata. La stessa zona dove, sei anni prima, l’altra era sbarcata con la sua famiglia da un paese oltreoceano. Avevano affittato una casa per qualche mese sulla stessa strada dove era cresciuta la signora in lutto. Alle signore piaceva questa coincidenza, questo luogo in comune sebbene vissuto in tempi diversi, in circostanze assai diverse.

  Si sono fermate davanti alla trattoria. In realtà l’hanno quasi superata, visto che la facciata ha un’aria discreta, quasi anonima. Non assomiglia alle altre trattorie lì vicino, invase di turisti. Non assomiglia per esempio alla trattoria pochi passi più avanti, che aveva accolto con tanto calore l’altra signora e la sua famiglia sei anni prima, quando erano storditi, soli, scombussolati.

  Quella trattoria mostrava bottiglie di vino in vetrina e fuori aveva ombrelloni bianchi ma sbrindellati. Ci si sedeva su sedie traballanti di plastica, sulla piazza che inclinava, accanto al muro screpolato, e a volte dopo il pasto i due fratelli che gestivano il locale appoggiavano una grande bottiglia di Averna sul tavolo.

  La trattoria discreta ha un aspetto un po’ particolare, con due porte di vetro che appartengono a due palazzi diversi, uno attaccato all’altro. Uno ha delle mattonelle, mentre la facciata dell’altro, liscia, è dipinta in grandi blocchi di rosa e arancione tenue. Una delle due porte, chiusa, fiancheggia l’ingresso mentre l’altra funge da finestra. Entrambe sono di vetro smerigliato in modo da tenere fuori gli sguardi dei passanti. Per entrare bisogna suonare, e siccome l’ingresso è di sbieco rispetto alla strada si vede a malapena uno scorcio dell’interno.

  Una volta entrate, la signora in lutto ha salutato la padrona, una donna robusta con occhiali sottili e i capelli bianchi e corti. Ha poi riconosciuto e salutato un signore nell’angolo che mangiava con un bambino di circa sei anni. Dal loro scambio caloroso l’altra signora ha capito che era un amico storico di quella in lutto, cresciuto come lei a due passi dalla trattoria. «Scusa se ti do le spalle», gli ha detto.

  «Allora mi metto qui», ha proposto l’altra, e hanno appoggiato le loro borse sulla sedia di mezzo.

  La trattoria ha una forma a L. le pareti bianche, la modanatura nera e la zoccolatura pallida di marmo richiamano alla mente l’aspetto spoglio e paradossalmente immacolato di una macelleria. La signora in lutto è rivolta all’amico storico nell’angolo, l’altra verso un tavolo di uomini ben vestiti che probabilmente lavorano nello stesso ufficio. Impossibile vedere cosa c’è dietro l’angolo.

  Sul tavolo, un menù dentro una busta trasparente: un foglio bianco con le pietanze battute con la macchina per scrivere. È restato però sul tavolo, nessuna delle due signore l’ha guardato.

  La padrona, anche cuoca e persino cameriera, ha detto che cosa c’era da mangiare. Ha le braccia spesse e porta, sopra una camicia bianca di cotone a maniche corte, il grembiule. La signora in lutto ha subito scelto una verdura per iniziare e un primo per dopo.

  «E cosa portiamo intanto alla moretta?», ha chiesto la padrona in maniera sbrigativa, senza rivolgere la parola direttamente all’altra.

  Dopo qualche secondo ha risposto: «Prendo lo stesso», avvertendo una sensazione fastidiosa, simile alle gambe leggerissime ma affilate di un insetto appoggiatosi brevemente, minaccioso, sulla mano.

  «Qui si dice così, si dice a chiunque abbia i capelli scuri», ha mormorato la signora in lutto, avendo notato che la sua amica si era leggermente sconfortata.

  L’altra invece, che ci teneva sempre a consolare la signora in lutto, ha notato quanto la sua amica fosse dimagrita. Ora che sono seduta vede quanto è stremata.

  «Riesci a dormire?».

  «Poco».

  «Mangiare?».

  «Mi sa che devo».

  Proprio in quel momento la padrona ha portato dell’acqua e un cestino con due pezzi di pane.

  Poi sono arrivate foglie lesse di un verde cupo ma vivace.

  «Tieni», ha detto alla signora in lutto. All’altra invece: «E lo stesso per la bella signora».

  Il nuovo epiteto, pronunciato in modo obliquo, con quel tono aspro, l’ha urtata lo stesso.

  «Come stanno i ragazzi in tutto questo?», ha chiesto l’altra a quella in lutto. Entrambe hanno figli, un maschio e una femmina.

  «Ormai hanno capito. Li ho lasciati con mia mamma in montagna. Ti faccio vedere». E anche l’altra ha tirato fuori dalla sua borsa il suo cellulare.

  «Tua figlia è uguale a te», ha osservato la signora in lutto.

  «La tua invece assomiglia molto al padre», ha risposto l’altra.

  La signora in lutto ha detto di aver già parlato con un avvocato. Siccome abitava ormai in un altro paese, con i suoi figli, la situazione era piuttosto complicata.

   Si è interrotta per salutare l’amico storico, che aveva finiti il pranzo.

  «Hai visto qui come si mangia bene?», ha detto al bambino. «Pensa che venivo anch’io alla tua età. Come te, a pranzo, con mio padre».

  Il bambino, timido, la guarda con occhi sgranati senza rispondere.

   A quel punto è ricomparsa la padrona con il primo. «Parli troppo che non hai ancora finito la verdura», ha detto rimproverando con tenerezza la signora in lutto. Stavolta nessun epiteto per riconoscere l’altra.

  Il primo piatto era molto caldo. Era blando ma buono. Mentre mangiavano è squillato il cellulare della signora in lutto.

  «Sono a pranzo con una mia amica», ha detto, e poi ha chiesto alla persona con cui parlava di passare dalla trattoria. Ha spiegato alla sua amica che era un vicino di casa dei suoi genitori e che doveva consegnarle la posta accumulata a casa loro, compresi tanti telegrammi per la scomparsa del padre.

    Qualche minuto dopo è arrivato il vicino di casa con una busta di carta nera.

  Ha baciato la signora in lutto e ha stretto con veemenza la mano dell’altra.

  «Siediti», ha detto la signora in lutto. «Prendi un caffè?»

  «No grazie. Ecco la posta».

  Hanno parlato del padre, e la signora in lutto ha sintetizzato gli ultimi giorni, i suoi desideri dal capezzale, il funerale. «Era esattamente come lui lo avrebbe voluto», ha detto malinconicamente, senza però piangere.

  «È stato un signore eccezionale», ha detto il vicino di casa. «Ho sempre ammirato la sua vocazione per i viaggi, per il diverso. Ci mancherà». Poi ha salutato le signore ed è andato via. Anche gli uomini al tavolo di fronte si sono alzati per andarsene. Alcuni hanno guardato l’altra signora con una certa curiosità.

  «E tu, emozionata di essere rientrata in questa città?». Ha chiesto la signora in lutto.

  «Ritrovarla è per me un piacere nuovo», ha risposto l’altra. Poi ha aggiunto: «Resta l’unico posto in cui mi sento veramente a casa».

  Qualcuno aveva spento qualche luce, per cui l’interno era diventato più buio, come se stesse per arrivare un temporale.

  «Andiamo?», ha proposto la signora in lutto.

  «Andiamo».

  «Vado un attimo in bagno».

  «Bene, poi ti seguo».

  Da sola al tavolo, l’altra signora ha studiato la tovaglia, l’insegna della trattoria, il menù trascurato. Si è chiesta se il posto sarebbe piaciuto alla sua famiglia. Ma poi si è anche chiesta se la padrona avrebbe chiamato sua figlia, che le assomigliava, «la moretta». Pensava in ogni caso che era bello vivere in una città che, pur essendo conosciuta, era piena di segreti e scoperte che si illuminavano per caso, lentamente.

  «Qui è come se fosse casa loro», ha detto la signora in lutto quando è tornata, con aria divertita.

  L’altra era andata a cercare il bagno. Girando l’angolo; si è accorta che oltre la padrona c’era un’altra donna un po’ più giovane alla cassa, con i capelli – sembravano tinti– neri, e anche una bambina di sei o sette anni, fin lì silenziosa. Le due donne erano forse sorelle, e la bambina nipote di una di loro. Badavano con una certa svogliatezza alla bambina, che sembrava girare a vuoto in uno spazio angusto.

  «È qui il bagno?», l’altra ha chiesto, riferendosi a una porta su cui non c’era scritto nulla.

  La donna più giovane ha risposto, secca, di sì.

  Nel bagno l’altra rifletteva sull’osservazione della sua amica. Un tipico bagno da trattoria. Eppure si è sentita a disagio lì dentro, di intralcio.

  All’uscita, ha trovato la bambina seduta a terra con le gambe spalancate. Così non poteva passare. Ha aspettato qualche secondo che la bambina si spostasse. Invece è rimasta immobile. La padrona e la donna alla cassa non hanno detto alla bambina di levarsi, non le hanno detto nulla. Quindi la signora ha chiesto, alla bambina: «Posso?».

  La bambina non ha risposto né reagito, come se l’altra non ci fosse. A quel punto l’altra ha cautamente scavalcato la gamba nuda della bambina per tornare al tavolo.

  Appena al di là della piccola barriera di carne e ossa, ha sentito la bambina bisbigliare qualcosa di lamentoso senza capire esattamente quello che diceva. Ha capito poi dalla risposta della padrona «Sei tu che ti devi spostare per lei». Ha detto questo però sempre con quel tono obliquo, trattenuto, per cui l’altra si è sentita di nuovo di intralcio.

  «Dobbiamo chiedere il conto», ha detto la signora in lutto alla sua amica. Hanno lasciato il tavolo e sono andate a pagarlo. C’era sempre la bambina con le gambe tese, spalancate.

  Quando è arrivata la signora in lutto, ha aggiustato una gamba per farla passare.

  Ma quando è arrivata l’altra, l’ha bloccata nuovamente.

  Poi ha detto, alle due donne che sembravano sorelle, indicando la signora in lutto che stava davanti: «Lei è più bella».

  Nessuno ha risposto.

  La bambina ha ripetuto, enfatica: «Lei è più bella dell’altra».

  La padrona ha detto pacata: «Tutte le donne sono belle, e tu sei mocciosa».

  «Ma lei è più bella», la bambina ha insistito, nervosa. «L’altra non mi piace».

  «Hai ragione, la mia amica è molto bella», ha detto l’altra, pur sentendosi amareggiata. Poi ha aggiunto, cercando di scherzare con la bambina e di spezzare l’atmosfera sempre più rigida: «E come mai non ti piaccio? Qual è il problema?»

  Ma la bambina, come la padrona, si è rifiutata di parlarle direttamente, così come si è rifiutata di spostare le gambe. Invece ha dichiarato, alla padrona e alla donna che gestiva la cassa: «L’altra non mi piace, è brutta, bruttissima».

   E così ha sigillato l’unico spiraglio attraverso il quale l’altra poteva entrare in confidenza con quella bambina.

  La signora in lutto, che aveva la bambina dietro le spalle, non le dava retta. Era assorta nel conto. La padrona e la donna alla cassa erano sempre mute. Nessuno ha detto alla bambina di stare zitta o di chiedere scusa.

  La signora in lutto ha fatto vedere il conto all’altra, la quale, attonita, ha tirato fuori quasi meccanicamente il portafoglio, i soldi. Era una cifra dispari, anche il resto era dispari, per cui la signora in lutto ha pagato un po’ meno, l’altra un po’ di più.

  «Ti devo cinque», ha detto la signora in lutto.

  «Tranquilla, sarà per la prossima», ha risposto l’altra.

  La bambina continuava a dire che la signora in lutto era bella e che l’altra era brutta. Era diventato un suo ritornello sciocco, sincero, sinistro, finché la donna alla cassa non ha detto bruscamente: «Ora alzati, su, che ti porto dalla mamma».

  «Grazie, arrivederci», ha detto la signora in lutto, dopodiché le due signore sono uscite.

  «Mi spieghi che cos’è accaduto?», ha chiesto l’altra una volta in strada. Sudava, ma non per via del caldo.

  «Lascia stare, è una bambina maleducata».

  «Ma non solo, era piena di rancore».

  «Non so dirti. Mi dispiace».

  Hanno attraversato il ponte insieme, interrogandosi perplesse sulla vicenda, sulla convinzione impunita della bambina, sul silenzio intransigente delle donne. Dall’altra parte del ponte si sono abbracciate e si sono separate, senza però la leggerezza che chiudeva, una volta, i loro incontri.

  Dopo qualche minuto la signora appena aggredita è arrivata in una piazza sgombra dove si è messa su una panchina sporca e bollente. Il cibo nello stomaco era diventato un peso duro e le veniva quasi da vomitare. Sentendosi non soltanto brutta ma anche respinta dalla città, umiliata, in preda a una tristezza che non sapeva arginare, è scoppiata a piangere.

  La signora in lutto invece è tornata dall’altra parte del fiume, dove si è messa su un’altra panchina all’ombra a setacciare la posta dei genitori, a leggere qualche cartolina indirizzata al padre defunto, e a consolarsi delle condoglianze spedite, dai loro cari, da vicino e da lontano.

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