Dalla corazzata Maine alla fialetta di Colin Powell: come le grandi potenze costruiscono il consenso prima ancora di combattere.

Il 3 luglio 1898 le navi statunitensi distrussero la flotta spagnola dell’ammiraglio Cervera a Santiago de Cuba. Frederic Remington. Vedi nota (1)

«Prima della guerra viene il racconto»

Perché le guerre moderne hanno bisogno di un nemico, di un racconto e di una nazione pronta a credervi

Redazione Inchiostronero

Introduzione

Nessun impero si presenta davanti ai propri cittadini dichiarando di voler espandere il proprio potere. Ogni guerra moderna ha bisogno di una giustificazione morale. Il nemico deve apparire aggressore, la minaccia deve sembrare imminente, l’intervento deve assumere i contorni della necessità. Da oltre un secolo la storia americana sembra ruotare attorno a questa costante: la guerra non viene annunciata come una scelta, ma come una risposta.

Inventare il nemico

Nessuna guerra nasce davvero nel momento in cui viene sparato il primo colpo. Quando i cannoni iniziano a tuonare, una parte decisiva della battaglia è già stata combattuta: quella per il consenso.

I governi possono possedere eserciti potenti, flotte imponenti e risorse economiche immense, ma nelle società moderne tutto questo non basta. Occorre persuadere i cittadini che la guerra sia necessaria, inevitabile, perfino moralmente doverosa. Per riuscirci serve un nemico. Non soltanto un avversario geopolitico, ma una minaccia percepita come concreta, vicina, urgente.

La storia insegna che le nazioni raramente combattono dichiarando apertamente di voler estendere la propria influenza. Più spesso affermano di difendersi, di proteggere la sicurezza nazionale, di prevenire un pericolo imminente. La guerra viene presentata come risposta, mai come iniziativa; come necessità, mai come scelta.

In questo processo il nemico non è soltanto una realtà politica o militare. Diventa una costruzione narrativa capace di orientare emozioni, paure e convinzioni collettive. È il volto su cui concentrare l’angoscia pubblica, il nome che permette di semplificare la complessità, il bersaglio attorno al quale una nazione viene chiamata a riconoscersi.

Da qui prende avvio anche il caso cubano: non semplicemente come crisi coloniale tra Spagna, Cuba e Stati Uniti, ma come laboratorio moderno della guerra raccontata prima ancora che combattuta.

La fabbrica delle minacce

Se per entrare in guerra occorre convincere una popolazione della necessità del conflitto, diventa inevitabile chiedersi chi costruisca questo consenso e attraverso quali strumenti. La risposta conduce a uno degli aspetti più influenti della modernità: il potere dell’informazione.

Alla fine del XIX secolo gli Stati Uniti stavano emergendo come grande potenza industriale e commerciale. In quegli stessi anni la stampa viveva una trasformazione radicale. La concorrenza tra i grandi quotidiani spingeva gli editori a cercare titoli sempre più sensazionali, immagini più forti e racconti capaci di catturare l’attenzione di milioni di lettori. Fu in questo contesto che si affermò William Randolph Hearst, destinato a diventare il simbolo di un giornalismo aggressivo e spettacolare.

La celebre frase attribuita a Hearst – «Tu manda le immagini e alla guerra ci penso io» – probabilmente non fu mai pronunciata. Gli storici ritengono che il famoso telegramma inviato al corrispondente Frederic Remington appartenga più al mito che alla realtà documentata. Eppure la sua persistenza nell’immaginario collettivo è significativa. Quella frase continua a essere citata perché esprime una convinzione diffusa: la percezione che i mezzi di comunicazione possano contribuire a orientare l’opinione pubblica fino a rendere accettabile una guerra.

La leggenda del telegramma di Hearst continua infatti a esercitare fascino perché sembra anticipare un tema destinato ad attraversare tutto il Novecento e il XXI secolo: il rapporto tra informazione, propaganda e decisione politica. Anche quando il celebre scambio tra Hearst e Remington si rivela probabilmente apocrifo, resta il fatto che il consenso alle guerre è spesso passato attraverso la costruzione di una narrazione capace di convincere l’opinione pubblica della necessità dell’intervento.

Prima ancora che i governi mobilitino gli eserciti, qualcuno deve raccontare una storia. È in quella storia che nasce la minaccia. Ed è da quella minaccia che prende forma il consenso.

Una nuova era

La guerra segnò l’ingresso della giovane repubblica statunitense tra le potenze mondiali e al contempo sancì l’uscita di scena della Spagna, che perse anche gli ultimi domini del suo impero un tempo sconfinato. Ma rappresentò anche l’inizio di una nuova era del giornalismo: per quanto irresponsabili fossero a volte le cronache del conflitto, era la prima volta che negli Stati Uniti veniva data ampia copertura alle notizie straniere. Cuba aveva iniziato la lotta per l’indipendenza dalla Spagna a metà del XIX secolo con un’insurrezione generale tra il 1868 e il 1878. A questa era seguita una seconda rivolta nel 1879. La fase finale del conflitto prese avvio nel 1895, ma i primi tentativi dei ribelli furono brutalmente repressi.

Prima pagina del “New York Journal” del 25 aprile 1898, che annuncia la dichiarazione di guerra contro la Spagna

Il generale Valeriano Weyler (la più alta autorità militare e politica dell’isola) confinò gli insorti e i loro presunti simpatizzanti in condizioni terribili, al punto che alcune fonti gli riconoscono il triste merito di essere il creatore dei campi di concentramento per civili. Il duro trattamento riservato dal governo spagnolo ai cubani toccò profondamente il cuore degli statunitensi. Aiutare la popolazione caraibica nella sua lotta per l’indipendenza era visto come un modo per riaffermare le virtù della loro stessa rivoluzione.

La ribellione mise in pericolo i legami commerciali e gli investimenti statunitensi a Cuba, ma a motivare l’entrata in guerra furono ragioni più importanti. Alla fine del XIX secolo gli USA avevano ultimato la loro espansione interna verso la frontiera occidentale. Una dimostrazione di forza sulla scena internazionale avrebbe aperto i mercati esteri ai prodotti statunitensi, consolidando il ciclo espansivo dell’economia e rivitalizzando l’idea che il Paese fosse destinato a dominare a livello globale. Non fu la stampa a generare questi impulsi, ma i giornali seppero giocare con essi e ampliarli. L’aneddoto di Creelman da un lato riflette l’atteggiamento bellicista dei mass media e dall’altro rivela, per il fatto di essere falso, la facilità con cui gli inviati dei giornali adattavano la realtà ai propri interessi.

Prima della guerra viene il racconto

Le guerre vengono combattute con eserciti, flotte e armamenti, ma prima ancora vengono combattute con le parole. Ogni conflitto ha bisogno di una narrazione capace di trasformare eventi complessi in una storia comprensibile, nella quale esistano vittime, aggressori e una soluzione apparentemente inevitabile.

Fu esattamente ciò che accadde alla vigilia della guerra ispano-americana del 1898. Da anni Cuba era attraversata da rivolte indipendentiste contro il dominio spagnolo. La situazione era intricata: interessi economici, tensioni coloniali, aspirazioni nazionali e strategie geopolitiche si intrecciavano in un quadro difficile da riassumere. Eppure, agli occhi di gran parte dell’opinione pubblica americana, la vicenda finì per assumere contorni molto più semplici. Da una parte vi era la Spagna, dipinta come una potenza decadente e brutale; dall’altra il popolo cubano oppresso, bisognoso di aiuto e protezione.

L’evento decisivo fu l’esplosione della corazzata americana Maine, avvenuta il 15 febbraio 1898 nel porto dell’Avana. Morirono oltre duecento marinai. Le cause dell’esplosione non furono mai accertate con assoluta certezza, ma una parte della stampa e della classe politica americana individuò immediatamente nella Spagna la responsabile morale dell’accaduto. Lo slogan «Remember the Maine!» si diffuse rapidamente in tutto il Paese, trasformando una tragedia ancora oscura in una potente richiesta di intervento.

A distanza di oltre un secolo, ciò che colpisce non è soltanto l’episodio in sé, ma la velocità con cui il racconto prese il sopravvento sull’incertezza dei fatti. La domanda non era più cosa fosse realmente accaduto nel porto dell’Avana, ma quale risposta dovesse dare l’America a quella che ormai veniva percepita come un’offesa nazionale.

È una dinamica destinata a ripresentarsi più volte nella storia contemporanea. Prima che la guerra diventi una realtà, deve diventare una storia condivisa. E una volta che quella storia si radica nell’immaginario collettivo, la strada verso il conflitto appare spesso molto più breve.

Come nasce una guerra democratica

Le democrazie moderne si trovano di fronte a un problema che gli antichi imperi conoscevano in misura assai minore: devono convincere i propri cittadini. Un sovrano assoluto poteva decidere una campagna militare appellandosi alla propria autorità. Un governo democratico, invece, ha bisogno del sostegno dell’opinione pubblica, del consenso politico e, spesso, dell’approvazione delle istituzioni rappresentative.

È per questo motivo che la costruzione della minaccia assume un ruolo centrale. Una guerra presentata come scelta rischia di apparire discutibile; una guerra presentata come risposta a un’aggressione, a una provocazione o a un pericolo imminente diventa invece più facilmente accettabile. Non si tratta soltanto di ottenere l’appoggio dei cittadini, ma di conferire al conflitto una legittimità morale.

La storia degli Stati Uniti offre numerosi esempi di questo meccanismo. Dalla guerra contro la Spagna nel 1898 all’intervento in Vietnam, fino alle campagne militari del XXI secolo, il linguaggio della difesa, della sicurezza e della protezione degli interessi nazionali ha spesso accompagnato le decisioni di politica estera. La guerra non viene descritta come un mezzo per acquisire influenza, ma come una necessità imposta dalle circostanze.

Naturalmente ciò non significa che le minacce siano sempre immaginarie o costruite artificialmente. Le nazioni affrontano realmente pericoli, avversari e conflitti. Tuttavia, tra l’esistenza di una minaccia e la percezione collettiva di quella minaccia esiste uno spazio decisivo: quello occupato dalla politica, dai mezzi di comunicazione e dalla narrazione pubblica.

In una democrazia la forza militare da sola non basta. Occorre costruire una cornice interpretativa che permetta ai cittadini di comprendere gli eventi e di accettarne le conseguenze. Per questo motivo la guerra moderna non nasce soltanto nelle stanze dei governi o nei comandi militari. Nasce anche nei giornali, nei discorsi pubblici, nelle immagini e nelle parole che trasformano una crisi internazionale in una causa nazionale.

È in quel passaggio, spesso invisibile ma fondamentale, che una minaccia si trasforma in consenso e il consenso apre la strada alle armi.

Il consenso delle armi

Se il caso della corazzata Maine mostra il ruolo della stampa nella costruzione del consenso e il Golfo del Tonchino evidenzia l’importanza della narrazione politica, la guerra in Iraq del 2003 rappresenta uno degli esempi più significativi dell’età contemporanea. Non perché sia l’unico caso controverso della storia moderna, ma perché si svolse sotto gli occhi di un’opinione pubblica globale, in un’epoca dominata dalla televisione e dall’informazione in tempo reale.

Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti vivevano un clima di profonda insicurezza. La minaccia terroristica appariva concreta e il tema della sicurezza nazionale occupava il centro del dibattito pubblico. In quel contesto l’amministrazione americana sostenne che il regime di Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa e rappresentasse un pericolo per la stabilità internazionale.

Il momento simbolicamente più forte di quella campagna si verificò il 5 febbraio 2003, quando il Segretario di Stato Colin Powell intervenne davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Quando una fialetta può cambiare il mondo

Colin Powell nel 2003 all’ONU Dalla parte sbagliata della storia. Colin Powell e le prove false per giustificare la guerra in Iraq

«Colin Powell mostrò una piccola fialetta come rappresentazione delle presunte armi biologiche irachene. L’immagine fece il giro del mondo e divenne uno dei simboli della necessità di intervenire contro Saddam Hussein. Dopo l’invasione, però, le indagini non trovarono le armi di distruzione di massa che avevano costituito il principale argomento a sostegno della guerra. La vicenda è oggi ricordata come uno dei più controversi fallimenti dell’intelligence occidentale.»

L’importanza di quell’episodio non risiede soltanto nell’errore delle informazioni utilizzate o nelle polemiche che seguirono. Esso mostra come, nelle società contemporanee, il consenso possa essere costruito anche attraverso immagini capaci di condensare una narrazione complessa in un simbolo immediatamente comprensibile.

La fialetta di Powell non era soltanto un oggetto. Era un racconto. Rappresentava una minaccia invisibile resa visibile, un pericolo potenziale trasformato in evidenza percepita. In quel gesto si concentravano paure, aspettative e decisioni politiche destinate a influenzare il corso della storia.

Ancora una volta, prima delle operazioni militari e dei bombardamenti, era stata combattuta un’altra battaglia: quella per convincere milioni di persone che la guerra fosse necessaria.

La minaccia necessaria

Dalla baia dell’Avana alle sale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, passando per Pearl Harbor e il Golfo del Tonchino, oltre un secolo di storia sembra suggerire l’esistenza di una costante. Le guerre possono avere cause economiche, strategiche, ideologiche o geopolitiche, ma per essere accettate dall’opinione pubblica hanno quasi sempre bisogno di una minaccia riconoscibile.

La questione non consiste nello stabilire se ogni pericolo sia stato reale o inventato. La storia offre casi molto diversi tra loro e sarebbe superficiale ridurre eventi complessi a un’unica spiegazione. Più interessante è osservare il meccanismo che precede il conflitto. Prima di mobilitare eserciti, una nazione deve mobilitare convinzioni. Prima di convincere i soldati a combattere, occorre convincere i cittadini ad accettare il prezzo umano, economico e morale della guerra.

È qui che la minaccia assume un ruolo decisivo. Essa conferisce urgenza alle decisioni politiche, trasforma una scelta in una necessità e rende accettabili misure che in tempi ordinari incontrerebbero forti resistenze. Non importa che la minaccia sia militare, terroristica, ideologica o economica: ciò che conta è la sua capacità di essere percepita come immediata e inevitabile.

La storia americana, dalla guerra ispano-americana del 1898 fino ai conflitti del XXI secolo, mostra come il rapporto tra paura, consenso e potere sia diventato una componente strutturale della politica moderna. La stampa, la radio, la televisione e oggi i social network hanno modificato gli strumenti della persuasione, ma non la logica che li governa.

Forse è proprio questa la lezione più importante. Le guerre non iniziano quando partono i bombardieri o quando avanzano le truppe. Cominciano molto prima, nello spazio invisibile in cui si formano le convinzioni collettive. Nascono nelle parole che definiscono il nemico, nelle immagini che rendono credibile il pericolo e nei racconti che trasformano una crisi internazionale in una causa nazionale.

Prima delle armi vengono le idee. Prima delle battaglie vengono le narrazioni. Prima della guerra viene quasi sempre una minaccia. E comprendere come quella minaccia venga costruita, raccontata e percepita significa comprendere uno dei meccanismi più profondi del potere contemporaneo.

Il paradosso americano

Esiste infine un ultimo elemento che rende ancora più interessante il rapporto tra consenso, minaccia e guerra nella storia degli Stati Uniti.

La Repubblica americana nacque nel 1776 proclamando il diritto dei popoli a liberarsi dal dominio imperiale. La sua identità politica si costruì attorno ai valori della libertà, dell’autogoverno e della diffidenza verso il potere assoluto. Eppure, osservata nella lunga durata, la sua storia presenta un paradosso difficilmente ignorabile.

Nei suoi primi duecentocinquant’anni di esistenza, gli Stati Uniti sono stati coinvolti in guerre, spedizioni militari, interventi armati, operazioni coperte o missioni internazionali per gran parte della loro storia nazionale. Secondo numerosi studi, il numero complessivo degli interventi militari americani supera abbondantemente le centinaia di casi, distribuiti in ogni continente e in quasi tutte le epoche della loro esistenza.

Il contrasto è evidente. La nazione nata da una guerra contro un impero è diventata, nel tempo, la più grande potenza globale della storia moderna. E come tutte le grandi potenze ha dovuto affrontare un problema ricorrente: come giustificare l’uso della forza davanti ai propri cittadini e davanti al mondo.

È forse per questo che il tema della minaccia ritorna con tanta frequenza nella narrazione politica americana. Dal Maine a Pearl Harbor, dal Golfo del Tonchino alle armi di distruzione di massa irachene, il dibattito non riguarda soltanto gli eventi in sé, ma il modo in cui essi vengono interpretati, raccontati e trasformati in consenso.

A ciò si aggiunge un altro dato significativo. Dalla nascita della CIA nel 1947 fino ai giorni nostri, numerose ricerche storiche hanno documentato il coinvolgimento diretto o indiretto dell’agenzia in operazioni clandestine finalizzate a influenzare governi stranieri, sostenere opposizioni politiche o favorire cambiamenti di regime. Le stime variano, ma gli studiosi concordano sul fatto che tali interventi abbiano rappresentato una componente costante della politica estera americana durante la Guerra fredda e oltre.

Forse è proprio qui che si manifesta il vero paradosso americano. La nazione che più di ogni altra ha fatto della libertà il fondamento della propria identità è anche quella che più spesso ha dovuto ricorrere alla costruzione di minacce, reali o percepite, per legittimare l’esercizio della propria potenza.

E forse la domanda che attraversa tutta questa storia rimane ancora aperta: una superpotenza può conservare il proprio ruolo globale senza avere continuamente bisogno di un nemico?

La Redazione

 

 

 

NOTA DELL’AUTORE

Questo articolo non intende dimostrare l’esistenza di un’unica regia dietro gli eventi storici né ridurre la complessità delle guerre moderne a semplici operazioni di propaganda. L’obiettivo è piuttosto riflettere sul ruolo che l’informazione, la percezione della minaccia e la costruzione del consenso hanno assunto nelle società contemporanee. Dalla guerra ispano-americana del 1898 fino ai conflitti del XXI secolo, il rapporto tra potere, opinione pubblica e intervento militare continua a rappresentare uno dei temi più rilevanti della storia politica moderna.

Nota di lettura dell’IA
Una riflessione aggiuntiva elaborata dall’intelligenza artificiale a partire dai temi emersi nell’articolo.

Le società moderne dispongono di una quantità di informazioni senza precedenti. Ciò non elimina il rischio della propaganda: ne modifica soltanto gli strumenti. Comprendere come nascono le narrazioni della minaccia significa comprendere una parte essenziale del funzionamento del potere contemporaneo.

(1) Nota dell’immagine

L’immaginario della guerra ispano-americana fu talmente legato alla figura di Frederic Remington da portare, nel tempo, ad attribuirgli anche opere che probabilmente non erano sue. Un segno ulteriore di quanto il suo nome fosse diventato il simbolo stesso della guerra raccontata attraverso le immagini.

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