L’Italia si svuota, mentre il governo riempie tavoli e statistiche.

PROSCIUTTO E MELONI O DELL’ITALIA ABBANDONATA
Il Simplicissimus
In questo pezzo, l’autore si chiede per chi lavori davvero Giorgia Meloni, osservando due provvedimenti apparentemente scollegati – il decreto flussi che apre le porte a 500 mila ingressi regolari e il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne che dichiara il declino irreversibile di intere zone del Paese – come due facce della stessa strategia di abbandono programmato. L’Italia si deindustrializza, le aree rurali vengono accompagnate al loro spopolamento, mentre masse di nuovi lavoratori precari vengono attratte in un mercato del lavoro che offre poco più che ricatti e miseria, in un quadro di obbedienza cieca alle oligarchie europee e di normalizzazione del declino. Un’Italia che rinuncia a rigenerarsi e accetta il collasso come orizzonte politico, lasciando i suoi cittadini tra tavoli imbanditi e rovine silenziose. (Nota Redazionale)
Per chi lavora la Meloni? Sì, ufficialmente è presidente del consiglio, ma questo sembra essere un hobby per il tempo libero, un’occasione di svago per pranzi ufficiali, per fare cose e conoscere gente. Dico, per chi lavora realmente? Per quale maledetta cabala? Negli ultimi giorni fumiganti e distratti abbiamo due provvedimenti che sembrano distanti l’uno dall’altro, ma che possono essere stranamente collegati. Il primo, più conosciuto, è il decreto flussi che prevedere 500 mila ingressi regolari in tre anni. Che poi, lo sappiamo benissimo si trasformeranno in quasi tre milioni per i ricongiungimenti. Ora mi chiedo a cosa possa servire questa massa di gente in un Paese che si va rapidamente deindustrializzando e che avrebbe bisogno di scuole decenti e di cervelli piuttosto che di braccia. E magari anche di una sanità pubblica decorosa. Infatti, come è successo con il precedente decreto flussi, queste immissioni sono una fabbrica di lavoro – e verrebbe da dire di vita – irregolare che si alterna tra lo schiavismo vero e proprio e una pericolosa area di disoccupazione o sotto occupazione, il cui effetto è quello di diminuire i salari e tenere così lontani gli autoctoni da lavori sotto ricatto e pagati una miseria. Di tutto questo il Paese non ha certo bisogno, ma bisogna pur sempre ubbidire all’Europa e l’Europa ha pur sempre bisogno di ubbidire alle oligarchie. Tutto questo verrà pagato amaramente nel giro di un decennio quando crollerà del tutto il sistema di welfare familiare che finora sta tenendo in piedi tutto l’apparato fatiscente della Repubblica.
Il secondo provvedimento, nascosto dentro Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027, dà per persa una enorme percentuale di territorio, considerato economicamente e demograficamente irrecuperabile per cui va accompagnato “in un percorso di spopolamento irreversibile”. In pratica invece di fare qualcosa, si rinuncia totalmente ad affrontare il problema: “Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma nemmeno essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento”. Lo spaventoso linguaggio burocratico non è meno inquietante del significato politico dell’abbandono totale delle aree collinari e rurali dove oggi vive un quarto della popolazione italiana. Si tratta insomma della pianificazione e normalizzazione del declino.

Il governo di questa bancarellaia, che teoricamente dovrebbe essere “fratella d’Italia” e che comunque continua a presentarsi ipocritamente come portatrice di valori nazionali, in pratica taglia fuori 13 milioni di cittadini e migliaia di comunità. Ma la cosa ha un senso da un certo punto di vista: si punta su città affollate dove si assiste al fenomeno di gentrificazione culturale e dunque nella trasformazione delle persone in oggetti facilmente manipolabili, mentre si buttano a mare le piccole realtà dove persistono comunità e culture locali che sono più difficilmente aggredibili. Ma allora mi chiedo se questo abbandono del cuore del Paese non sia in qualche modo voluto per sistemare le ondate dei flussi che si abbatteranno regolarmente nel tempo per volontà altrui e certo non per necessità. Non dico che sia un piano, ma una specie di lapsus freudiano politico, un inconsapevole tentativo di far quadrare conti che non tornano.
Certo non possiamo sapere cosa succederà nel prossimo decennio ed è possibile, se non probabile, che la catena di obbedienza alla quale siamo costretti verrà spezzata o allentata in più punti e non sappiamo nemmeno se esisterà ancora la Nato o la Ue che sono due facce della medesima medaglia, per cui la crisi dell’una significherà la fine dell’altra. Tuttavia, l’abbandono sostanziale di una parte del Paese non sarà dimenticata, rimarrà come una macchia su questa oscura stagione ormai chiaramente e sfacciatamente eterodiretta. E questa lunga estate calda passata a prosciutto e Meloni.
