Tra morale proclamata e politica reale

«Putin? Un realista»
Perché Vladimir Putin agisce secondo una logica di potenza, non di propaganda
di Andrea Marcigliano
Si può condannare Vladimir Putin sotto molti aspetti: il sistema di potere che incarna, l’assenza di democrazia liberale, la brutalità del conflitto ucraino. Ma c’è un punto che, piaccia o meno, non può essere eluso: Putin è un realista. In un panorama occidentale dominato da narrazioni moralistiche, slogan e autoassoluzioni, il leader russo agisce secondo una logica fredda e coerente, tipica della politica di potenza. La guerra in Ucraina, al netto delle letture emotive e delle rimozioni selettive sulle responsabilità di Kiev, Washington e Bruxelles, è già stata vinta sul piano strategico da Mosca. Putin potrebbe spingersi oltre, chiudere militarmente la partita. Non lo fa perché non gli conviene. Questo non lo rende giusto, ma lo rende politico. E soprattutto rivela, per contrasto, l’inconsistenza realistica di un’Europa che continua a confondere desideri, valori proclamati e rapporti di forza reali. (Nota Redazionale)
Si può pensare ciò che si vuole di Vladimir Putin. Dire che è un tiranno, un despota…che la Russia non è una democrazia.
Considerarlo il massimo responsabile del conflitto in Ucraina, ignorando tutto ciò che ha fatto Zelensky, e che hanno fatto americani ed europei, per costringerlo all’intervento militare.
Coprirlo di insulti.

E, tuttavia, una cosa, almeno una, gli andrebbe obbligatoriamente, riconosciuta.
È un realista.
E si comporta di conseguenza. Con una logica ineccepibile.
Putin ha, di fatto, vinto la guerra in Ucraina. E questo, piaccia o meno, è un fatto indiscutibile.
Potrebbe, se volesse, affondare il colpo. Avanzare sino a Kiev ed oltre. Chiudere definitivamente la partita.
Potrebbe…ma non lo fa. Non vuole farlo. Perché, appunto, è un politico. E un realista.
Occupare tutta l’Ucraina, o quasi, in questi momenti, gli riuscirebbe facile da un punto di vista squisitamente militare.
Prendere Kiev. Riunificare l’Ucraina, la parte orientale, con la Russia. E chiudere il discorso, per lo meno da un punto di vista militare.

Non lo sta, però, facendo. E non per debolezza o indecisione. Piuttosto per un, lucido, calcolo politico.
Perché, poi, il problema diverrebbe governare l’Ucraina. Che, certo, ha sempre fatto parte delle Russie. E, tuttavia, questi anni di guerra, e di propaganda capillare anti-russa, di creazione artificiale di un nazionalismo ucraino, acceso e spesso fanatico, hanno scavato un solco profondo.
Certo, la maggioranza degli ucraini è stanca di una guerra che non comprende. E, probabilmente, rimpiange l’antica unità sovietica. Che almeno garantiva la pace e una sorta di, antica, fratellanza.
Tuttavia vi è la minoranza. Incendiata da un nazionalismo artificiale e artificioso, ma che è penetrato in profondità. Soprattutto fra i giovani.
E questo verrebbe a costituire un problema, se Mosca si annettesse l’Ucraina. Potrebbe dover affrontare una lunga, lunghissima stagione di guerriglia, terrorismo, lotta clandestina.
Una stagione che richiederebbe tanti, troppi sforzi per essere placata. Sempre ammesso che Mosca vi riuscisse. E tenendo conto di quanto gli europei, e forse gli americani, potrebbero impegnare per foraggiare questa guerriglia interna.

E, poi, perché mai dovrebbe la Russia sobbarcarsi un tale onere?
Certo, la storia, l’antica unità delle genti slave. La comune origine dalla Rus’ dei principi variaghi…
Tutte belle, bellissime cose. Però Vladimir Putin è, come dicevo, un realista. E certamente non vede alcun vantaggio nella prospettiva di dover controllare l’Ucraina. Terra riottosa. Ed anche terra povera.
Perché le province industriali, quelle che portano ricchezza, sono russofone. E Putin le ha, di fatto, già annesse.
Gli manca solo un tassello, fondamentale, per completare l’opera. Odessa e tutti gli sbocchi sul Mar Nero.
E Odessa è città internazionale certo, ma russa nel midollo. Attende come la manna di tornare a Mosca. Significherebbe un rilancio del suo porto commerciale, depresso negli anni di dominio di Kiev.
E, poi, prendere Odessa significherebbe saldare la Russia con la Transnistria, la provincia, russofona e ribelle, della Moldova.
Creando una nuova compattezza di tutte le Russie. E costringendo l’Ucraina, priva di sbocchi al mare, in una condizione di subalternità.
Facilmente controllandone il governo.

Allora, solo allora Vladimir Putin, da realista, darà inizio alle vere trattative di pace con Washington.
