Vittimologia, media e società della compassione

«Qualcuno è stato portato dall’avvoltoio»

Una riflessione critica sulla costruzione mediatica della vittima e sulle sue implicazioni culturali contemporanee.

di Adriano Segatori

Partendo dal celebre monologo Io se fossi Dio di Giorgio Gaber, Adriano Segatori analizza il rapporto tra vittimologia, informazione e politica, interrogandosi sul modo in cui la figura della vittima venga oggi costruita, rappresentata e spesso utilizzata nel dibattito pubblico. Un saggio che invita a distinguere tra comprensione dei fenomeni criminali, responsabilità individuale e narrazione mediatica del dolore, senza rinunciare a uno sguardo critico sulle dinamiche della società contemporanea. (N.R.)


Ci sono due considerazioni nel celebre monologo Io se fossi Dio di Giorgio Gaber che meritano particolare attenzione perché offrono una chiave di lettura per comprendere alcuni comportamenti della società contemporanea.

«Così per i giornali diventa / Un bravo padre di famiglia.»

«Compagni giornalisti avete troppa sete…»

«Voi vi buttate sul disastro umano / Col gusto della lacrima in primo piano.»

Da queste immagini prende avvio la riflessione di Adriano Segatori. Due sono gli aspetti che emergono con particolare forza: da un lato la tendenza a trasformare automaticamente in martire chiunque muoia, indipendentemente dalla sua storia; dall’altro la propensione a fare della sofferenza uno strumento di esposizione mediatica e di consenso.

Se Gaber rivolgeva la sua critica soprattutto al giornalismo, Segatori estende l’analisi anche alla politica, osservando come la rappresentazione della vittima possa diventare un efficace strumento di orientamento dell’opinione pubblica.

È questo il punto di partenza dell’articolo: una riflessione sulla speculazione vittimistica, in una società nella quale, secondo gli autori Caroline Eliacheff e Daniel Soulez Larivière, «le vittime sono diventate i nuovi eroi della società democratica contemporanea».

(Redazione Inchiostronero)

Gaber limita questa considerazione solo ai giornalisti, mentre questi sono legati al filo doppio con la politica. La manipolazione della vittima serve ai primi per esibirsi e aumentare le vendite e gli introiti, supportando strategicamente determinati partiti, ai secondi per manipolare la massa a fini elettorali: entrambi in plateale e inequivocabile sodalizio.

Questo è un tempo memorabile per la speculazione vittimistica, con “le vittime [che] sono diventate i nuovi eroi della società democratica contemporanea”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si parte dal fatto che la compassione è la qualità prevista ed indispensabile a chiunque si professi democratico. Hannah Arendt, nel suo saggio intitolato “Sulla rivoluzione”, avverte però dell’insensata inflazione della compassione: “La compassione, per sua stessa natura, non può essere suscitata dalle sofferenze di un’intera classe o di un intero popolo, per non dir poi di tutta l’umanità. Non può estendersi al di là delle sofferenze di una singola persona e restare ugualmente ciò che si presume che sia, un patire insieme”. Eccoli, i ridicoli cortei pro Palestina, le indecenti regate umanitarie, le oscene coreografie solidaristiche: miserie pubblicitarie per miseri attori.

Poi, con metodo e costanza, attraverso questo espediente subdolamente emotivo, si arriva alla “vittima del sistema”, un quadro piuttosto astruso e giustificazionista per scagionarsi da ogni responsabilità. Il singolo, prima ancora di documentare la propria applicazione, la specifica determinazione e la concreta volontà di raggiungere una qualsivoglia meta – di studio, lavorativa, sentimentale, genericamente sociale – si tutela da qualsiasi critica per il proprio fallimento accusando la nascita, il luogo di vita, la condizione economica fino al destino nefasto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La psicoanalista Caroline Eliacheff e l’avvocato Daniel Soulez Larivière, nel saggio spesso citato che è un vero e proprio manuale per comprendere questo fenomeno, scrivono come “La vittima [sia] a priori innocente”, e se per caso dovesse finire male per una vita dedicata a delinquere, grazie al piagnisteo mediatico diventa il “bravo padre di famiglia” di Gaber. Non importa il curriculum criminale o il comportamento antisociale, perché la morte tutto giustifica e tutto cancella, con buona pace dei familiari che a quel punto, unendosi nella lacrimazione collettiva possono a pieno titolo reclamare il dovuto risarcimento. Da questo momento in poi scatta “l’onnipotenza della vittima” e, con essa, la necrofilia di certe redazioni che intercettano l’occasione – dall’alto del volo dell’avvoltoio – e si buttano a capofitto nella lamentazione mediatica, perché “Niente può opporsi alla domanda del pubblico di commuoversi, di ripiegarsi su di sé, maledicendo l’ingiustizia della natura e la cattiveria di alcuni mentre si compatiscono gli altri per la loro disgrazia”.

 

 

 

 

 

 

 

 

In questo teatro, dove si svolge una commedia tra l’ingannevole e il macabro, entra a pieno titolo una disciplina seria all’interno della criminologia che ha il primo riconoscimento di studio nel 1976. È stata chiamata “vittimologia” e “Analizza le caratteristiche psicologiche, sociali e biologiche di chi subisce un danno, il rapporto tra vittima e autore del reato e il ruolo giocato dalla vittima stessa nella dinamica criminale”.

Quando Caroline Eliacheff e Daniel Soulez Larivière scrivono del “contributo della vittima all’atto criminoso” l’obiettivo non è, come un paio di volte mi è capitato di sentire in tribunale qualche avvocato di Parte Civile ritenerlo un tentativo di giustificare l’aggressore, ma cercare di mettere in luce gli elementi di vulnerabilità e i fattori specifici di una vittima individuale o di un gruppo, e di evidenziare quella che tecnicamente si chiama “interazione criminale”, ovvero le condotte e i comportamenti che possono aver scatenato l’evento aggressivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutto ciò per una questione di banale comprensione: c’è la vittima innocente che subisce l’atto violento senza aver posto in essere alcun comportamento di ambiguo stimolo o di equivoca interpretazione per un aggressore quasi sempre sconosciuto; c’è la vittima favoreggiatrice la quale, per la frequentazione di ambienti criminogeni, l’uso di sostanze tossiche, attività sessuali libere, atteggiamenti ambigui e comportamenti dubbi si pone per superficialità e per avventatezza nella condizione, anche incosciente, di preda da parte spesso di soggetti noti.

In questo punto potrebbe essere tecnicamente inseribile, lo scippatore, il rapinatore, lo scassinatore e via elencando, che da autore del crimine ne diventa vittima, con tutte le debite differenze. Non è una vittima innocente, ma eventualmente una vittima colpevole che viene definita “vittima aggressiva” ovvero colui che “ha minacciato, aggredito messo in stato di pericolo un altro e soccombe”, o “vittima provocatrice” colui che è “vittima della reazione altrui provocata dal proprio comportamento”.

Anche in questo caso, per quelle che possiamo definire “vittime attive” non vale sempre la giustificazione dell’attacco micidiale dell’aggredito, ma serve a comprendere che se ogni vittima di violenza merita il dovuto rispetto, non tutte le morti violente possono essere considerati innocenti e incolpevoli.

Un chiarimenti per tutti quelli portati dall’avvoltoio e non dalla cicogna che hanno il nido in redazioni e in partiti, pronti a buttarsi sulle disgrazie umane “Col gusto della lacrima in primo piano”.

Redazione Electo
Adriano Segatori

 

 

 

 

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