La società medievale era animata dall’amore per la festa e i giochi da tavolo tra il XI e il XV secolo

Icavaliere medievale europeo è una delle figure più facili da visualizzare nella nostra mente fin da bambini. Un uomo in armatura scintillante, orgogliosamente a cavallo e ricoperto dai colori della sua stirpe, magari circondato da un bel paesaggio di campagna con campi e castelli.

Il mestiere del cavaliere, in effetti, era fare la guerra: non è un caso se i primi passatempi che associamo alla cavalleria del Basso Medioevo – cioè nei cinque secoli successivi all’anno Mille, l’epoca in cui si colloca il nostro immaginario medievale – siano tornei, giostre e cacce. Tutte attività che tenevano allenati al combattimento, e non secondariamente appartenevano alla ritualità, alla celebrazione di un ceto che praticandole rinnovava il suo ruolo nella società.

Ma anche il più scalpitante dei cavalieri ogni tanto aveva bisogno di fermarsi: esclusi casi straordinari, le campagne militari nel nostro continente andavano di pari passo con la bella stagione, dalla primavera all’autunno, quando c’erano più probabilità di trovare nutrimento per uomini e animali lungo la strada e il terreno era meno fangoso e quindi favorevole al combattimento in campo aperto: la vita medievale, senza eccezioni di classe, era fatta anche di lunghe attese.

E qui entravano in azione gli altri svaghi dei nobili: i giochi da tavolo, praticati davanti ai grandi camini alla luce guizzante delle fiamme o negli accampamenti prima di andare a dormire. C’è subito da chiarire che non possiamo considerare nessuno dei giochi da tavolo nel Medioevo come un’esclusiva cavalleresca, perché molto raramente erano codificati con precisione: certamente anche ceti diversi da quello nobiliare giocavano a qualcosa di molto simile quando non identico. Ma certamente i nobili e i mercanti (e la distinzione tra i due si fa sempre più sfumata addentrandoci nel Basso Medioevo) li resero parte della propria identità e contribuirono alla diffusione più di chiunque altro.

I giochi da tavolo preferiti nel Medioevo

Armi dei conti d’Urgell Emergol I – scaccato d’oro e nero. (Wikipedia)

Non deve a questo punto stupirci che, tra i giochi da tavolo più amanti nel Medioevo, quello per eccellenza, gli scacchi, rappresenti una battaglia. Immaginiamo la reazione delle nobiltà europee che scoprivano poco a poco le scacchiere e i loro personaggi multiformi, a partire dalla metà del X secolo, quando grazie ai contatti con il mondo musulmano le estremità meridionali del nostro continente – prima la Spagna e poi l’Italia – entrarono in contatto con questo gioco a sua volta originario dell’India e assorbito dagli Arabi dopo la conquista della Persia; la prima apparizione ufficiale è su un testamento del 1008, quando il conte di Urgell (nell’attuale Catalogna) Emergol I lasciava ad una chiesa i pezzi da lui posseduti. Nonostante i continui e ripetuti tentativi delle autorità ecclesiastiche di opporvisi, soprattutto a causa degli aspetti legati al gioco d’azzardo (una delle varianti più diffuse prevedeva anche l’uso dei dadi), alla peccaminosa casualità, ai litigi e alle bestemmie che conseguivano alle sconfitte, il gioco ebbe un successo rapidissimo.

“Cavalieri templari giocano a scacchi”, illustrazione del “Libro dei giochi” commissionato Alfonso X il Saggio, re di Castiglia, León e Galizia, realizzato sotto la sua direzione e completato poco prima della sua morte nel 1283.
Luigi IX di Francia in una miniatura del 1230 ca. (Wikipedia P.d.)

E se nel 1061 il papa riceveva una denuncia sul vescovo di Firenze che era stato visto intrattenersi davanti a una scacchiera, entro un paio di secoli quasi ogni tentativo di vietare il gioco per ragioni morali era in via di abbandono: gli scacchi erano entrati a far parte degli irrinunciabili passatempi di corte e della formazione dei giovani cavalieri, che allenavano così il ragionamento strategico a lungo termine. Mentre (San) Luigi IX, re di Francia, nel 1250 e nel 1254 vietava ancora fermamente qualsiasi gioco da tavolo, il cugino Alfonso X, re di Castiglia, faceva realizzare un trattato sul gioco degli scacchi, sull’attuale backgammon e sui dadi. Lo stesso imperatore Federico II, loro contemporaneo, sfidava a scacchi i campioni musulmani a Palermo.

Pare che alla diffusione avesse contribuito anche un secondo punto di ingresso in Europa, attraverso le rotte commerciali che nel XII secolo univano la Scandinavia al Mar Nero e quindi all’Impero Bizantino, dove il gioco era ampiamente praticato da secoli.

Gli scacchi

A metà Duecento gli scacchi spopolavano nel continente: cavalieri e dame giocavano nei castelli mentre gli intellettuali nei monasteri – e sempre più spesso anche nelle corti e nelle città – ricercavano e inventavano le origini di questo gioco venuto da lontano e così pieno di simboli, forzando riferimenti biblici e classici. E nello stesso tempo trovavano forma le prime codificazioni più generali, quelle che avvicinarono il gioco a quello che conosciamo oggi, come il numero di caselle sulla scacchiera e il colore delle pedine. In realtà fin dal primo passaggio, dalla cultura islamica a quella europea, i recettori avevano iniziato ad applicare cambiamenti fondamentali per l’integrazione.

Gli Scacchi di Lewis, risalenti al XII secolo, scolpiti in avorio di tricheco e ritrovati in Scozia
(Londra, British Museum, foto dell’autore, 2019)

Questioni semplici come i nomi dei pezzi assumono in questo senso un fascino straordinario: il re, lo scià persiano, arrivò incolume insieme al gioco e gli tramise il nome di scaccarius in latino, eschec in francese medievale e Schac in tedesco. Ma il visir, presente nel gioco musulmano con il suo nome arabo firzan, assomigliava a fierce, uno dei termini del francese volgare per indicare le dame, e divenne la regina. L’elefante, pezzo a noi sconosciuto, ricordo delle origini indiane rimasto nel mondo islamico con il suo nome di al fil, ebbe una sorte simile, e a questo punto il meccanismo è semplice: presto gli europei cominciarono a latinizzarlo in alfinus o in auphinus, così simile al dauphin (“conte”) per i francesi e all’alfiere, portabandiere in italiano. E se il cavallo aveva già un omologo identico o simile (come il cammello), la torre si stabilizzò molto tardi, probabilmente a sostituire il pezzo del carro, rukh in arabo, trasposto nella roc, rocca, francese o italiana

Sul ruolo di questo gioco nella società e nella letteratura negli ultimi tre decenni di Medioevo si è scritto moltissimo, e con i cambiamenti sociali in atto tra 1200 e 1300 la passione che era stata dei cavalieri iniziò ad essere condiviso dalla borghesia mercantile emergente. Anche i giovani nobili del Decameron, meraviglioso spaccato della società trecentesca, amano gli scacchi, insieme ad un altro dei giochi da tavolo molto diffuso nel Medioevo che oggi è meno praticato ma altrettanto affascinante: la tavola reale, più nota come backgammon o tric-trac.

Scacco matto da 1 milione di dollari Warder (torre) degli Scacchi Lewis. Foto © Sotheby’s

Backgammon o tric-trac

A differenza degli scacchi, il backgammon era presente in Europa da moltissimo tempo. Nato in Mesopotamia presso i Sumeri (o, secondo alcuni studi, in India come gli scacchi), era amatissimo anche da Egizi e Greci, naturalmente in forme variabili. Inevitabilmente spopolò anche nell’Antica Roma, e sembra che in età imperiale avesse già molte delle caratteristiche attuali codificate: tra i suoi nomi c’era quello di ludus duodecim scriptorum, “gioco delle dodici linee”, lo stesso numero di punte che ci sono ancora oggi su ogni lato della tavola.

Con il nome più diffuso di tabulaeil backgammon si radicò soprattutto nelle zone che restarono romane per lungo tempo, senza mai sparire effettivamente anche dopo la diffusione del cristianesimo e la caduta dell’Impero. Ma anche in questo caso i contatti degli europei con il mondo musulmano furono decisivi per la popolarità bassomedievale del gioco; in particolare le crociate lo fecero tornare di gran moda presso i ceti nobiliari, stavolta di tutto il continente.

Copia del gioco reale di Ur esposta al British Museum (Wikipedia P.d.)

Dal punto di vista culturale la differenza con gli scacchi per gli uomini del Medioevo è interessante da analizzare: negli scacchi è prevista l’uccisione di un re, un elemento molto lontano dal modo di fare la guerra in Europa occidentale per quasi tutto il Medioevo, in cui si susseguivano rapidi combattimenti e saccheggi fino alla resa dell’avversario. Diversa la questione per il backgammon, in cui tutte le pedine hanno uguale valore e hanno come fine ultimo la propria salvezza, elemento molto forte sul piano simbolico, che probabilmente permise alla Chiesa di “chiudere un occhio” davanti alla popolarità gioco più spesso di quanto non succedesse con gli scacchi. Anche per il backgammon i secoli XIII e XIV furono decisivi per la codificazione definitiva, che in questo caso poteva prevedere numerosissime varianti (le più diffuse erano una quindicina, molte delle quali tuttora praticate).

La simbologia della tavola facilitò il processo: le punte su ogni lato sono dodici, come i mesi dell’anno, per un totale di ventiquattro, come le ore del giorno (come erano conteggiate in alcune aree d’Europa già nel Medioevo); le pedine sono trenta, come i giorni del mese, le due facce opposte del dado sommate danno sette, i giorni della settimana.

Anche in questo caso la letteratura e l’arte testimoniano la popolarità del gioco, citato ad esempio nelle Canterbury Tales e ancora nel Decameron. E se gli scacchi erano soprattutto parte della formazione militare del guerriero, il backgammon sembra più legato al puro intrattenimento.

Ogni volta che ci sediamo a giocare una partita di questi giochi da tavolo così amati fin dal Medioevo stiamo cogliendo un’eredità, per quanto diversi tra loro siano scacchi e backgammon. L’eterna sfida tra il bianco e il nero, il bene e il male, il giorno e la notte, continua ad affascinare noi come faceva con i nostri antenati.

Daniele Rizzi

Copertina: “Cavalieri templari giocano a scacchi”, illustrazione del “Libro dei giochi” commissionato Alfonso X il Saggio, re di Castiglia, León e Galizia, realizzato sotto la sua direzione e completato poco prima della sua morte nel 1283.

Fonte: Frammenti Rivista del 18 gennaio 2020

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