Il dilemma eterno della libertà umana

«Quando crediamo di scegliere»

Ogni decisione è libera oppure nasce da cause che ignoriamo?

Redazione Inchiostronero


Nota redazionale

Ogni giorno scegliamo. Scegliamo una strada, un lavoro, una persona, un’idea. Lo facciamo con tale naturalezza da dare per scontato che quelle decisioni siano il frutto della nostra volontà. Eppure, dietro un gesto apparentemente semplice, si nasconde una delle domande più antiche e controverse della filosofia: siamo davvero liberi oppure le nostre scelte sono il risultato di una trama di cause – biologiche, psicologiche, culturali e storiche – che agiscono ben prima della nostra coscienza?

Da Aristotele agli Stoici, da Spinoza a Schopenhauer, fino a Sartre e alle neuroscienze contemporanee, il dibattito sul libero arbitrio attraversa oltre duemila anni di pensiero senza giungere a una risposta definitiva. Questo articolo non pretende di risolvere il problema, ma invita il lettore a sostare davanti a quelle “porte” che ogni giorno crediamo di aprire liberamente, interrogandosi su chi, in realtà, compia davvero la scelta. Un percorso che mette in discussione una delle convinzioni più radicate dell’esperienza umana: l’idea di essere gli autentici autori del nostro destino.

 

Introduzione

L’illusione più naturale

Nel 1998 il regista Peter Howitt portò sul grande schermo Sliding Doors. Il film racconta una storia tanto semplice quanto disarmante. Una giovane donna corre per prendere la metropolitana. In una versione della vicenda riesce a salire sul treno; nell’altra le porte si chiudono un istante prima. Da quel momento la sua vita si divide in due percorsi completamente diversi, come se un solo attimo fosse sufficiente a riscrivere un intero destino.

L’idea non era del tutto nuova. Qualche anno prima, il regista polacco Krzysztof Kieślowski aveva già affrontato gli stessi interrogativi in Destino cieco e ne La doppia vita di Veronica, esplorando il sottile confine tra caso, destino e possibilità. Tre film diversi, ma un’unica domanda: quanto della nostra vita dipende davvero da noi?

È una domanda che il cinema ha saputo raccontare con immagini potenti, ma che la filosofia si pone da oltre duemila anni. Ogni giorno prendiamo decisioni che consideriamo nostre: scegliamo un lavoro, una città, una persona da amare, una strada da percorrere. Lo facciamo con tale naturalezza da non dubitare quasi mai che quelle decisioni siano il frutto della nostra volontà.

Eppure, dietro ogni scelta, si nasconde uno degli interrogativi più profondi del pensiero umano. Quando diciamo «ho deciso», descriviamo un atto autenticamente libero oppure il punto d’arrivo di una catena di cause – biologiche, psicologiche, culturali e storiche – che agisce ben prima della nostra coscienza?

Da Aristotele a Spinoza, da Schopenhauer a Sartre, fino alle neuroscienze contemporanee, il dibattito sul libero arbitrio non ha mai trovato una risposta definitiva. Per alcuni la libertà è il fondamento della responsabilità morale; per altri è soltanto un’illusione generata dalla nostra ignoranza delle cause che ci determinano.

Forse, prima ancora di chiederci quale porta aprire, dovremmo domandarci se quella porta siamo davvero noi a sceglierla.

La nascita del libero arbitrio

Se il libero arbitrio esiste davvero, la filosofia ha iniziato a cercarne le fondamenta molto prima che la psicologia e le neuroscienze entrassero in scena. Già i Greci avevano compreso che ogni riflessione sull’uomo doveva inevitabilmente confrontarsi con una domanda decisiva: siamo davvero padroni delle nostre azioni?

Fra tutti, Aristotele fu il primo a dare una risposta sistematica. Nell’Etica Nicomachea sostiene che l’uomo non agisce soltanto per impulso, ma è capace di deliberare, cioè di riflettere sulle diverse possibilità prima di scegliere. Non ogni azione è volontaria, ma quelle che dipendono da noi nascono da una decisione ponderata. Come scrive: «La scelta è un desiderio deliberato di cose che dipendono da noi.»

In questa definizione, apparentemente semplice, è racchiusa una delle intuizioni più importanti della filosofia occidentale. La scelta non è un impulso cieco né un desiderio momentaneo. È il risultato dell’incontro fra ragione e volontà. L’essere umano valuta, confronta, riflette e, infine, decide.

Da questa idea discende un’intera concezione della vita morale. Se siamo davvero capaci di scegliere, allora possiamo essere responsabili delle nostre azioni. Possiamo essere lodati per una decisione giusta e biasimati per una sbagliata. Senza libertà non avrebbe senso parlare di virtù, perché nessuno potrebbe meritare un elogio per ciò che non era libero di fare.

La stessa idea di giustizia poggia su questo presupposto. Ogni ordinamento giuridico distingue tra un gesto volontario e uno compiuto sotto costrizione proprio perché considera l’uomo, almeno entro certi limiti, capace di decidere. Se ogni nostra azione fosse il risultato inevitabile di cause che ci determinano completamente, il concetto stesso di responsabilità perderebbe gran parte del suo significato.

Per Aristotele, dunque, il libero arbitrio non è un problema teorico, ma il fondamento stesso dell’etica. Prima ancora di chiederci quale sia la vita buona, dobbiamo poter affermare che l’uomo è in grado di scegliere come vivere. È una convinzione che attraverserà i secoli e che diventerà una delle colonne portanti del pensiero occidentale. Ma sarà proprio questa certezza, apparentemente così solida, a essere messa profondamente in discussione dai filosofi delle epoche successive.

Quando la libertà diventa un’illusione

Con Spinoza la fiducia aristotelica nella capacità dell’uomo di scegliere subisce una frattura profonda. L’essere umano, secondo il filosofo olandese, non è un’eccezione all’interno della natura, ma ne fa interamente parte. Anche i suoi desideri, le sue decisioni e le sue azioni dipendono da cause precise, benché spesso invisibili a chi le sperimenta.

Per questo, scrive Spinoza, «gli uomini si credono liberi perché sono consapevoli delle proprie azioni e ignari delle cause da cui sono determinati». L’illusione nasce dunque da una conoscenza incompleta. Noi avvertiamo il desiderio, riconosciamo la decisione, vediamo il gesto compiuto; ma non percepiamo l’intera catena di cause che ha prodotto quel desiderio e orientato quella decisione.

Quando diciamo «ho scelto», forse descriviamo soltanto l’ultimo anello di un processo iniziato molto prima: nel carattere, nell’educazione ricevuta, nelle esperienze passate, nelle paure, nei bisogni, nelle condizioni sociali e perfino nella struttura del nostro corpo. La coscienza registra la scelta, ma non necessariamente la crea.

Schopenhauer radicalizzerà questa intuizione distinguendo tra la libertà dell’azione e la libertà della volontà. L’uomo può agire secondo ciò che vuole, ma non è libero di decidere che cosa volere. La formula, divenuta celebre, riassume l’intero problema: «L’uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole.»

Possiamo scegliere di seguire un desiderio oppure di reprimerlo, ma da dove nasce quel desiderio? Possiamo decidere di perseguire un obiettivo, ma perché proprio quello e non un altro? Se non siamo autori della nostra volontà, fino a che punto possiamo considerarci autori delle azioni che da essa derivano?

A questo punto la libertà comincia a vacillare. Non scompare del tutto, ma perde la sua apparente semplicità. La scelta non appare più come un atto puro e originario, bensì come il risultato di forze che ci attraversano e che solo in parte conosciamo. L’uomo continua a dire «io voglio», ma non può più essere certo che quell’io sia davvero il primo autore della propria volontà.

Il peso della libertà

Con Jean-Paul Sartre il problema del libero arbitrio cambia radicalmente prospettiva. Se per Spinoza l’uomo si illude di essere libero perché ignora le cause che lo determinano, Sartre sostiene l’esatto contrario: l’essere umano è irrimediabilmente libero. Non può sottrarsi alla scelta. «L’uomo è condannato a essere libero», scrive ne L’essere e il nulla. Una formula provocatoria, che rovescia il significato stesso della libertà. Non un privilegio, ma un peso.

Per Sartre non esistono alibi definitivi. Le circostanze possono limitarci, influenzarci, renderci la vita più difficile, ma non eliminano la responsabilità delle nostre decisioni. Anche rifiutarsi di scegliere significa, in realtà, aver già scelto. L’inazione è una forma di azione. Il silenzio è una risposta. Rimandare è già decidere.

È qui che il libero arbitrio smette di essere un concetto astratto e diventa un’esperienza esistenziale. Ogni scelta comporta una rinuncia. Ogni «sì» implica una serie di «no». Ogni porta aperta significa lasciarne chiuse molte altre. La libertà, allora, non coincide con l’assenza di limiti, ma con la responsabilità di convivere con le conseguenze delle proprie decisioni.

Forse c’è, però, un’altra presenza che accompagna ogni nostra scelta senza che ce ne accorgiamo: la consapevolezza della nostra finitezza. Sapere che il tempo non è infinito rende alcune decisioni più urgenti, altre più prudenti, altre ancora semplicemente inevitabili. La certezza della morte non annulla la libertà, ma le conferisce un peso che nessun’altra condizione possiede. Scegliere significa sempre scegliere nel tempo, sapendo che il tempo, prima o poi, finirà.

Per questo Sartre vede nella libertà non una conquista rassicurante, ma una responsabilità dalla quale nessuno può fuggire. Ed è proprio questa responsabilità che rende ogni esistenza unica e irripetibile.

Le neuroscienze cambiano il gioco.  

Per oltre duemila anni il libero arbitrio è rimasto una questione affidata alla filosofia. Negli anni Ottanta del Novecento, però, il dibattito uscì dalle aule universitarie ed entrò nei laboratori di neuroscienze.

Il protagonista fu il fisiologo americano Benjamin Libet. I suoi esperimenti erano, almeno in apparenza, molto semplici. Ai partecipanti veniva chiesto di compiere un gesto elementare, come muovere un dito o flettere il polso, indicando il momento esatto in cui prendevano coscienza della decisione.

I risultati furono sorprendenti. Gli strumenti registrarono nel cervello un’attività elettrica – il cosiddetto potenziale di prontezza – alcune centinaia di millisecondi prima che i soggetti dichiarassero di aver deciso di agire. Sembrava che il cervello avesse già «preso la decisione» prima che la coscienza ne fosse consapevole.

La conclusione apparve, per molti, inevitabile: il libero arbitrio non sarebbe altro che un’illusione. La nostra coscienza si limiterebbe a prendere atto di decisioni già avviate inconsciamente dal cervello.

Ma è davvero così?

Negli anni successivi gli esperimenti di Libet sono stati ripetuti, discussi e criticati. Alcuni studiosi ritengono che essi dimostrino soltanto la preparazione di un movimento semplice e non possano essere estesi alle decisioni complesse, come scegliere una professione, sposarsi o sacrificarsi per un ideale. Altri hanno sottolineato che lo stesso Libet non negò completamente il libero arbitrio. Al contrario, ipotizzò che la coscienza conservasse una sorta di «potere di veto», la capacità di interrompere un’azione già preparata dal cervello prima che venga effettivamente compiuta.

La questione, dunque, è tutt’altro che chiusa. Le neuroscienze hanno costretto la filosofia a confrontarsi con dati sperimentali impensabili fino a pochi decenni fa, ma non hanno ancora pronunciato una sentenza definitiva. Hanno aperto nuove domande, senza eliminare quelle antiche.

Forse il contributo più importante di Libet non consiste nell’aver dimostrato che il libero arbitrio non esiste, bensì nell’aver mostrato quanto sia difficile stabilire dove finisca l’attività del cervello e dove inizi la consapevolezza di dire: «Ho deciso.»

Se il libero arbitrio non esistesse

A questo punto la domanda non riguarda più soltanto la filosofia. Riguarda la società in cui viviamo.

Che cosa accadrebbe se un giorno fosse dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, che il libero arbitrio non esiste?

Ha ancora senso parlare di colpa, se nessuno avrebbe potuto agire diversamente da come ha agito?

Ha ancora senso premiare il merito, se ogni successo dipende da una combinazione di fattori genetici, educativi, sociali e biologici che nessuno ha scelto?

E che ne sarebbe della giustizia? Su quale principio continueremmo a distinguere il colpevole dall’innocente, il responsabile dalla vittima delle circostanze?

Non è difficile comprendere perché il dibattito sul libero arbitrio abbia attraversato tutta la storia del pensiero. Da esso dipende molto più di una teoria filosofica. Dipendono il diritto, l’etica, l’educazione, la politica e perfino il linguaggio quotidiano. Ogni volta che diciamo «avresti potuto comportarti diversamente», stiamo affermando, spesso senza rendercene conto, che il libero arbitrio esiste.

Naturalmente questo non significa che la nostra civiltà crollerebbe. Anche se il comportamento umano fosse in larga misura determinato, continueremmo probabilmente a punire chi commette un reato, non tanto per attribuirgli una colpa morale assoluta, quanto per difendere la collettività, prevenire nuovi reati e favorire, quando possibile, il recupero della persona. Il diritto potrebbe sopravvivere, ma cambierebbe profondamente il suo fondamento. Forse è proprio questa la vera forza della questione. Il libero arbitrio non è soltanto un problema filosofico: è l’ipotesi sulla quale abbiamo costruito l’intera convivenza civile. Metterlo in discussione significa interrogare le fondamenta stesse della nostra idea di uomo.

Conclusione

Le porte davanti a noi

Siamo tornati al punto di partenza. Davanti a noi ci sono ancora quelle porte. Alcune sembrano invitanti, altre inquietanti, altre ancora del tutto anonime. Ogni giorno ne apriamo una, convinti che la decisione appartenga soltanto a noi. Eppure, dopo aver attraversato oltre duemila anni di filosofia e aver ascoltato perfino la voce delle neuroscienze, quella certezza appare meno solida di quanto immaginassimo.

Forse il libero arbitrio esiste davvero. Oppure è soltanto la più necessaria delle illusioni. In entrambi i casi, resta il fatto che la nostra civiltà è cresciuta attribuendo all’uomo la capacità di scegliere. Da questa convinzione sono nate l’etica, il diritto, la responsabilità personale, il merito e la colpa.

Se il libero arbitrio esiste, allora la responsabilità morale conserva il suo fondamento. Se non esiste, concetti come colpa, merito e giustizia devono essere ripensati. Il principio di non contraddizione, formulato da Aristotele, ci ricorda che non possiamo sostenere contemporaneamente entrambe le tesi senza accettarne le conseguenze.

Forse il vero valore del libero arbitrio non consiste nell’averne dimostrato definitivamente l’esistenza, ma nell’aver costretto l’umanità, per secoli, a interrogarsi su ciò che significa essere davvero uomini.

Ogni porta che apriamo ci conduce in un luogo diverso. Ma la domanda che continua ad accompagnarci è sempre la stessa: siamo stati noi ad aprirla, oppure eravamo destinati a farlo fin dall’inizio?

La Redazione

 

 

 

I protagonisti di questo saggio appartengono a epoche, culture e discipline diverse. Filosofi antichi e moderni, psicologi e neuroscienziati hanno affrontato, ciascuno con strumenti differenti, una delle questioni più profonde del pensiero umano: siamo davvero liberi di scegliere? Per agevolare eventuali approfondimenti, ecco un breve elenco dei principali autori citati nel corso dell’articolo.

  • Aristotele (384–322 a.C.) – Filosofo greco, allievo di Platone e maestro di Alessandro Magno. Fondatore del Liceo e autore dell’Etica Nicomachea, in cui sviluppa la teoria della scelta volontaria (proairesis).
  • Zenone di Cizio (334–262 a.C.) – Filosofo greco, fondatore dello Stoicismo. Insegnò che il cosmo è governato dal logos e che la libertà consiste nell’assenso razionale al destino.
  • Baruch Spinoza (1632–1677) – Filosofo olandese del Seicento. Nella sua Etica sostiene che il libero arbitrio è un’illusione e che tutto avviene secondo necessità.
  • Arthur Schopenhauer (1788–1860) – Filosofo tedesco. Celebre per la frase: «L’uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole», con cui mette in discussione la libertà della volontà.
  • Jean-Paul Sartre (1905–1980) – Filosofo e scrittore francese, principale esponente dell’esistenzialismo. Difende l’idea che l’uomo sia radicalmente libero e responsabile delle proprie scelte.
  • Benjamin Libet (1916–2007) – Neuroscienziato statunitense. I suoi esperimenti sul potenziale di preparazione hanno riaperto il dibattito scientifico sul libero arbitrio.
  • John-Dylan Haynes (1968–) – Neuroscienziato tedesco. Attraverso la risonanza magnetica funzionale ha studiato la possibilità di prevedere alcune decisioni prima che diventino coscienti.
  • Daniel Wegner (1948–2013) – Psicologo statunitense. Nel libro The Illusion of Conscious Will sostiene che la volontà cosciente sia, almeno in parte, una costruzione della mente.
  • Sam Harris (1967–) – Filosofo, neuroscienziato e divulgatore statunitense. Nel saggio Free Will argomenta che il libero arbitrio, nel senso tradizionale, non esiste

Nota dell’autore

Riccardo Alberto Quattrini è autore e direttore editoriale di Inchiostronero. Ha frequentato Lettere e Filosofia all’Università di Milano, dedica la propria attività di ricerca ai grandi temi del pensiero occidentale, con particolare attenzione ai punti d’incontro tra filosofia, letteratura, storia delle idee e attualità. Nei suoi saggi privilegia un approccio critico e divulgativo, convinto che le domande della filosofia continuino a illuminare i problemi del nostro tempo.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Aristotele, Etica Nicomachea, Laterza.
  • Baruch Spinoza, Etica, Bompiani.
  • Arthur Schopenhauer, Sulla libertà del volere umano, Adelphi.
  • Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla, Il Saggiatore.
  • Benjamin Libet, Mind Time. The Temporal Factor in Consciousness, Harvard University Press.
  • Sam Harris, Il libero arbitrio, Edizioni Piano B.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«Grazie alla CO2 il verde globale raggiunge un nuovo record»

Il pianeta si colora sempre più verde …