È la speranza la parola chiave di questo avvincente romanzo di Carmen Korn, autrice di libri con un milione e mezzo di copie vendute, la cui nuova saga in Germania sta andando fortissimo

 

Quando il mondo era giovane inaugura una nuova saga firmata da Carmen Korn che appagherà i lettori di Figlie di una nuova era.

In Quando il mondo era giovane è ambientato negli anni ’50 e vede intrecciarsi tre città e tre famiglie.

La famiglia Aldenhoven ha subìto la perdita della casa di Colonia e la galleria d’arte guidata da Heinrich stenta a sfamare tutti.

Dal resto la Seconda Guerra Mondiale ha lasciato pesanti strascichi in Germania e non ci sono molte pareti a cui appendere quadri.

La famiglia Borgfeldt vive ad Amburgo e, seppur con meno problemi economici rispetto alla famiglia Aldenhoven, non mancano le preoccupazioni. Elizabethj e Kurt infatti sono preoccupati per la figlia e il nipotino Jan che, pur avendo cinque anni non ha mai conosciuto il padre Joachim scomparso nella campagna di Russia.

E poi, a completare il quadro di Quando il mondo era giovane c’è la famiglia Canna composta dall’italiano Bruno e da Margarethe, sorella di Heinrich. Trasferitasi da Colonia a Sanremo, Margarethe vive una vita agiata se non fosse per la suocera Agnese che si intromette nella vita famigliare e patrimoniale.

Quando il mondo era giovane vede queste tre famiglie affacciarsi al primo gennaio del 1950 con un cuore pesante, strattonato tra il ricordo di un mondo come non sarà più, un presente incerto e un futuro ferito già in partenza.

Ognuno dei personaggi di Quando il mondo era giovane approccia il nuovo decennio con le stesse domande: cosa ci si può aspettare da futuro? C’è speranza che le ferite del passato, della mente e del cuore, possano guarire?

Quando il mondo era giovane è una nuova saga famigliare in due volumi che è valso a Carmen Korn il paragone con Elena Ferrante.

La trama del romanzo

1° gennaio 1950: a Colonia, Amburgo e Sanremo si festeggia l’arrivo del nuovo decennio. Quello che si è appena concluso ha lasciato ferite profonde: nelle città, nelle menti e nei cuori. La casa di Gerda e Heinrich Aldenhoven a Colonia è stata distrutta e la galleria d’arte di Heinrich non basta per sfamare tutti. Ad Amburgo, invece, l’amica di Gerda, Elisabeth, e suo marito Kurt hanno meno preoccupazioni economiche: come manager pubblicitario di una cassa di risparmio, Kurt riesce a sostenere la sua famiglia; anche qui, però, i problemi non mancano: il genero Joachim non è ancora tornato dalla guerra. E infine Margarethe, nata Aldenhoven, si è trasferita da Colonia a Sanremo. La vita al fianco del marito italiano sembra spensierata, ma la presenza della suocera è molto ingombrante… Ognuno festeggia il capodanno a modo suo, ma il mattino seguente tutti si pongono le stesse domande: le ferite finalmente guariranno? Cosa riserva il futuro?

Come inizia

 

1950

Colonia

   Gerda scostò la tendina e il suo sguardo si posò sulla fontana di pietra che sorgeva proprio davanti alla casa di Pauliplatz. Era una visione familiare: un bimbo paffuto seduto su una sfera che si portava alle labbra un flauto di Pan. Le sembrava quasi di sentirne le note. Appariva però di un grigio spento, come se la pietra si fosse fatta più porosa. Eppure gli sconquassi della guerra, che avevano raso al suolo case e strade, non erano riusciti a far cadere lo strumento dalle mani del putto.

   Contemplare per qualche minuto la fontana era il rituale che Gerda Aldenhoven non mancava di ripetere ogni Capodanno. Forse temeva che, se avesse smesso, le avrebbe portato sfortuna.

   «Ti ricordi l’ultimo concerto al Gürzenich?».

   «La Terza di Schumann. È passato così tanto tempo che dubito sia successo realmente», disse Heinrich Aldenhoven. E sospirò al ricordo della vecchia sala dove si andava, per tradizione, ad ascoltare il concerto la sera dell’ultimo dell’anno.

   «Lo ricostruiranno il Gürzenich, Heinrich. Vedrai».

   «Spero solo di esserci ancora, quando succederà. E tu? Lo senti anche stavolta, il flauto?».

   Gerda sorrise e lasciò cadere la tendina. Poi raggiunse il marito che era fermo sulla porta. Gli carezzò le guance non rasate. «Hai deciso di farti crescere la barba, nonnetto?». Heinrich aveva dieci anni più di lei, una differenza d’età che fino a qualche anno prima non si notava.

   «Vado subito a farmela. Potresti anche usare qualche altro nomignolo! Dopo tutto quello che abbiamo passato, scusa tanto se non sembro più un ragazzino». Avevano dovuto nascondere in cantina il figlio quattordicenne per timore che andassero a prenderlo per farlo combattere nella Milizia popolare. Heinrich Aldenhoven era stato chiamato alle armi nell’ultimo periodo, nel marzo del ‘45, quando a Colonia la guerra era praticamente finita. Aveva imboccato Aachener Straße ed era finito nelle braccia degli americani, che avevano occupato la parte occidentale della città. Aveva consegnato le armi al nemico con sollievo. «Go home, grandpa», gli aveva detto un giovane soldato.

   «Siamo gli unici a essere già in piedi?», domandò Heinrich guardando la pendola che era lì dal 1914, quando si erano trasferiti in quella casa. Un quarto alle nove.

   «I ragazzi sono tornati verso le quattro. Hanno cercato di non fare rumore, ma ho visto la luce in corridoio da sotto la porta».

   «Allora si vede che la festa è andata bene».

   «Beata gioventù!», sospirò Gerda. «Stiamo proprio invecchiando, tu e io».

   «Soprattutto io».

   «Non mi sento abbastanza matura per diventare vecchia».

   «Povera cara!». Heinrich rifletté che forse avevano fatto male a trascorrere il Capodanno da soli. A Gerda sarebbe piaciuto festeggiare, mentre lui aveva preferito una serata tranquilla. Senza i ragazzi, che per parte loro erano ansiosi di recuperare la gioia e l’allegria negate per anni. E senza le sue stressanti cugine, che vivevano lì da quando il loro appartamento di Klettenberg era andato distrutto in un bombardamento. Come avessero fatto Billa e Lucy a restare nubili era per lui ancora un mistero. Gli uomini non erano mancati nelle loro vite. Ma adesso che si erano stabilite lì, vedevano in lui il bravo padre di famiglia.

   La sera prima erano andate a far baldoria, come amava dire Billa. Il che voleva dire mangiare in una birreria e vedere un film nel nuovo cinematografo a Hahnentor. Non dubitava che presto avrebbe avuto un resoconto dettagliato della serata.

   Si sedette sulla vecchia poltrona damascata vicino alla libreria, pescò un libro a caso e inforcò gli occhiali. Enrico il Verde di Gottfried Keller: la storia di un artista fallito. Be’, non era proprio la lettura adatta, lo costringeva a pensare al pessimo stato degli affari della galleria. Del resto la gente non aveva più le pareti dove appendere i quadri. Non si vendevano nemmeno i paesaggi, che prima della guerra andavano piuttosto bene.

   Si sistemò sulla poltrona e aprì il libro. Si sentì del trambusto in cima alle scale. Gli zoccoli di legno di Billa. Forse avrebbe fatto meglio a tenere davanti al naso il grosso libro che era posato sul tavolino del telefono. Il secolo d’oro della pittura fiamminga, un tomo illustrato che gli aveva regalato Gerda per Natale.

   «Arriva Billa», annunciò lei.

   «Come non sentirla». Billa però andò direttamente incucina. Probabilmente stava versando un tuorlo d’uovo in un bicchiere e lo condiva con le ultime gocce rimaste di salsa Worcester, sale e pepe in abbondanza. Era il suo rimedio contro i postumi della sbronza: un’abitudine molto bohémien.

   «Sii un po’ più comprensivo con lei. Se non avessimo dei parenti in casa, probabilmente dovremmo ospitare degli estranei», lo rimbeccò Gerda.

   «Sarebbe molto meglio. Billa la conosco fin troppo bene».

   «È che non ha niente da fare».

   «E allora che si trovi un lavoro, invece di fare la gran dama! Ho letto che cercano telefoniste. Così potrà origliare le conversazioni altrui e avere di che spettegolare con le amiche».

   «Oggi ce l’hai proprio con tua cugina. Perché piuttosto non telefoniamo ad Amburgo? E a Sanremo? Così ti tiri un po’ su».

   «Sì, ma dopo, con calma. Facciamo gli auguri a tutti. Cosa ci porteranno gli anni Cinquanta?».

   Heinrich era in preda a sentimenti contrastanti: da una parte la speranza, dall’altra la paura delle novità che il primo decennio di pace avrebbe portato. Soprattutto si domandava come avrebbe fatto a mantenere la sua numerosa famiglia. Con ameni paesaggi del Basso Reno? Improbabile. Forse avrebbe fatto meglio a scommettere sudelle stampe a colori con immagini della vecchia Colonia. Proprio come una volta. Non era questo che la gente voleva? Rinverdire i ricordi del passato?

   «Del resto io cambio umore facilmente», disse a Gerda, che nel frattempo si era alzata per andare in cucina. La mattina del primo dell’anno si mangiava insalata di aringhe con rape rosse e mele. Era la tradizione della famiglia di Gerda. Heinrich, dal canto suo, a quell’ora avrebbe preferito una bella fetta di profumato pane all’uvetta con un velo di burro sopra.

   Si alzò per seguire sua moglie e sedersi a tavola accanto a Billa. I ragazzi non erano gli unici assenti. «Che ne è di Lucy?», domandò.

   «Vuole dormire un altro po’», disse Billa. «Russava sodo, la mia sorellina, quando ho bussato». Senza nemmeno aspettare che Gerda posasse la ciotola sul tavolo, si servì un’abbondante porzione di aringhe. «Proprio quello che ci vuole dopo una serata di bagordi!». La diceva ogni anno, quella frase.

   Heinrich osservò con aria quasi truce le spesse fettine di tubero rosso. «Quest’anno però ci sono molte rape e poco pesce».

   «Fanno bene al cuore, non lo sapevi?», replicò Gerda. Non era poi così facile fargli cambiare umore.  

Amburgo 

   «Joachim non tornerà».

   «È con questo spirito che vuoi iniziare il nuovo anno?».

   Kurt Borgfeldt smise di fissare il cielo grigio che non prometteva schiarite e guardò dritto in faccia sua moglie. «Dovete smettere di tormentarvi, tu e Nina. Non vi fa bene, e non fa bene nemmeno al bambino lasciargli credere che suo padre tornerà dalla guerra!».

    «A maggio saranno cinque anni che è finita», constatò lei.

   «Esatto».

   «E tu credi che ci sentiremmo meglio se dessimo Joachim per morto?», protestò Elisabeth scuotendo il capo.

   «Almeno questo strazio finirebbe, Lilleken. Ieri Nina è tornata a casa prima di mezzanotte. Sai perché? Speravo si divertisse un po’ dai Clarke». Nina, la loro figlia, sembrava sconvolta al rientro dalla festa di Capodanno. Eppure i Clarke, gli inglesi che gestivano l’agenzia di traduzioni per cui lavorava da qualche mese, erano suoi buoni amici.

   «Voleva stare con Jan quando suonavano le campane dell’anno nuovo».

   «Jan dormiva profondamente, lo sai bene. C’eravamo noi con lui».

   «È dura per lei, Kurt. Comincia un decennio nuovo, e le possibilità di veder tornare Joachim non fanno che diminuire. Due giorni fa Jan ha compiuto cinque anni e non ha mai visto suo padre!».

   «Come molti altri bambini», le fece notare lui.

   «Questo non rende meno triste la situazione».

   «No», ammise Kurt. «Ma abbiamo tutti bisogno di un po’ di gioia, di un po’ di leggerezza, anche Nina».

   «E credi che ci sentiremmo più leggeri, se dessimo suo marito per morto?».

   «Ormai anche dai campi di prigionia russi possono scrivere alle famiglie, grazie alla Croce Rossa. Se fosse in vita, avremmo avuto notizie già da tempo».

   «Io mi fido del mio buon presentimento», insistette Elisabeth.

   «Avevi un buon presentimento anche riguardo al figlio dei Tetjen, finché non è arrivata la notizia che era morto».

   Poi entrambi guardarono il lampadario di vetro smerigliato, che di colpo si era messo a oscillare. Su dai Blümel cominciavano già a far chiasso, dopo che il padre era tornato all’alba dal suo turno di lavoro come cameriere.

   Una volta al primo piano ci vivevano Nina e Joachim. Nell’aprile del ’44 lui era tornato in congedo per l’ultima volta. E nove mesi dopo, verso la fine dell’anno, era nato Jan. Adesso Nina e Jan vivevano con loro al pianoterra. Elisabeth e Kurt avevano ceduto loro la camera e si erano spostati nella stanza più piccola accanto alla cucina. Al primo piano c’erano i Blümel e nel sottotetto i Tetjen.

   Si stava stretti. Perfino in cantina, ogni tanto, c’era gente che dormiva sui vecchi materassi sotto i tubi del riscaldamento e si lavava alla fontana. I Blümel davano l’indirizzo di quella accogliente casa di Amburgo a tutti i loro amici in fuga dalla Slesia diretti a ovest; alcuni si fermavano per una breve sosta, altri restavano più a lungo.

   «Ringraziamo il cielo di avere ancora un tetto sopra la testa», disse Elisabeth. Una frase che lei e suo marito pronunciavano spesso in momenti come quello.

   «E non abbandoniamo la speranza di veder tornare Joachim», aggiunse.

   Kurt annuì, ma si sentiva a disagio. Si voltarono entrambi verso la porta che si era aperta di uno spiraglio. Jan, il nipotino, entrò a piccoli passi in cucina con il vecchio orsacchiotto stretto al petto. Era lo stesso con cui aveva dormito Nina, tanti anni prima.

   «Mamma dorme ancora. È tornata tardi ieri?».

   «No. Era già a casa prima di mezzanotte», gli disse sua nonna.

   Poi lo sguardo di Elisabeth andò ai due calici che erano ancora sul ripiano di ceramica accanto all’acquaio. Nina non aveva voluto nemmeno brindare con loro al nuovo anno, era corsa direttamente in camera, ansiosa di infilarsi nel letto col bambino e l’orsacchiotto. Doveva essere successo qualcosa alla festa.

   «Posso avere i cornflakes a colazione?», domandò Jan. Adorava i cibi che vendevano allo spaccio del comando militare inglese, dove facevano la spesa i soldati e le loro famiglie. I Clarke erano soliti rifornire generosamente Nina di quei prodotti.

   «Stamattina pane all’uvetta con burro e marmellata. E siccome è festa anche la cioccolata calda», disse Kurt. Si era sempre considerato un ammiratore dell’Inghilterra e della sua cultura, ma le nuove abitudini in fatto di colazione lo lasciavano perplesso: fiocchi di mais, burro di arachidi e, peggio di tutto, quella crema appiccicosa che si chiamava Marmite.

   «Aspettiamo Nina per fare colazione», propose Elisabeth. «Nel frattempo Jan può avere una tazza di cornflakes».

   «Tornando alla leggerezza», disse Kurt, «dopo pranzo si potrebbe fare una passeggiata lungo l’Alster. Arriviamo da Bobby Reich e ci beviamo un grog»

   .«Anche io!», esclamò Jan.

   «Anche tu, certo. Un grog per bambini».

   «Senza esagerare, però. Un grog dopo l’altro e potresti sentirti un po’ troppo leggero…».

   «Non fare la guastafeste, Lilleken! Non ci si ubriaca col grog. Jan potrebbe portare il suo monopattino».

   «Sì! Che bello!». La delusione era stata grande, a Natale, quando sotto l’albero il bambino aveva trovato solo pacchetti morbidi, con dentro maglioni, berretti di lana, sciarpe e guanti. Ma almeno il giorno del suo compleanno, il 30 dicembre, erano riusciti a prendergli il monopattino: e non di quelli di legno con le rotelle di latta, ma di uno scintillante metallo rosso con robuste ruote gommate.

   Elisabeth mise davanti al nipotino la ciotola di latte e cornflakes, poi sistemò sul tavolo piatti, tazze, burro e la marmellata di ribes raccolti in giardino. Posò sul tagliere il tradizionale pane all’uvetta. In quel momento entrò Nina. Gli occhi ancora socchiusi, i capelli sciolti, le guance arrossate dal sonno. Era l’aspetto che aveva sempre al mattino appena sveglia. Eppure quel giorno in lei c’era qualcosa di diverso.  

Sanremo

   Dalla finestra aperta entrava un refolo freddo. Dunque avrebbe dovuto indossare la pelliccia di ermellino. L’azzurro vivace del cielo poteva trarre in inganno, ma la temperatura era scesa di diversi gradi, quel primo giorno del 1950. Le parve perfino di veder scintillare uno strato di ghiaccio su via Matteotti, quattro piani più in basso. A Margarethe la pelliccia di ermellino non piaceva affatto, ma gliel’aveva regalata sua suocera e si sarebbe offesa a morte se non l’avesse indossata per il grande pranzo di famiglia al Royal. Ai Canna piaceva far sfoggio della loro ricchezza, e la pelliccia serviva proprio a questo. Margarethe la chiamava “la pelliccia reale”

   .Sua suocera, Agnese, sostenitrice della monarchia, aveva subito un duro colpo quando quattro anni prima il re Umberto era stato esiliato. Lo reputava un “uomo gentile”. E ora lo costringevano a vivere in un paese straniero.

   A volte Margarethe aveva la sensazione che le fosse toccata la stessa sorte del re: Sanremo non era mai diventata davvero casa sua. Suo figlio era nato a Colonia. Si erano trasferiti in Italia, paese natale di suo marito, un anno dopo l’insediamento di Hitler: Bruno trovava il fascismo italiano più tollerabile di quello tedesco, senza contare che il clima al museo di Colonia, dove lavorava come curatore, era cambiato molto in fretta.

   Margarethe Canna, nata Aldenhoven, sospirò affranta al pensiero di sua suocera e dell’ermellino. Agnese si vantava di provenire da una famiglia veneziana, ma non raccontava mai che i suoi genitori vivevano in un quartiere popolare e non in un palazzo. Aveva conosciuto la ricchezza quando aveva sposato un rampollo della dinastia ligure dei Canna.

   Margarethe invece proveniva da un’importante famiglia di Colonia, anche se sua suocera la trattava come la figlia di un umile carbonaio. Non era mai stata all’altezza delle sue aspettative. Perché concedeva a quella donna tanto spazio nei suoi pensieri?, si domandò con irritazione. Da sedici anni sopportava la sua arroganza.

   «Non mettertela e basta».

   «Come dici?», domandò anche se aveva capito perfettamente cosa aveva detto Bruno.

   «La pelliccia di ermellino. Lo vedo che scuoti il capo, hai le spalle contratte… chiari segni di scontento».

   Margarethe si voltò verso di lui. «In momenti come questo capisco perché ti ho sposato, vent’anni fa».

   «Mi hai sposato perché eri incinta di nostro figlio. A proposito, Gianni è già in piedi. È di là che fa le flessioni. Ha buoni intenti, a quanto pare».

   «Quanto preferirei andare a San Romolo, noi tre soltanto, e mangiare in una bella trattoria invece che al Royal!». Le sembrava già di vederla, la grande tavolatacon la reverenda matriarca al posto d’onore, l’untuoso proprietario del ristorante che le cinguettava intorno e il vassoio d’argento con il fagiano frollato giorni e giorni dal rinomato macellaio di via Palazzo. Al Royal si cucinava alla francese: la selvaggina era d’obbligo.

   «Di’ la verità, preferiresti essere a Colonia in questo momento?».

   «No, Bruno. A me piace vivere qui. La mia spina nel fianco è Agnese, e con gli anni va sempre peggio. L’unica cosa che apprezza è che sono cattolica».

   «E anche che le hai regalato il suo prezioso nipote».

   «Gli aborti però non me li ha mai perdonati».

   «Questo non è vero», borbottò Bruno.

   «Invece sì, e lo sai bene».

   «Vieni in cucina a bere un caffè con me. Chiacchieriamo un po’ di ieri sera e mangiamo le lenticchie. Sarà la prima cosa che mamma ci domanderà. Da che ho memoria, si preoccupa perché, se non ne mangiamo abbastanza la sera della vigilia, perderemo tutti i soldi nel nuovo anno».

   «Preferirei una fetta di panettone». Il profumato dolce coi canditi era ben più invitante di un piatto di legumi freddi.

   «Solo una cucchiaiata, ti prego. Non farmi dire una bugia», insistette lui.

   Margarethe lo seguì in corridoio e arrivata in cucina trangugiò un cucchiaio di lenticchie, un po’ troppo al dente.

   «Mi reputi un vigliacco, vero?», le disse lui.

   «Se ti presentassi al ristorante con la moglie in un cappotto rosso, saresti l’eroe del giorno».

   «Ed è proprio quello che farò. Mia moglie avrà un cappotto molto, molto rosso!».

   Detto questo, avvicinò la ciotola e prese a mangiare le lenticchie.

   «È stata una bella serata, ieri, da tuo fratello e Donata», disse Margarethe. «Gli amici di Bordighera erano simpatici». Tagliò una fetta di panettone ciascuno e le mise sui piatti di porcellana grezza che usavano solo in cucina.

   «Soprattutto quando la scollatura di mia cognata è scesa un po’ troppo! Quel momento non lo dimenticherò mai. Meno male che non c’era mia madre, altrimenti l’avrebbe obbligata a recitare una ventina di avemaria per aver mostrato il décolleté».

   Sua suocera non rendeva la vita facile neppure a Donata. Lei era sanremese, e questo era un punto a suo favore, ma non aveva avuto figli, anzi, a trentadue anni non era mai rimasta incinta. “La colomba secca”, la chiamava Agnese, e glielo rinfacciava ogni volta che ne aveva l’occasione.

   Si domandò perché tutti sopportassero senza batter ciglio le angherie di Agnese Canna. Era per i soldi, per l’azienda di floricoltura che la famiglia mandava avanti da generazioni? No, i soldi non c’entravano. I cordoni della borsa li tenevano Bruno e Bixio. Eppure i due fratelli si sarebbero fatti tagliare una mano piuttosto che mancarle di rispetto o criticarla. Finché era stato in vita Bruno senior le cose erano andate meglio, perché gran parte della cattiveria della moglie se la sorbiva lui. Ma il poveretto era morto nel maggio del ’45, e non per ferite di guerra, ma per un mal di cuore che durava da una vita.

   «Ora vado a vestirmi», disse Margarethe.

   Bruno annuì. «Si va in guerra». E mentre la moglie usciva dalla stanza si crogiolò nel pensiero che forse, a quel pranzo, sua madre avrebbe potuto mordere un proiettile con la costosissima dentatura nuova di zecca. Il povero fagiano era stato sicuramente ucciso da uno dei cacciatori locali. Ridacchiò e prese una fetta di panettone.  

Colonia 

   Heinrich Aldenhoven si guardò allo specchio alzando le sopracciglia. Il suo viso e il suo corpo erano ancora magri come negli anni della guerra quando avevano sofferto la fame. Pian piano però la gente aveva ricominciato a ingrassare, solo lui non riusciva proprio a mettere su peso. Tuffò il pennello nella ciotola di porcellana per mescolare la schiuma da barba. Inspirò l’odore del Kaloderma, che usava da quando aveva cominciato a radersi. Non aveva mai cambiato marca. All’inizio era stato perché non sopportava più il profumo dell’acqua di Colonia 4711, con quella bottiglietta turchese, che pervadeva ogni angolo della città. Poi l’odore pulito del Kaloderma era diventato un’abitudine e un piccolo conforto quotidiano.

   Aveva mangiato da bravo il suo piatto di insalata di aringhe e sopportato stoicamente le chiacchiere di Billa, che aveva raccontato nei dettagli la sua serata soffermandosi a lungo sull’assoluta necessità di possedere una stola di volpe argentata uguale a quella indossata dalla protagonista del film che aveva visto. Forse le cugine non avevano capito la gravità della situazione finanziaria in cui versava la galleria. Billa, in particolare, aveva la spiccata capacità di rimuovere i fatti sgradevoli della vita. Né lei né Lucy, pur avendo ereditato dal padre una quota della galleria, si erano mai occupate degli affari.

   All’inizio del secolo i fratelli Aldenhoven avevano avuto un discreto successo con i pittori espressionisti, ma già negli anni Venti non rappresentavano più nessun artista di spicco e poi, con l’avvento del nazismo, si erano ridotti al commercio di opere puramente decorative.

   In quel periodo, in galleria, c’era solo un quadro a cui teneva particolarmente e aveva deciso di regalarlo a Gerda per il suo compleanno: l’opera geniale di un giovane artista dalla mano fatata. Doveva averla dipinta a memoria, perché il Kaffeehaus sull’Ananasberg, nell’Hofgarten di Düsseldorf, era stato raso al suolo dai bombardamenti. 

   «Semolino il primo dell’anno!», commentò Billa. «State scherzando!».

   «Che cosa avresti preferito? Aragoste, magari?». Gerda avvertì il tono polemico nella propria voce e se ne pentì all’istante. Di solito era più paziente del marito con Billa, ma anche la sua pazienza aveva un limite.

   «Tu e Heinrich vi comportate come se fossimo ancora nell’inverno del ’46, quando si moriva di fame!».

   Gerda pelò due grosse cipolle e le mise sul tagliere. «Guarda, ci metto pure le cipolle».

   «Che lusso!».

   «Se contribuissi anche tu a mandare avanti la baracca…», borbottò Gerda.

   «Lucy e io abbiamo messo tutto quel che avevamo nella galleria, quando è morto papà. Non eravamo mica obbligate!».

   «È meglio se vai a fare una passeggiata, Billa. Sennò finisce che litighiamo. Magari incontri un distinto signore anziano che ti porta a mangiare fuori».

   «L’“anziano” te lo potevi anche risparmiare».

   «Quest’anno compi cinquant’anni o sbaglio?».

   «Mancano molti mesi. E tu non sei tanto più giovane».

   «No», ammise Gerda. Lei avrebbe compiuto quarantotto anni il 12 gennaio e Heinrich cinquantotto una settimana dopo. Prima della guerra avevano l’abitudine di festeggiare i loro compleanni con una grande festa in maschera. A volte era venuta anche la sua amica Elisabeth da Amburgo. Forse era il momento di riprendere quella tradizione. Lanciò un’occhiata all’orologio, erano quasi le due e mezzo. Dopo la colazione abbondante, avrebbero pranzato tardi, e nel pomeriggio si sarebbero decisi a telefonare ai Borgfeldt.

   «Almeno mettiamoci qualcosa in quella minestrina. Ce l’avremo un po’ di pane duro, no? Oppure Heinrich ha già fatto piazza pulita? È talmente ghiotto di pane».

   «Di là in dispensa ce n’è un bel pezzo. Se riesci a tagliarlo, possiamo fare dei crostini».

   «Si chiamano croûtons», la corresse Billa. «Sono l’unica in questa casa a tenere un po’ all’eleganza. Una volta ordinavamo cibi raffinati da Hoss, ti ricordi? Quelle tartine al fegato d’oca con il tartufo!».

   «Davvero non ti sei accorta che Heinrich non riesce più a vendere un quadro?».

   «Non è mai stato un bravo commerciante. E poi spaventa i clienti con quell’espressione da santo! Dico, ma hai visto che faccia ha fatto quando ho parlato della stola di volpe argentata?».

   Gerda si mise a sminuzzare la cipolla. E subito presero a lacrimarle gli occhi. «Dovresti far visita a Margarethe a Sanremo. Credo che andresti molto d’accordo con sua suocera, sai? Soprattutto riguardo alle pellicce».

   «Ne sono sicura», disse Billa. «Me la ricordo bene, la signora Canna. L’eleganza fatta persona! Purtroppo però sono impegnatissima qui a Colonia. A causa di un signore tutt’altro che anziano». E si godette la reazione stupefatta di sua cognata.

   «Hai un uomo e passi il Capodanno con tua sorella?», domandò Gerda riavendosi dallo stupore.

   «È impegnato in una tournée nell’Holstein». Billa scomparve nella dispensa e tornò con il pane secco. Era talmente duro che non ci fu verso di tagliarlo e dovettero metterlo a tavola tutt’intero, vicino al piatto di Heinrich. Billa sorrise al pensiero. 

   l pane. Si erano dimenticati il suo valore, tutti loro. Quanto fosse prezioso. Sentendosi addosso lo sguardo sarcastico di Billa, Heinrich esitò a prenderlo e inzupparlo nella minestra. No, non gliel’avrebbe servita così, su un piatto d’argento. Si sarebbe messo il tozzo di pane in tasca una volta che lei si fosse alzata da tavola e lo avrebbe inzuppato più tardi in qualcos’altro.

   Ma Billa non era l’unica a osservarlo, anche Gerda lo scrutava, era preoccupata per lui? Lucy invece sembrava ignara di tutto e sorbiva tranquilla la sua minestra. I ragazzi non c’erano. Erano tornati dai loro amici a mangiare e bere gli avanzi della sera prima e a mettere in ordine.

   Prima di pranzo Gerda gli aveva annunciato che doveva dirgli una cosa. Una cosa che, a parer suo, gli avrebbe risollevato il morale.

   «Cos’è che volevi dirmi?», le domandò mentre sparecchiavano, dopo essersi ficcato in tasca l’agognato pezzo di pane.

   «Prima chiamiamo i Borgfeldt, che ne dici?».

   «Va bene. A quest’ora dovrebbero aver finito di mangiare».

   Ma quando riuscirono a prendere la comunicazione poterono parlare solo con Nina, la figlia di Elisabeth e Kurt. Gli altri erano appena usciti per fare una passeggiata lungo il fiume Alster.Eccolo di nuovo quello sguardo preoccupato sul volto di Gerda. «Billa non ha tutti i torti. A volte sembri veramente un santo».«Buon Dio…», borbottò Heinrich Aldenhoven.

Amburgo 

   Nina mise giù la cornetta del telefono, sistemato su un tavolino nello stretto corridoio tra la cucina e quella che prima era la camera da letto dei suoi. Lì accanto c’era una sedia nel caso le conversazioni fossero andate per le lunghe. Ma non succedeva mai. Se Joachim fosse arrivato all’improvviso sarebbe passato davanti a quel tavolino, poi avrebbe salito di corsa le scale per abbracciare moglie e figlio. Non poteva sapere che adesso nel loro appartamento abitavano i Blümel, fuggiti dalla zona di Breslau: madre, padre e tre bambini.

   Nina lo aspettava dal giorno in cui era arrivata la sua ultima lettera dal fronte, nel gennaio del ’45. Aveva appena saputo di essere padre.

   Joachim, ma lei lo aveva sempre chiamato Jockel. Quel nome stava cominciando pian piano a svanire dai suoi pensieri.

   Andò in cucina e si avvicinò alla finestra. Il cielo si andava annuvolando, la passeggiata dei suoi genitori con Jan non sarebbe durata molto. Aveva detto a sua madre che non se la sentiva di uscire perché era infreddolita, forse si era presa l’influenza. Aveva preferito restare a casa. Per starsene un po’ da sola a pensare a un uomo che non era suo marito.

   No, non poteva perdere la testa per un altro così, dal giorno alla notte. L’amore non è una cosa repentina. Ripensò a come era andata con Joachim nel 1940, l’anno in cui era iniziata la guerra. Avevano entrambi vent’anni e a Nina sembrava di ricordare un lento avvicinamento: erano talmente giovani, talmente imbarazzati.

   Vinton, non le sembrava di aver mai sentito prima quel nome. Vinton Langley. Inglese, da un anno e mezzo corrispondente ad Amburgo per il «Manchester Guardian», anche se adesso lavorava soprattutto per «Die Welt», il giornale fondato nel 1946 dal governo militare britannico.

   Era tutto quel che sapeva di Vinton Langley. E lui, cosa sapeva di lei? Che aveva un figlio piccolo e molta fretta di tornare da lui, tanto da lasciare la festa prima che scoccasse la mezzanotte, prima dei brindisi festosi per celebrare l’inizio del nuovo anno. L’aveva guardata andar via come se sperasse che perdesse almeno una scarpetta, così da poter ritrovare la sua Cenerentola. Ma quella non era una favola: gli sarebbe bastato chiedere ai Clarke.

   June Clarke allora avrebbe spiegato a Vinton Langley come mai era scappata in quel modo. Gli avrebbe detto della sua attesa, l’attesa di un uomo che probabilmente era morto da tempo. Erano rimaste solo lei e sua madre a credere che Joachim potesse ancora tornare a casa. E anche Jan, a cui continuavano a dare speranze probabilmente aggravando la sua confusione.

   Vinton. Cos’è che aveva detto? Di lì a poco sarebbe partito per Londra dove avrebbe seguito un corso di formazione di quattro settimane alla BBC. Nina non aveva capito bene perché, visto che non lavorava alla radio ma scriveva per un quotidiano. Così le aveva detto. Del resto era un sollievo che se ne andasse da Amburgo. Anzi, che se ne resti a Londra, pensò Nina.

   L’ampio, luminoso living room dei Clarke era pieno di gente. Lei se ne stava vicino alla finestra del balcone con un bicchiere in mano e all’improvviso dall’altra parte della stanza le era venuto incontro questo sconosciuto con l’aria di chi ha appena trovato quello che stava cercando.

   Nina poggiò la fronte al vetro che ora si andava riempiendo di goccioline. Era arrivata la pioggia. Vide i suoi genitori e Jan affrettarsi su Blumenstraße, verso la vecchia casa che anche prima della guerra non era di certo signorile, una modesta costruzione in una zona elegante.

   Accese la luce in cucina, i quattro paralumi di vetro smerigliato montati su una croce di legno scuro sembravano recipienti per il compost. D’estate si riempivano d’insetti che puntualmente restavano fulminati dalle lampadine da cento watt. Una vista che odiava fin da quando era piccola.

   Mobili chiari, pensò Nina. Come dai Clarke. Se Joachim fosse finalmente tornato avrebbero avuto una casa tutta loro, con i mobili chiari. Una casa nuova. Sorrise e decise di aggrapparsi a quel pensiero. 

Elisabeth Borgfeldt si sentì sollevata; le parve di scorgere l’ombra di un sorriso sul viso della figlia. Andò ad appendere i cappotti bagnati nel sottoscala. Nina intanto stava togliendo la giacca a vento a Jan, si era inceppata la cerniera.

   «Ti senti meglio?», le domandò Elisabeth.

   «Hanno telefonato da Colonia».

   «Richiamano loro?».

   «Sì… come mai non ti sei messo i guanti?», disse rivolgendosi al piccolo.

   «Non riesco a tenere bene il manubrio del monopattino, coi guanti», replicò il bambino.

   «Ti sei scaldata ora?», fece la madre guardando la figlia con insistenza. Nina non sembrava affatto raffreddata. Piuttosto aveva la testa altrove. Elisabeth spinse con dolcezza il nipote verso la cucina. «Scommetto che il nonno non vede l’ora di giocare con te a Non t’arrabbiare».

   «Davvero?», disse Kurt, che aveva appena preso in mano l’edizione dell’«Abendblatt» del primo dell’anno. «Se lo dice Lilleken deve essere vero». Jan aveva già preso la scatola di cartone rosso e stava disponendo le pedine sul tabellone.

   «Così noi ci occupiamo di quel vestito con l’orlo scucito». E trascinò la figlia in camera da letto prima che obiettasse che non c’era nessun orlo scucito.

   «Mamma, smettila. Non ho niente da dirti».«Si tratta di Joachim?», domandò Elisabeth sedendosi sul bordo del letto.

   Nina restò in piedi davanti alla piccola scrivania, la stessa di quando era bambina. «Di che altro potrebbe trattarsi?».

   «È successo qualcosa alla festa ieri sera?».

   «Non è successo niente. Ho bevuto un po’ troppo e troppo in fretta. È solo per questo che non ho voluto brindare con voi a mezzanotte. Mi girava già la testa».

   Elisabeth annuì. «Lo sai che a me puoi dire tutto».

   Squillò il telefono.

   «Saranno Gerda e Heinrich», disse Nina con malcelato sollievo.

   Sua madre si alzò e prima di uscire dalla stanza si voltò verso di lei un’ultima volta. «Davvero non è successo niente? Non è che qualcuno ti ha importunato?».

   «Non far aspettare Gerda», tagliò corto Nina. Quel terzo grado le dava sui nervi. Elisabeth rimproverava spesso Kurt perché era troppo superficiale, ma di certo era più discreto e con lui, forse, Nina si sarebbe confidata, in fondo anche da bambina era a lui che raccontava i suoi piccoli segreti. Ma quella storia decise di tenerla per sé.

   «A Jan servono dei mezziguanti», disse Elisabeth prima di rispondere al telefono e scambiare gli auguri di buon anno con la sua migliore amica

   .Ma dopo le prime frasi di rito, i suoi pensieri tornarono a Nina. Non voleva che abbandonasse la speranza di veder tornare Joachim.

Continua a leggere…

 

L’autrice

 

Carmen Korn La scrittrice, nata a Düsseldorf nel 1952, è una scrittrice e giornalista che vive ad Amburgo con la sua famiglia ed è già autrice di una trilogia tutta al femminile che abbraccia il Novecento: Figlie di una nuova era (Fazi, 2018), È tempo di ricominciare (Fazi, 2019) e Aria di novità (Fazi, 2020). Che compongono una trilogia dall’enorme successo.

 

  • Quando il mondo era giovane
  • Carmen Korn
  • Traduttore: Manuela Francescon
  • Editore: Fazi
  • Collana: Le strade
  • Anno edizione: 2021
  • In commercio dal: 3 giugno 2021
  • Pagine: 650 p., Brossura
  • EAN: 9788893258432. Acquista € 19,00

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