Quando le città nascevano da un progetto e non dalla rendita

«Quando le città avevano un limite»
Dalle Bonifiche Pontine alla crescita a macchia d’olio: perché il dibattito sull’urbanistica del Ventennio merita di essere riaperto.
Redazione Inchiostronero
Nota redazionale
L’urbanistica del Ventennio è stata spesso giudicata esclusivamente attraverso la lente della politica. Eppure, al di là del giudizio sul regime, resta aperta una questione che riguarda ancora il nostro presente: è preferibile una città che cresce secondo un progetto pubblico o una città che si espande seguendo le convenienze del mercato immobiliare? Le Bonifiche Pontine offrono uno dei casi più interessanti per affrontare questa domanda.

Si è spesso criticata l’urbanistica del Ventennio per la monumentalità degli edifici pubblici, per il razionalismo architettonico e per il carattere autoritario della pianificazione. Critiche in parte comprensibili e storicamente fondate. Più raramente, però, ci si interroga sul modello urbano che ha sostituito quella stagione e sui risultati che esso ha prodotto.
In quel periodo nascevano grandi vie di comunicazione e la crescita urbana avveniva per parti definite, secondo una visione complessiva del territorio. Oggi siamo abituati a una forma di sviluppo molto diversa, spesso definita “a macchia d’olio”. Si costruisce dove è più conveniente al costruttore, generalmente su terreni agricoli dal costo contenuto. Le abitazioni arrivano per prime, mentre le strade, i servizi e gli spazi pubblici seguono con anni di ritardo.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: periferie prive di servizi adeguati, pendolarismo crescente, consumo di suolo e perdita progressiva dell’identità urbana. Le piazze, che per secoli hanno rappresentato il cuore della vita collettiva, vengono sostituite da parcheggi, rotatorie e centri commerciali.
L’urbanistica pubblica nasce invece da una logica opposta. Delimita, fissa un perimetro alla città e ne orienta lo sviluppo. Oltre quel limite non si costruisce oppure si costruisce secondo direttrici prestabilite. È ciò che avvenne durante il Ventennio in Italia e che, con modalità differenti, caratterizzò anche altre esperienze europee. L’obiettivo era evitare che l’espansione urbana divorasse progressivamente il territorio circostante.
La scuola, il parco, i negozi e i servizi arrivavano insieme alle case, non vent’anni dopo.
Per comprendere questa differenza è utile osservare uno dei più ambiziosi progetti territoriali realizzati in Italia nel Novecento: le Bonifiche Pontine. Al di là del giudizio politico sul regime, esse mostrano con chiarezza quale fosse l’idea di città e di territorio che guidava la pianificazione pubblica dell’epoca.
Se si vuole comprendere l’urbanistica del Ventennio bisogna liberarsi sia della nostalgia sia del pregiudizio. Non si tratta di giudicare il regime politico, ma di osservare un dato storico: per la prima volta in Italia lo Stato cercò di governare in modo sistematico la crescita del territorio.
L’idea di fondo era semplice: una città non è un insieme casuale di edifici, ma un organismo. Come un organismo ha bisogno di organi che funzionino insieme, così una città deve nascere con le sue infrastrutture essenziali. La casa da sola non basta. Servono strade, scuole, piazze, mercati, edifici amministrativi, impianti sportivi, spazi verdi e collegamenti con il resto del territorio.
Per questo motivo molti quartieri e molte città fondate durante il Ventennio vennero progettati secondo una logica unitaria. L’edificazione non procedeva per lotti indipendenti, ma seguiva un disegno complessivo. Quando arrivavano le abitazioni erano già previste le scuole, gli uffici pubblici, le aree commerciali e gli spazi di aggregazione. L’obiettivo era creare comunità stabili e non semplici agglomerati residenziali.

Naturalmente questa visione rispondeva anche alla cultura politica del tempo. Lo Stato fascista vedeva se stesso come il grande organizzatore della vita collettiva e riteneva che l’ordine urbano dovesse riflettere l’ordine sociale. Da qui derivavano la monumentalità di molte opere e una concezione fortemente gerarchica dello spazio pubblico. Tuttavia sarebbe un errore ridurre tutto a propaganda. Molte delle soluzioni urbanistiche adottate rispondevano a problemi reali che ancora oggi sono al centro del dibattito: il consumo di suolo, la dispersione urbana, il rapporto tra abitazioni e servizi.
L’esempio più noto è quello delle Bonifiche Pontine, probabilmente uno dei più ambiziosi interventi territoriali dell’Italia contemporanea.
Prima degli anni Trenta l’Agro Pontino era in gran parte una zona paludosa e malarica. La bonifica non consistette soltanto nel prosciugamento delle paludi. Fu un vasto progetto di trasformazione territoriale che comprendeva canali, strade, aziende agricole, case coloniche e soprattutto la fondazione di nuove città.
Tra queste spiccano Latina, Sabaudia, Pontinia e Aprilia.
Queste città non nacquero spontaneamente. Furono progettate a tavolino secondo principi razionalisti. Il centro civico, la piazza principale, il municipio, la chiesa, il mercato, le scuole e gli edifici pubblici venivano collocati secondo una gerarchia precisa. Lo spazio urbano era pensato per favorire la vita collettiva e per rendere immediatamente accessibili i servizi fondamentali.

Sabaudia rappresenta probabilmente il caso più interessante. Ancora oggi molti urbanisti la considerano una delle migliori realizzazioni del razionalismo europeo. La città fu costruita in poco più di otto mesi, ma non era un semplice dormitorio. Intorno alla piazza centrale si concentravano le principali funzioni civiche, amministrative e commerciali. Il cittadino poteva raggiungere a piedi gran parte dei servizi essenziali.
La stessa rete delle case coloniche era parte del progetto. Le abitazioni rurali non venivano distribuite casualmente, ma inserite in una maglia territoriale collegata da strade, canali e centri di servizio. Lo Stato cercava di costruire simultaneamente territorio, economia e comunità.
Confrontando questo modello con molta edilizia sviluppatasi dagli anni Sessanta in poi emerge una differenza fondamentale. Nel dopoguerra spesso si costruirono prima le abitazioni e solo successivamente si cercò di aggiungere scuole, trasporti e servizi. In molte periferie italiane la pianificazione seguiva l’edificazione invece di precederla. Ciò che doveva essere una città diventava spesso un insieme di quartieri separati, collegati principalmente dall’automobile e dal pendolarismo quotidiano.
Nacquero così numerosi quartieri dormitorio, privi di una vera identità urbana e spesso incapaci di sviluppare quella rete di relazioni che trasforma un insieme di edifici in una comunità.
Naturalmente il modello delle città di fondazione aveva anche limiti evidenti. Era fortemente centralizzato, lasciava poco spazio alla crescita spontanea e rifletteva una concezione politica dirigista. Tuttavia poneva una domanda che resta attualissima: può esistere una città senza un progetto complessivo?
Osservando molte periferie contemporanee, caratterizzate da consumo di suolo, traffico permanente e assenza di luoghi di aggregazione, la risposta sembra meno scontata di quanto si creda.
Forse il problema non è scegliere tra pianificazione e libertà. Il vero problema è comprendere che una libertà urbana priva di pianificazione rischia di produrre soltanto disordine, mentre una buona pianificazione dovrebbe servire proprio a rendere più libera e più vivibile la vita quotidiana dei cittadini.
Perché una città non è un insieme casuale di edifici, ma un organismo. E come ogni organismo, quando perde la capacità di coordinare le proprie parti, continua a crescere, ma smette lentamente di funzionare.

Bibliografia essenziale
- Leonardo Benevolo, Storia della città, Laterza.
- Giorgio Ciucci, Gli architetti e il fascismo. Architettura e città 1922-1944, Einaudi.
- Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, Mondadori.
Consigli di lettura

(1)
”Un grande omaggio allo scrittore che ha impresso sulla letteratura italiana una nuance fasciocomunista spiazzante, inattesa, indecifrabile, con un linguaggio ruspante e al contempo colto, vernacolare venetopontino.