Un romanzo geniale e irresistibile sul mondo dell’arte, raccontano con uno stile intriso di ironia e acume. Pungente, capriccioso, raffinato, imprevedibile: Quanto blu ci mostra la migliore scrittura di Percival Everett e l’irrinunciabile celebrazione di un romanzo perfetto.

 

Pungente, capriccioso, raffinato, imprevedibile Quanto blu ci mostra la migliore scrittura di Percival Everett e l’irrinunciabile festa di un romanzo perfetto. Kevin Pace è un artista e lavora da tempo a un dipinto che non lascia vedere a nessuno: non ai figli, non al migliore amico Richard e neppure a sua moglie Linda. Questa enorme tela di quattro metri per sette, interamente ricoperta da strati di vernice blu di diverse sfumature, potrebbe essere infine il suo capolavoro. Kevin non sa ancora dirlo o, meglio, non gli interessa, perso com’è nel suo passato di cui questo quadro sembra essere una sintesi, un’enigmatica e incomprensibile rappresentazione. Perché Kevin custodisce un segreto: dieci anni fa, a Parigi, ha avuto una relazione con una giovane pittrice e, seppur oggi non riesca a spiegarsi cosa lo mosse allora, il fantasma della ragazza e le bugie raccontate per anni non smettono di assediarlo. Mentre combatte con i demoni della sua memoria, Kevin deve difendere i sacrifici fatti in nome dell’arte e proteggere la sua famiglia da ciò che non hai mai avuto il coraggio di rivelare: il suo quadro, che racchiude un’indicibile verità, potrebbe essere la sua salvezza, o la sua condanna definitiva.

IL COLORE DEI SEGRETI E DELLE PAURE

Percival Everett, scrittore americano eclettico, prolifico e caratterialmente schivo, non ama parlare di sé né dei suoi libri. Vanta un passato da musicista jazz e da allevatore di cavalli.

Nella seconda di copertina si legge che l’autore ha qui raggiunto il traguardo del romanzo perfetto. Everett è sicuramente uno degli scrittori americani contemporanei più interessanti, mai monotono, sempre alla ricerca di contenuti diversi.

Quanto blu” è un romanzo che appassiona, ben costruito, e che nonostante i continui salti temporali non stanca, mantiene sempre desta l’attenzione del lettore.

La storia segue tre fili che si intrecciano e vanno a risolversi nel finale, ognuno di essi è riconoscibile grazie al titolo. Come un puzzle, ogni tessera trova man mano il suo posto e ricompone la storia di Kevin Pace, il protagonista che è anche narratore.

Kevin è un artista, un pittore nero, di cinquantasei anni, sposato con Linda, dalla quale ha avuto due figli, April e Will, di 16 e 12 anni.

Il protagonista si presenta nelle prime pagine e ci fa subito immergere nel suo passato: la narrazione è l’alternarsi di due lunghi flashback, uno che si inserisce nel 1979 (il titolo di ogni capitolo contenente questo flashback è infatti “1979”) ambientato nel Salvador a ridosso della guerra civile, ove ha vissuto eventi traumatici che lo hanno segnato per sempre e un altro, intitolato semplicemente “Parigi”, che narra la “sbandata” avuta con una giovanissima acquerellista, Victoire, dieci anni prima, mai confessata alla moglie.

La cornice in cui si inseriscono i due principali flashback si intitola “Casa” e racchiude non solo gli eventi del presente del protagonista, ma anche del passato legati però alla presenza di Linda, dalla richiesta di volerlo sposare agli eventi del finale.

Ciò che va riconosciuto all’autore è la varietà. Varietà nell’ambientazione, varietà nell’azione (in particolare nei capitoli in cui si narra l’avventura salvadoregna), varietà nei registri linguistici unite ad una certa profondità di scavo psicologico, intimo, che arriva alla confessione finale solo alla fine, in quanto tutta la storia lascia sempre qualcosa di sospeso, di insoddisfatto nella curiosità del lettore.

Everett cerca di distrarre chi legge rivelando man mano dei particolari che possano fargli pensare al finale, ma… non è poi così semplice e non ve lo dico.

La trama del romanzo

Kevin Pace è un artista e lavora da tempo a un dipinto che non lascia vedere a nessuno: non ai figli, non al migliore amico Richard e neppure a sua moglie Linda. Questa enorme tela di quattro metri per sette, interamente ricoperta da strati di vernice blu di diverse sfumature, potrebbe essere infine il suo capolavoro. Kevin non sa ancora dirlo o, meglio, non gli interessa, perso com’è nel suo passato di cui questo quadro sembra essere una sintesi, un’enigmatica e incomprensibile rappresentazione. Perché Kevin custodisce un segreto: dieci anni fa, a Parigi, ha avuto una relazione con una giovane pittrice e, seppur oggi non riesca a spiegarsi cosa lo mosse allora, il fantasma della ragazza e le bugie raccontate per anni non smettono di assediarlo. Mentre combatte con i demoni della sua memoria, Kevin deve difendere i sacrifici fatti in nome dell’arte e proteggere la sua famiglia da ciò che non hai mai avuto il coraggio di rivelare: il suo quadro, che racchiude un’indicibile verità, potrebbe essere la sua salvezza, o la sua condanna definitiva.

 

Come inizia

 

Una raffigurazione è un segreto su un segreto

Diane Arbus

Voglio partire dalle dimensioni. Come è giusto, peraltro. Un amico matematico mi ha detto una volta, o forse due, che la dimensione si collega alla struttura costitutiva di tutto lo spazio, e al suo rapporto con il tempo. Non ho afferrato il concetto né al momento né ora, nonostante il suo innegabile e lampante fascino poetico. Ha cercato anche di spiegarmi che le dimensioni di un oggetto sono indipendenti dallo spazio che lo racchiude. Non mi è chiaro se a sua volta capisse bene cosa stava dicendo, ma apparentemente l’idea gli andava a genio. Quello che capisco è che il mio quadro è alto tre metri e cinquanta e largo sei metri e quarantasette. Non so spiegare i sette centimetri, ma posso dichiarare che sono essenziali per l’opera. È appeso a una parete alta sei metri e larga dieci e mezzo. La parete di fronte è uguale, e quelle laterali sono larghe solo quattro metri e mezzo. Quindi la superficie totale del vano è quarantasette metri quadri e qualcosa. Il volume è duecentonovanta sette metri cubi e mezzo. Non so spiegare il mezzo. Preferisco che i numeri siano scritti in parole.

   Mi piace anche descrivere i colori con un nome più che con un esempio. Non mi piacciono i grafici che rappresentano gradazioni o sfumature. Al colorificio o al negozio di articoli per la pittura ci sono migliaia di quelle strisce, in attesa soltanto di essere buttate. Non mi dicono niente. I campioni, che non sono mai modelli o pezzi unici, rendono solo un’idea di quello che il dipinto sarà sulla tavolozza, o sulla tela, o sulla carta, o sul legno, o sulla punta delle mie dita. Il giallo trasparente non è trasparente nel campionario. Che razza di parola. Campionario. Il giallo indiano potrebbe anche essere arancio cadmio. Il giallo cobalto potrebbe anche essere titanato di nichel, o giallo limone. I nomi invece sono esatti, senza ambiguità: si potrebbero dire addirittura rigidi, fissi, inalterabili, senza dubbio anelastici. Ciò non significa che le parole non siano precise, ma i nomi di fatto lo sono. Anche quando sono erronei, o attribuiti erroneamente. Un nome non è mai troppo inesatto. Devo chiarire che io vedo i nomi dei colori come nomi propri perché non ci danno informazioni sulle cose nominate, ma le identificano specificamente. Proprio come il mio nome riguardo a me stesso, il mio nome che è Kevin Pace. Probabilmente nel mondo ci saranno altri Kevin Pace, ma i nostri nomi non sono gli stessi. Può darsi che i nostri nomi abbiano lo stesso nome, ma il nome del mio nome non è un nome proprio.

   Questi sono i miei quadri, i miei colori. Polveri mescolate a olio di lino. Questa è la mia pittura, colori su lino grezzo. Ho usato molto blu ftalo, cioè Prussia misto a indaco. Nell’angolo in alto a destra c’è del ceruleo che si scioglie nel cobalto, forse cola nel cobalto. I colori e i loro nomi sono ovunque, su ogni cosa. Tutti i colori hanno un senso, anche se non so dire quale, e se sapessi non lo direi. I loro nomi sono più descrittivi della loro presenza, perché la loro presenza non ha bisogno di descrivere, e non descrive, nulla. Questa è la mia pittura. Vive in questo ambiente, che sembra una clinica ostetrica equina; e credo che lo sia. Nessuno ci può entrare tranne me. Non mia moglie. Né i miei figli. Né Richard, il mio migliore amico.

   C’è un altro edificio dove vado a dipingere. Lì dentro tutti sono i benvenuti. I quadri a disposizione, non coperti, in attesa di essere valutati, acquistati ed esposti sui muri di un salotto o nell’ingresso di una banca. Tutto sommato non mi dispiacciono. Alcuni sono belli. Altri meno. Ma non è compito mio giudicare, e non lo farò. Sono tutte puttane, questi quadri. Li riconosco, li apprezzo come tali. Non è colpa loro, e non la vedo come una cosa brutta in sé. Non c’è niente di scandaloso nel puttaneggiare, se lo si fa bene, senza scuse e senza riserve. In questi quadri, di cui sembra che parli con disprezzo anche se non lo vorrei, si trovano forse dei leitmotiv? Può darsi. Non lo so e non m’importa. Mi domando se abbiano cose in comune da una serie all’altra, da una tela all’altra. Nel futuro gli esperti discetteranno sui miei materiali, la mia tecnica, i miei colori. Vorrei tanto credere che in ogni tela sia presente qualcosa di me, ma poi mi chiedo perché mai me ne dovrebbe importare; o perché mai, mischiando le metafore, qualcuno debba avere il bisogno di ascoltare di continuo una sequenza ossessiva di note.

   Anni fa ho avuto un breve periodo di successo. Grazie a ciò ho un po’ di soldi, comunque a sufficienza per mantenere agiatamente la mia famiglia. Mandiamo i figli a una scuola privata, anche se non so perché. Quella pubblica è senz’altro migliore, ma è parecchio più distante. Si potrebbe insinuare che sia a causa della mia pigrizia. Del resto indiscutibile. Molti dei loro compagni mi sembrano tonti, ma forse sono solo viziati. Ma alla fine sono solo bambini. Forse tutti i bambini sono tonti, o forse sono tutti geni e non c’è differenza tra le due cose. Personalmente il genio non mi interessa più. Può darsi che un tempo lo abbia sfiorato, ma non credo. Chi lo sa. E infine, e soprattutto, chi se ne frega?

   La mia tela, il mio dipinto privato, ha un titolo, un nome. Non è mai stato detto a nessuno a voce alta. Io l’ho pronunciato una volta soltanto, sottovoce, mentre ero da solo nel mio studio. È un po’ come la password della mia e-mail, a parte il fatto che se me lo dimentico non potrò recuperarlo. Non l’ho trascritto. Un motivo per cui non permetterò mai ai miei figli di vedere il dipinto è che potrebbero cercare di dargli un nome, rovinandolo e rovinando tutto. So che la mia famiglia e i miei amici, pur volendomi bene, suppongo, qualunque cosa significhi voler bene, in qualche modo pregustano la mia morte – o, dato che mi piace la parola, quiescenza. Tutti vogliono vedere il quadro. E io vorrei vedere le loro facce in quel momento: se non che, non lo vedranno. Sono tutti convinti che non mi fidi di loro. Non hanno torto. Si sentono offesi perché il luogo del dipinto è protetto da lucchetti e finestre sigillate. Non mi fido di loro nell’insieme. Prima ogni tanto gironzolavano attorno al mio studio cercando di rubare un’occhiatina, forse anche un’annusatina. Coyote e procioni attorno a una tenda. Poi hanno mollato. Per adesso. È il mio capolavoro? Forse. Probabilmente no. Non so cosa significhi questa parola. Mi dicono che l’idea di capolavoro sia legata all’eterno, al per sempre. Io c’entro poco con questi concetti, non per dei principi filosofici, ma per una questione di gusto. Può darsi benissimo che l’eternità di un capolavoro gli permetta di esistere fuori dal tempo, ma io sono troppo ottuso per capirlo e non abbastanza dritto per rifiutare di capirlo. Pare che il mio capolavoro appassioni un bel po’ di gente. Non è bello sapere che sei più interessante da morto che da vivo, ma come sensazione c’è di peggio.

   Ho cinquantasei anni. Non ho tenuto per ultimo questo aspetto per una ragione specifica, significativa o interessante. Secondo i parametri attuali non sono vecchio. I sessanta sono i nuovi quaranta. I settanta i nuovi cinquanta. La morte i nuovi ottanta. Insomma, se morissi oggi, tutti direbbero che ero giovane; però se mi rompessi una gamba cercando di saltare la cancellata sul retro, direbbero che sono un vecchio babbeo. Non posso più fare molte cose che facevo prima, ma neanche lo vorrei. Chi ha voglia di correre a perdifiato, attraversare un fiume a nuoto o schiacciare palloni a canestro? – non che ne sia mai stato capace. Ma sono in un’età limbica, troppo vecchio per i colpi di testa e troppo giovane per fare il brontolone impunemente. Però sono abbastanza vicino all’altra riva, al capo opposto della mia cronologia, alla data di scadenza, da destare interesse verso il mio lavoro.

   Si fanno tanti discorsi, o chiacchiere, o ciance, nel cosiddetto mondo dell’arte (che cosa è più improbabile, arte o mondo?) a proposito del mio quadro segreto, quel quadro, questo quadro. Stando a una voce, o a una balla se mi passate il termine, ci sarebbe già un’asta per aggiudicarselo. Il che mi dice tutto ciò che mi serve sapere su certi acquirenti, su quellepersone o forse su tutte le persone. Il quadro potrebbe essere brutto. Potrebbe essere una schifezza. Offensivo, meschino, abominevole, stolto o, peggio che mai, pedante. Da quello che ho sentito, dopo la mia morte la mia famiglia potrebbe camparci sopra serena per un paio di generazioni. Nel pensiero non trovo un cavolo di conforto. Né un cavolo di quello che accadrà. Il mio miglior amico Richard, uno studioso del Beowulf in pensione, mi ha promesso che se muoio prima io darà fuoco allo studio. Credo che manterrebbe la promessa, ma temo che non mi sopravvivrà. Quindi ho un piano per far saltare tutto in aria. Prima però devo trovare il modo di farlo senza ammazzare nessuno, anzitutto me stesso. Non che non mi fidi di Richard, non mi fido del traffico. Non mi fido del clima. Non mi fido delle comunicazioni, malgrado fibre ottiche e microonde. E nemmeno delle automobili, specialmente di quelle senza carburatore. Magari morirò all’improvviso mentre Richard è in vacanza e se la fa con una donna conosciuta sulla piazza del villaggio. E non c’è campo, perché un fulmine ha centrato la torre. Può capitare. Comunque so che Richard, se potrà, farà di tutto per onorare l’impegno. Lo so perché è mio amico.

   Prendo molto sul serio l’amicizia. Se siete miei amici e avete bisogno di me, vi troverò. Ci sarò, dovessi anche portare una catena di bicicletta a una rissa in un vicolo alle due di notte. Sembrerò esagerato, ma son fatto così. Inoltre attiro gli amici che la pensano come me. Non sto dicendo che sia una bella cosa, ma è così. Richard darà fuoco al mio studio e lo raderà al suolo perché siamo amici, non per quello che è successo trent’anni fa.

   Un seguito tranquillo o prevedibile potrebbe essere che io snoccioli subito la storia di quello che è successo trent’anni fa. Lo farò, ma non ora. Prima vi racconto quello che è successo dieci anni fa.

   Mia moglie e io eravamo a Parigi per un paio di settimane. Doveva essere una fuga romantica senza i bambini, un momento di tepore e di affetto per festeggiare vent’anni di matrimonio perfetto, amorevole, sicuro. E fu davvero un momento romanticissimo, ma purtroppo con un’altra. Di per sé non è un’ammissione da far sgranare gli occhi. Come non è eccezionale che sia successo con un’aspirante acquerellista di ventidue anni. Sorprendente, ma non eccezionale. Di straordinario c’è solo il mio voler ammettere una vicenda così stereotipata e patetica. Accadde dopo che mia moglie aveva deciso, con il mio innocente incoraggiamento, di passare un paio di giorni a Bordeaux dalla sua compagna di stanza del college. Questa è la storia che vi racconto adesso. È una storia sull’essere vecchi e sull’essere giovani.

   Primo cliché: amavo e amo mia moglie, e non ero stufo di lei, non ero insoddisfatto della mia vita, dei figli o del lavoro. Non ero a caccia di emozioni, né di avventura, e nemmeno di sesso, anche se sono tutte cose non prive di fascino. È iniziata in una maniera sciocca, tipo scuola media, troppo futile per una fantasia maschile, letteralmente uno sfiorarsi di mani, una graffiatina sulla pelle che prima durò un attimo di troppo, e poi si ripeté. Come tanti fantasmi che ritornano, mi ossessionò da subito. Nessun fantasma nasce dalla sera alla mattina.

   Non avevo mai pensato in nessun modo a come siamo quando incarniamo un cliché. Nella mia professione, come artista, potrei non essere stato altro che quello. Ero piuttosto introverso, un po’ strano per molti, molto strano per alcuni, lunatico, un filo trasandato nel vestire, distratto. Forse da giovane passavo per bello, come avrebbe potuto dire mia madre, ma me ne sono sempre infischiato, ed è possibilissimo che non fosse affatto vero. Alla fine uno diventa cliché per disattenzione. Io non ero un osservatore, non incameravo in toto quello che avevo attorno.

   Girando, capitai a una lezioncina nel museo del Jardin du Luxembourg. Sulle pareti dietro la guida, fine dicitrice e vestita da hostess, c’erano una trentina di quadri di Eugène Boudin. Tutte mucche, ovviamente. Mi colpì questa cosa: quante mucche. I quadri mi annoiavano a morte, ma godevo di riuscire a seguire la spiegazione in francese.

   Ero seduto accanto a una ragazza con la pelle forse più bianca che avessi mai visto. Credo che fosse bella. Lì per lì non pensai a questo. Erano molti anni che non pensavo più al fatto che qualcuno fosse bello o no. Mi dissi che forse era l’unica persona veramente bianca che avevo mai visto: pensiero onesto, nella sua banalità. Però lei non sembrava la bambola di porcellana di cui si sente sempre parlare. Cos’era, bianco zinco? Titanio? Decisi per bianco biacca, con tutti i rischi connessi al piombo. I capelli erano biondo chiaro, ma contava poco. Eravamo seduti su una panca senza schienale. Tenendomi al sedile con le mani ai fianchi, mi allungai leggermente. Mi accorsi che anche lei si teneva alla panca, con la mano sinistra vicino alla mia destra. I dorsi delle due mani si sfiorarono. Io la guardai e, con un “Pardon”, scostai la mia di qualche centimetro. Poi, che sia stato o no per un suo movimento cosciente, o per un mio movimento cosciente, per un’anomalia nella forza di gravità o per le vibrazioni dell’edificio causate da un lontano convoglio del metrò, da un autobus – o da un jet a bassa quota, o da un ripiegarsi dello spazio – le nostre mani si sfiorarono di nuovo. Dimensione. Questa volta nessuna si scostò. Forse stavamo pensando tutti e due: e allora?, le nostre mani si toccano, non morirò per questo, è solo che le mie mani casualmente si trovano lì. Ma era una bella sensazione. Almeno per me, così non mi mossi. Sbirciai verso di lei, calcolai che fosse sui vent’anni, e fu allora che mi sentii veramente un cliché. Ero un vecchio bavoso. Peggio, ero un vecchio artista bavoso.

   Dopo la spiegazione tutti si misero a gironzolare fissando bovinamente i ritratti delle mucche. Mi sentii un po’ avvilito all’idea di pensare ai quadri in quei termini. Forse mi vergognai. Come ritratti di mucche andavano anche bene, ma non li distinguevo l’uno dall’altro. E chi ci sarebbe riuscito? Forse neanche una mucca. La mia faccia dovette tradire il rompimento, perché la ragazza della mano si alzò di fianco a me e dichiarò: “Non le piacciono.”

   La guardai.

   “Non è questo” risposi. “O non esattamente.”

   Mi interrogò.

   “No, capisco che abbia ispirato Monet, e tutto quanto. Mi piacciono i colori, e la tecnica. Sul serio. È che, insomma, non ne sarebbero bastate venti?”

   “Non capisco.”

   “Non sarebbe bastata una dozzina di ritratti di mucche?” Ripetendolo mi sentii un po’ un fesso. “Forse non voleva che qualche mucca si sentisse sminuita.”

   “Non capisco sminuita.”

   Frugai nella memoria. “Négligé?”

   Lei annuì. “Vous êtes drôle.”

   “Ci provo. Scusi il mio francese. Je suis désolé.”

   “No, va bene. Io parlo inglese. Ma con l’accento.”

   “L’accento è bello.”

   “Gli americani lo dicono sempre.”

   “Davvero?”

   “Non lo so. Non sono brava a flirtare con gli uomini vecchi.”

   Mentiva. Mi sentivo un babbione solo a parlare con lei, anche se non avevo progetti. Se ne avessi avuti sarei stato meno cliché. E lo sembrerei meno adesso, se ammettessi di averne avuti: ma ero quello che ero. Per quanto mi facesse male riconoscerlo, nel momento di ridurmi a un’espressione artistica mi rassegnai a una specie di denuncia di Greenberg del Surrealismo – essendo il mio attuale cliché precisamente quello, surrealista – secondo cui la pittura fallisce a causa di un’attrazione aneddotica. Ammissione altrettanto dolorosa fu quella che, pur non volendolo, credevo che il medium fosse tutto. Tela e colore, non c’era altro, non c’è altro. Là, in quel museo, il medium del mio cliché erano due corpi. E per quanto la cosa mi intristisse – nonché eccitasse – sapevo che i due corpi si sarebbero trovati. Non era una fantasia maschile; non sono mai stato abbastanza sicuro di me per queste cose. Era prescienza artistica, se ha senso dirlo. E anche se non ne avesse, questo era.

   “Lei è un artista?” mi domandò.

   “Sì, sono un pittore, uno della vecchia guardia.” Lo dichiarai senza sapere cosa volesse dire. Non ho mai dedicato al mio lavoro nessuna forma di pensiero di secondo grado, o riflessione. Una volta ho avuto uno scambio di idee prolungato, tignoso e tedioso con un cretino di anglista di Yale sul tema se la pittura sia un linguaggio. Senza porre la domanda che ora so corretta e ragionevole – cioè “Eehh?” – diedi invece la risposta: “Ma sì, certo.” Lui sbrodolò che l’arte non sa scrivere la propria grammatica, ma piuttosto la manifesta nell’invenzione. La mia risposta a questo fu il cognac. E quando fui bello sbronzo, ribattei: “Un quadro non è fatto per significare, ma per mostrare.” Vedendolo alle corde dopo la mia prima scarica di nonsenso, lo matai con “La funzione semantica di un dipinto non è un criterio per la sua qualità estetica”. Coda e orecchie. Se fossi stato un vero mafioso, poi sarei andato a letto con sua moglie.

   “E cosa cerca di fare quando dipinge?” mi chiese la ragazza. Non piegava la testa in un certo modo, ma lo notai.

   “Mi accontenterei di fare una mucca” risposi.

   Lei sorrise, fu quasi un risolino.

   “Le dirò cosa voglio dipingere. Voglio fare un quadro e non avere idea di cos’è, ma sapere che è un quadro. Ha senso per lei?”

   “Forse se lo dicesse in francese.”

   “Dubito che servirebbe.”

   “Sta osservando il mio modo di camminare” disse.

   Non era vero, ma annuii lo stesso.

   “È il passo che riservo agli uomini più vecchi.”

   “Si allena?” le domandai.

   “Mi viene spontaneo.”

   “Le credo.”

   “Sono anch’io una pittrice. Di acquerelli.”

   “Io non ho abbastanza controllo. C’è da pensare troppo, e prima.”

   Dato che aveva parlato del suo modo di camminare, non potei fare a meno di osservarlo. Saltellava, portava la sua giovinezza con aggressività. Era bella. Non contava la sua faccia. Non contava il suo corpo. Chiunque camminasse in quel modo doveva essere bella. Ogni cambio di direzione, ogni partenza, ogni stop era coreografato e nel contempo pienamente libero, improvvisato. Era jazz, e avrei potuto odiarla per questo, ma non la odiai.

   “Voulez-vous vous joindre a moi pour le café?”

   “Alors formelle” lei disse.

   “Mi spiace, il mio francese non è abbastanza buono per darle del tu con naturalezza.”

   “Il suo francese è delizioso.”

   “Quando tento di parlarlo mi viene l’emicrania. Soprattutto quando lo ascolto. Non sento bene la lingua.”

   “Peccato.”

   La parola peccato non aveva mai significato così tanto e forse così poco come allora, quando uscì dalle sue labbra. La parola in sé, le sue tre sillabe, più che il significato, non era localizzabile. Era lì, la parola, ma come può essere lì un elettrone.

   “Sì, prenderò il caffè con lei” rispose. “Così farò pratica di inglese. E lei può fare pratica di qualunque cosa stia tentando di dire.”

   “Mi chiamo Kevin.”

   Mi strinse la mano. “Victoire.”

   Alla faccia del buonsenso, nel senso che non stavo usando alcun buonsenso, ci avviammo dal Jardin du Luxembourg verso nord, su rue Bonaparte. Non dicemmo niente fino alla fontana di Saint-Sulpice.

   “Studi arte?” le chiesi.

   “Sì, all’Ècole des Beaux-Arts.”

   “Però.”

   “Infatti” ammise lei, appoggiandosi al muretto della fontana. Era metà pomeriggio di un giorno di dicembre mite ma ventoso. L’acqua nebulizzata restava sospesa. Guardai le statue dei leoni.

   Proposi: “Andiamo a bere quel caffè.”

   Lei annuì e continuammo fino al Café Mairie, dove ci sedemmo all’aperto sotto una lampada a infrarossi e il cameriere mi scoccò uno sguardo saputo – di approvazione o disapprovazione, non capii, ma comunque era inquietante.

   “Il cameriere pensa che tu sia abbastanza giovane per essere mia figlia” commentai.

   “Allora pensa troppo” disse Victoire.

   “Comunque sei gentile a stare qui seduta a parlare con me.”

   “E avevi detto che non sei un volpone.”

   “Ho quarantasei anni, sono sposato con due figli e felice con mia moglie.”

   “Eppure sei qui.”

   “Eppure sono qui” ripetei.

   “Ti conosco, come pittore. Avevo visto dei tuoi quadri sulle riviste. Mi erano piaciuti.”

   “Le fotografie ingannano. Dal vero potrebbero non piacerti.”

   “Forse.”

   Il caffè andò come prevedibile. Victoire mi parlò dei suoi acquerelli, mi titillò un po’ l’ego parlando dei miei quadri – lo fece con la perfetta, forse francese, dose di rigore, e ci separammo con l’accordo di pranzare insieme dopodomani. Riuscimmo a staccarci prima che le facessi degli stupidi complimenti per il suo aspetto. Mi venne in mente, mentre vagavo a nord, verso l’hotel sull’affollata rue de Rennes, che avrei potuto dire qualcosa come “Sei adorabile.” Fui insieme fiero di me per non avere concepito una frase così risibile; e attonito, forse imbarazzato, per averla pensata a posteriori.

   Quella notte mia moglie Linda telefonò da Bordeaux. Disse che le piaceva stare con la sua amica, di meno stare a Bordeaux. Le parlai del caffè con la ventiduenne.

   “Fantastico” commentò lei. “Mi fa piacere che sei uscito. È bello conoscere gente.”

   “Siamo andati al Café Mairie.”

   “Era carina?”

   Nella tristezza di dover riflettere sulla risposta più opportuna, feci quello che facevo sempre per mancanza di fantasia, perspicacia o tatto politico, per mancanza di una memoria decente: dissi la verità. “Sì.”

   “Fantastico.”

   Annuii, anche se ero al telefono.

   “Venerdì pranziamo insieme.”

   “Basta che non arrivi tardi al mio treno.”

   “Montparnasse?”

   “Oui, quatre heures.” E con ciò, Linda aveva dato fondo al suo francese e terminato il nostro colloquio. “Buona notte” disse.

   “Notte.”

   Che le illusioni siano un fatto fisico è difficile da conciliare con la coscienza che la realtà non è affatto reale. Tutto quello che vi dirò è vero, ma non ho idea di cosa sia essere vero. Vengo in sincerità con la mia ignoranza, dato che la percezione inizia e finisce al medesimo punto neurologico nello spazio. Posso affermare che quella sera ero ancora innocente quando riappesi, eppure non lo ero.

1979

 

Se solo avessi avuto la scusa di essermi sbagliato sul motivo della mia presenza, forse una parte della colpa non esisterebbe, e forse non mi sarei sentito in colpa fino a oggi, non avrei sentito la mancanza di un pezzo di me che è morto quel giorno. Ma il mio amico era venuto da me depresso, spaventato, smarrito, e mi aveva chiesto aiuto. Io gliel’avevo offerto di cuore, se non proprio con innocenza o altruismo. È successo trent’anni fa. Era il maggio del 1979. Potrebbe venir voglia di ipotizzare che l’episodio della mia vita di cui parlo qui sia una specie di storia di redenzione, e intendo redenzione nel più vulgato senso cristiano, ma sarebbe comunque una stronzata.

   Richard venne da me con una storia inutilmente lunga su suo fratello. Sebbene Tad fosse più vecchio di Richard, lui di solito lo chiamava tranquillamente Zone: il cazzone. Spiegò che in famiglia era comunemente compreso, ma raramente ammesso. Zone aveva fatto dentro e fuori dal riformatorio, dalla galera, da relazioni violente e da un tot di programmi di riabilitazione dalla droga. Si era sparato non una, ma due volte in occasioni diverse con la stessa pistola, abitualmente non pulita. Tad era il preferito di sua madre, cosa che Richard trovava anche giusta date le difficoltà del fratello, i fallimenti e le scalogne. Zone doveva avere qualcosa, in mancanza del buon senso e di un minimo di fortuna. Da quanto mi fu detto, la madre di Richard non aveva notizie di lui da sei mesi, e quando aveva telefonato al suo ultimo numero conosciuto le avevano risposto che doveva essere andato nel Salvador. Lei non aveva pensato di chiedere perché fosse diretto là, però si era allarmata. L’allarme era ovviamente motivato, e ovviamente aveva avuto riflessi negativi sulla figlia minore, una studentessa di tedesco bipolare e anoressica che viveva ancora in casa, fino a provocarle tendenze suicide – cosa che ovviamente aveva portato Richard a pensare di dover fare qualcosa, cioè trovare Tad. Mi chiese di andare con lui. Richard è mio amico.

 

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L’autore

Percival Everett

Nato nel 1956 a Fort Gordon, docente di Inglese all’University of Southern California, diviso tra Wittgenstein e la falegnameria, tra la scrittura di alcuni dei più bei romanzi americani dell’ultimo decennio e l’allevamento dei cavalli nel ranch dove vive, Percival Everett è uno dei più talentuosi scrittori ed eccentrici personaggi delle lettere statunitensi. Nato cinquant’anni fa, autore di 15 romanzi oltre che di numerosi racconti e poesie, ha conseguito alcuni dei più prestigiosi riconoscimenti internazionali, e viene ora presentato per la prima volta in Italia da Nutrimenti, che ne pubblicherà le opere maggiori. Personaggio schivo ma eclettico, è stato chitarrista jazz, addestratore di cavalli, rancher e professore di liceo, oltre che distinguished professor alla University of Southern California, dove le sue lezioni sono diventate leggendarie. La scrittura è indubbiamente l’attività che gli ha riempito di più la vita, anche perché scrive sempre e solo a mano sugli inseparabili quaderni ad anelli. Di libri ne ha sfornati circa uno all’anno, tra romanzi, raccolte di racconti e poesie, saggi, passando in rassegna quasi tutti i generi letterari. La critica lo ha definito “uno dei più coraggiosi scrittori sperimentali degli ultimi anni”. I suoi libri sono tradotti e apprezzati in tutto il mondo.

Tra i suoi libri pubblicati in Italia: Glifo (Nutrimenti 2007), Cancellazione (Instar Libri 2007), La cura dell’acqua (Nutrimenti 2008), Ferito (Nutrimenti 2009), Deserto americano (Nutrimenti 2009), Non sono Sidney Poitier.

  • Quanto blu
  • Percival Everett
  • Traduttore: Massimo Bocchiola
  • Editore: La nave di Teseo
  • Collana: Oceani
  • Anno edizione: 2020
  • In commercio dal: 30 gennaio 2020
  • Pagine: 325 p., Brossura
  • EAN: 9788834601150.  Acquista. € 17,00

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