Famiglia, identità e mutamenti culturali

«Quanto influisce il tam tam sulle scelte transessuali?»
Tra influenze sociali, affetti familiari e nuove identità in continua trasformazione.
di Marcello Veneziani
Quanto incidono il clima culturale, i social network e il continuo confronto con modelli sempre più diffusi nella costruzione dell’identità sessuale? Prendendo spunto dalle riflessioni di Marcello Veneziani, l’articolo affronta un tema delicato senza rinunciare al confronto: da un lato lo smarrimento di molti genitori di fronte al coming out dei figli, dall’altro la capacità dell’affetto familiare di resistere e adattarsi ai cambiamenti. Un’analisi che si interroga sul rapporto tra condizionamenti collettivi, libertà individuale e trasformazione dei modelli familiari, distinguendo le reazioni emotive dalle questioni culturali che attraversano la società contemporanea. (N.R.)
È sempre più frequente la confessione, o se preferite il coming out di ragazze ai loro genitori: sono lesbica, ho una storia con la mia amica. A volte succede dopo aver avuto partner maschili o non avendo mai avuto atteggiamenti che lo facevano intuire. L’arco delle reazioni familiari va dallo sconcerto alla comprensione, dallo sconforto e la delusione al far finta di niente o al pensare che sia solo una fase di passaggio, un momento delicato da attraversare; dalla vergogna sociale al sospetto verso l’amica colpevole di averla “traviata”, all’accettazione piena della scelta. Di solito il ventaglio delle reazioni segue una progressione graduale, dall’ostilità alla rassegnazione, fino al superamento di ogni remora. Con realismo bilaterale osservo che da un verso è comprensibile l’amarezza di una madre e di un padre, o dei nonni, di fronte a una dichiarazione o scoperta del genere; è umana, umanissima l’aspettativa che tua figlia, tua nipote, o tuo figlio, formi una famiglia e metta al mondo figli, e viva come i loro genitori e le generazioni precedenti. Cosa c’è di male a preferire quel modello di famiglia tramandato? Se viviamo da sempre in quell’orizzonte familiare perché dovremmo ritenerlo sbagliato o riprovevole? Ma dall’altro verso è altrettanto comprensibile e umano prevedere che quella scelta difforme non scalfirà minimamente l’affetto e la premura verso la propria figlia: tu la ami perché “sei, semplicemente sei” mia figlia e non per come sei. È il tuo esistere la radice dell’amore, non le tue inclinazioni sessuali o i partner che scegli. Nella gran parte dei casi l’amore paterno, materno, filiale non verrà meno né si incrinerà ma proseguirà indenne, superando ogni comprensibile disorientamento iniziale.
Però lasciate che tocchi un argomento scabroso su cui ci sono divieti preliminari già solo ad accennarne. Quanto conta in questa sempre più larga tendenza, soprattutto femminile, a scoprire pulsioni lesbiche e omosessuali il clima, il tam tam, la pressione mediatica e l’orientamento culturale prevalente? Ho ascoltato ragazze, neanche ventenni, che avevano assorbito dalla scuola, dal cinema, dalla tv, dai social e dalle agenzie pubbliche, una ossessiva, unilaterale predica: il maschio è il nemico, l’amore degenera spesso in sopraffazione maschilista e patriarcale, il sessismo è dietro l’angolo, che porta alla violenza fino al femminicidio. Il messaggio seguente è che noi donne stiamo bene senza partner maschili; anzi le femmine stanno meglio con le femmine e i maschi con i maschi, come si vede sempre più spesso in certe comitive unisex che sembrano riprodurre le classi di una volta, divise tra sezioni femminili e sezioni maschili. Un nuovo bigottismo di segno inverso sta prendendo sempre più piede e spinge alla migrazione dei sessi. Quanto conta in questi outing l’elevazione della lesbica a modello evoluto di liberazione e di emancipazione intellettuale?
Ho conosciuto ragazze, figlie di amici, che sono state allevate e indottrinate non dai loro genitori in questa visione ostile e conflittuale, questa diffidenza femminista verso tutto ciò che è maschile; istigate alla lotta di genere, adottando nuove forme di apartheid dei sessi: meglio farsela tra noi donne, meglio evitare intrusi maschi, che non ci capiscono e vogliono prevaricare. Le mine antiuomo… Come se tutti gli amori e le coppie etero debbano sfociare nella violenza, nell’abuso, nella sopraffazione. E come se in ogni maschio, salvo forse i gay, si nasconda un violento, un oppressore, se non un potenziale stupratore delle donne. Questo, dicono, è il retaggio della società patriarcale che ci portiamo addosso e da cui liberarci.
Torno al punto di partenza e mi chiedo: quanto incide questa martellante campagna nelle scelte e nei comportamenti derivati? C’è un nesso tra quelle scelte omosex e questo clima alimentato tra i sessi, queste continue sollecitazioni a liberarsi dal proprio sesso, questo habitat favorevole a tutto ciò che è omo o trans e sospettoso e ostile verso tutto ciò che è etero, “naturale” e tradizionale? Quanto pesa nella sessualità ancora non definita dei bambini e degli adolescenti questa grande pressione psicologica e sociale? Quanto incide nella scelta sessuale? E quanti danni può produrre nella vita delle persone questa intrusione e questo pesante condizionamento esterno, esattamente come si denuncia l’intrusione inversa dell’educazione tradizionale e dei modelli patriarcali di famiglia, di coppia, di unione?
So che molti dei più invasati integralisti della nuova ideologia gender, fluida o bisex rifiutano a priori con indignazione queste domande e questi collegamenti, anche se poi li praticano disinvoltamente in direzione opposta: quando per esempio caricano sui “retrivi” e “reazionari” difensori della famiglia “naturale” e tradizionale (oggi li chiamano vannacciani) la responsabilità della diffusione di atteggiamenti maschilisti, sessisti, che poi sfocerebbero nella violenza fino il femminicidio. Per loro è possibile caricare reati individuali su scelte culturali e sociali di tipo conservatore e tradizionale mentre non è permesso ipotizzare che alcune scelte individuali, come il diverso orientamento sessuale, subiscano l’influenza di modelli culturali e sociali pervasivi, veicolati dal progressismo radical e dal femminismo più aggressivo. Così portano il gay pride a domicilio, direttamente a casa tua; e guai se osi fiatare.

todomodo
15 Luglio 2026 a 15:28
Perché lei scrive «Se viviamo da sempre in quell’orizzonte familiare» se è vero esattamente il contrario?
Nell’antica Grecia (culla della civiltà occidentale) la moglie (che non aveva il diritto di opporsi al matrimonio) serviva solo per fare i figli e per prendersi cura della casa. Il piacere l’uomo lo trovava fuori di casa con altre donne (le eteree) o con altri uomini.
L’omosessualità era assolutamente normale, anzi era molte volte esaltata. Nelle prime pagine del Simposio di Platone un generale sogna con un esercito composto solamente da combattenti che fossero amanti tra di loro. Dichiara che questo sarebbe l’esercito più invincibile!
Lo stesso vale per l’antica Roma. Giulio Cesare, modello di virilità, ha avuto una relazione amorosa con il re della Bitinia e i suoi soldati, comunque pronti a morire per lui, lo prendevano in giro per questo con simpatiche canzoncine. Lo stesso Cesare quante mogli (che ancora una volta non avevano il diritto di rifiutare il matrimonio) ha ripudiato, o ha scelto di non ripudiare, per semplice calcolo politico?
E perché dimenticare le famiglie matriarcali, che sopravvivono da migliaia di anni, dove i figli hanno due padri? O le tribu dell’amazzonia dove i figli sono responsabilità dell’intera comunità (come accadeva anche in Sparta)?
Lei si inventa, letteralmente, un «sempre» che non è mai esistito.
Riccardo Alberto Quattrini
15 Luglio 2026 a 17:08
Caro todomodo, il «da sempre» al quale mi riferisco non pretende affatto di descrivere un modello familiare universale, immutabile dalla Grecia antica ai nostri giorni. Indica più semplicemente l’orizzonte biografico nel quale molti di noi sono nati e cresciuti: una madre, un padre, dei figli e una determinata rappresentazione dei rapporti familiari. È all’interno di quell’immaginario ricevuto, non dell’intera storia dell’umanità, che può nascere lo smarrimento di alcuni genitori.
Che nella storia siano esistite forme familiari, sessuali e sociali differenti è indiscutibile. Tuttavia occorre evitare di trasferire nel mondo antico le categorie contemporanee di omosessualità, transessualità e identità di genere, come se avessero avuto allora lo stesso significato che attribuiamo loro oggi.
Nella Grecia antica i rapporti tra persone dello stesso sesso erano presenti e, in determinati ambienti, socialmente riconosciuti; non per questo si può affermare che «l’omosessualità fosse assolutamente normale» nel senso moderno dell’espressione. Quei rapporti erano regolati dall’età, dal rango sociale e soprattutto dalla distinzione tra ruolo attivo e passivo. Non esisteva una generale e paritaria libertà sessuale assimilabile a quella che oggi rivendichiamo.
Anche il riferimento al Simposio richiede una precisazione. Non è un generale a progettare concretamente un esercito composto da amanti: è Fedro, nel proprio elogio di Eros, a sostenere in forma ideale che un esercito di amanti sarebbe valorosissimo, perché ciascuno proverebbe vergogna a mostrarsi vile davanti alla persona amata. È un’immagine filosofica e retorica, non la descrizione ordinaria della società ateniese.
Quanto a Cesare, la relazione con Nicomede di Bitinia appartiene alle accuse e alle dicerie riportate dalle fonti antiche; non può essere presentata semplicemente come un fatto biografico accertato. Proprio gli scherni rivolti a Cesare dimostrano, inoltre, che a Roma non era affatto indifferente il ruolo sessuale attribuito a un cittadino: ciò che veniva deriso non era genericamente il desiderio verso un uomo, ma l’aver assunto, secondo l’accusa, una posizione considerata passiva e quindi incompatibile con la virilità politica romana.
È vero, infine, che sono esistite società matrilineari e culture nelle quali la responsabilità dei figli era distribuita diversamente. Ma matrilinearità non significa necessariamente matriarcato, né implica automaticamente che ogni bambino abbia «due padri». In alcune popolazioni amazzoniche esiste la cosiddetta paternità condivisa o partibile, secondo la quale più uomini possono essere considerati corresponsabili della generazione e della cura del bambino: è un caso antropologico specifico, non la definizione generale delle società matrilineari.
Dunque non nego affatto la pluralità storica delle forme familiari. Sostengo però che la loro esistenza non risolve automaticamente la domanda posta dall’articolo: quanto incidono il clima culturale, la diffusione dei modelli, i social network e il bisogno di riconoscimento nella formazione dell’identità individuale?
Ricordare che l’umanità ha conosciuto famiglie differenti è corretto. Usare questa constatazione per concludere che ogni trasformazione contemporanea sia completamente sottratta all’influenza sociale sarebbe, invece, un salto logico.
Il punto dell’articolo non è stabilire quale famiglia sia “naturale” o eterna. È domandarsi se le scelte e le identità personali nascano in un vuoto culturale oppure, come quasi tutto ciò che ci riguarda, si formino anche attraverso linguaggi, esempi, appartenenze e modelli collettivi.