Tra propaganda imperiale e realtà sociale, il tramonto americano si racconta attraverso le crepe che il potere tenta ancora di nascondere.

«Quattro passi nel declino»

Dalle illusioni mediatiche alle contraddizioni economiche e militari: il declino dell’egemonia statunitense appare sempre meno occultabile.

Il Simplicissimus

«Quattro passi nel declino» attraversa le contraddizioni dell’America contemporanea nel momento in cui la retorica della grandezza continua a scontrarsi con i segni evidenti della crisi. Mentre dalla Casa Bianca si annunciano nuove età dell’oro e prosperità imminenti, le città statunitensi mostrano il volto di una società attraversata da povertà, disuguaglianze e perdita di coesione. Accanto alla fragilità economica — debito, deindustrializzazione, finanziarizzazione — emergono anche i limiti geopolitici e militari di una potenza che appare sempre più costretta a sostituire la forza reale con la narrazione mediatica. Il saggio riflette così sul meccanismo tipico degli imperi in declino: moltiplicare illusioni e menzogne proprio mentre la realtà diventa impossibile da controllare. (N.R.)


Peggiore è la situazione e maggiore è la distribuzione di illusioni e di menzogne: da tempo dalla Casa Bianca arrivano messaggi in cui si dice che l’America è nell’età dell’oro, che gli Usa sono sempre davanti a tutti, che si annuncia una nuova era di prosperità e di grandezza. Certo a vedere le tendopoli che sorgono a San Francisco e ormai in quasi tutte le città americane, non sembrerebbe e ancor meno sembrerebbe vedendo le orgogliose navi con la bandiera a stelle e strisce che si tengono ben lontane dalle coste iraniane o sentendo ridicole notizie sugli incendi nelle lavanderie delle portaerei o le pavide balle sul fuoco amico. Tuttavia l’unica strada che ha il potere americano reale è quello di mettere una benda mediatica davanti agli occhi, come quasi sempre accade nei periodi di declino. Benda che si estende ovviamente ai clientes e alle colonie che partecipano a questa costruzione di un mondo che non esiste più o che diventa sempre più trasparente, fragile, violento e per il quale tuttavia si paga un costoso obolo in denaro e futuro. Anche lasciando da parte l’enorme debito e il disavanzo commerciale accumulato negli anni a cui si cerca di porre rimedio rapinando risorse petrolifere, anche mettendo tra parentesi la deindustrializzazione, la finanziarizzazione e insomma tutti i fenomeni che conosciamo, ci sono molti fattori che indicano come la luce del tramonto cada radente su Washington.

Mentre  tutte le statistiche riguardanti la qualità della vita, la sanità, la corruzione, o la mobilità sociale vedono gli Stati uniti classificarsi negli ultimi posti tra i Paesi sviluppati, essi detengono un invidiabile record in alcuni settori: sono il Paese con il maggior numero di detenuti al mondo, con una popolazione carceraria che non ha uguali; hanno il più alto tasso di omicidi e vengono occasionalmente superati solo da Paesi dove scoppiano guerre civili; detengono un record assoluto per sparatorie nelle scuole e per numero di serial killer; sono il Paese che registra la più alta percentuale di morti per droga, di fallimenti familiari dovuti alle spese sanitarie; sono inoltre al primo posto per obesità, per mortalità perinatale e povertà infantile. Insomma sono in meri termini monetari tra le più ricche nazioni del pianeta; tuttavia, rassomigliano sempre più a un Paese del terzo mondo.  Cosa che non stupisce di certo visto che da ormai 15 anni gli Usa detengono anche un altro record: quello della maggior disuguaglianza sociale, accompagnata dalla minore mobilità in fatto di reddito tra i Paesi sviluppati. Di fatto poche migliaia di persone possiedono la maggior parte della ricchezza; dunque, del potere e in una logica perversa si arricchiscono sempre di più.

L’insieme di questi fattori ci parla da una parte di decadenza, ma dall’altra anche della scelta della violenza e della guerra come tentativo illusorio di uscire dal piano inclinato di una lenta, ma inesorabile discesa. C’è chi si è preso la briga di confrontare questa situazione con quella di altri imperi del passato e, sebbene questi confronti siano sempre abbastanza approssimativi e talvolta ingannevoli, non c’è dubbio che proprio la crescita delle distanze sociali e della diseguaglianza, quando diventano strutturali, sono uno dei segnali tipici della decadenza. Una situazione nel quale l’estrazione di ricchezza da amici e nemici diventa ossessiva e folle, anche se questo meccanismo di rapina finisce per acuire i problemi invece di risolverli. In questo senso il comportamento aggressivo e arrogante di Trump non è per nulla solo una caratteristica personale, ma rappresenta forse al suo peggio, l’intera America che oggi scopre di non riuscire ad avere ragione di una potenza di medio livello.  Tuttavia questo non porta alla prudenza, ma solo ad una maggiore tentazione di usare tutta la forza possibile, dissipando risorse preziose. Del resto gli Usa sono in guerra da 25 anni, ma la loro capacità di imporsi è andata sempre scemando, tanto da dover chiedere al proprio principale rivale, la Cina, di aiutarli nel tentativo di sottomissione dell’Iran.

Redazione

 

 

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