Tradizioni popolari tra memoria e simboli

«Quelle inquietanti “coscine”»
Un tragico tabù dietro ad una ninna nanna
Redazione Inchiostronero
Che cosa si nasconde dietro l’espressione «coscine di pollo»? È soltanto una curiosa immagine della tradizione popolare o racconta qualcosa di più profondo? Attraverso un viaggio tra antropologia, linguaggio e cultura contadina, questo saggio ricostruisce il contesto storico di una delle ninne nanne più amate d’Italia, mostrando come siano cambiate le nostre sensibilità e il nostro modo di interpretare le parole. Perché, a volte, non è il passato a essere inquietante: è il presente che ha dimenticato il significato delle sue immagini.
La filastrocca della Ninna Nanna
Fate la nanna, coscine di pollo,
la vostra mamma vi ha fatto un gonnello,
e vi ci ha messo i fiorellini attorno,
fate la nanna, coscine di pollo!
Ritornello:
Ninna nanna, ninna nanna,
il bambino è della mamma.
Della mamma e di Gesù,
il bambino non piange più.
«Questa celebre ninna nanna della tradizione popolare italiana continua ad affascinare e, al tempo stesso, a suscitare un sottile senso di inquietudine. C’è un’espressione, in particolare, che sembra resistere a ogni interpretazione immediata: “coscine di pollo”. Perché un bambino viene paragonato proprio a una parte di un animale destinato all’alimentazione? È una domanda che, letta con la sensibilità contemporanea, merita di essere posta.»
Esistono parole che attraversano i secoli senza che nessuno senta il bisogno di interrogarle. Le ripetiamo perché le abbiamo ascoltate da bambini, le trasmettiamo quasi inconsapevolmente ai nostri figli e ai nostri nipoti, convinti che appartengano a quel patrimonio di gesti e di suoni che costituisce la memoria più profonda di una comunità. Accade però che, a volte, una semplice domanda riesca a incrinare questa apparente ovvietà. È quanto succede con una delle ninne nanne più note della tradizione italiana: «Fate la nanna, coscine di pollo». Perché proprio “coscine di pollo”? Per quale motivo un neonato viene paragonato a una parte di un animale destinato all’alimentazione? Letta con la sensibilità contemporanea, l’immagine suscita un lieve disagio, quasi un senso di inquietudine. Eppure, per secoli, nessuno sembra avervi colto nulla di strano. Comprendere questa distanza significa entrare nel mondo culturale in cui la filastrocca è nata.
Le ninne nanne popolari non erano composizioni letterarie nel senso moderno del termine. Erano testi tramandati oralmente, continuamente modificati dalle madri e dalle nonne che li adattavano al proprio dialetto, al proprio paese e persino al proprio modo di cantare. In questo tipo di tradizione il significato preciso delle parole aveva spesso un’importanza secondaria rispetto al ritmo, alla ripetizione e alla musicalità. Il compito della ninna nanna non era quello di trasmettere un messaggio razionale, ma di accompagnare lentamente il bambino verso il sonno attraverso una cadenza rassicurante. Proprio per questo motivo molte immagini oggi considerate insolite erano allora perfettamente naturali, perché appartenevano al linguaggio quotidiano delle famiglie contadine.
La presenza del pollo nella filastrocca acquista senso soltanto se la si colloca all’interno di quel mondo rurale. Nelle campagne il pollaio faceva parte della vita domestica tanto quanto la cucina o il focolare. Gli animali non erano figure astratte, ma presenze costanti, osservate ogni giorno, allevate e, quando necessario, destinate all’alimentazione della famiglia. In questo contesto le “coscine di pollo” rappresentavano semplicemente un’immagine familiare per descrivere le gambe paffute di un neonato. Chiunque abbia osservato un bambino di pochi mesi riconosce facilmente quella rotondità morbida e delicata che può richiamare, senza alcuna intenzione macabra, le piccole cosce di un pulcino ben nutrito. L’associazione nasce dunque dall’esperienza concreta e non da un simbolismo oscuro.
A confermare il carattere domestico della filastrocca interviene anche un’altra parola oggi quasi dimenticata: gonnello. Il termine indicava un piccolo abito, una tunichetta o un vestitino confezionato per il bambino. Quando il testo racconta che «la vostra mamma vi ha fatto un gonnello», non allude a un gesto simbolico, ma descrive una scena comune della vita contadina. Gli indumenti dei più piccoli venivano spesso cuciti in casa e non era raro impreziosirli con ricami o semplici decorazioni floreali, come suggerisce il verso successivo: «e vi ci ha messo i fiorellini attorno». L’immagine della madre che cuce il vestitino completa così quella delle “coscine di pollo”: il pollaio, il cucito, i fiori appartengono allo stesso universo familiare, fatto di lavoro quotidiano, cura e affetto. È curioso osservare come oggi la nostra attenzione venga catturata quasi esclusivamente dalle “coscine”, mentre il “gonnello”, che racconta un modo di vivere ormai scomparso, passi quasi inosservato. Eppure è proprio questa parola a ricordarci che un tempo i vestiti dei bambini non si acquistavano, ma si confezionavano pazientemente tra le mura di casa.
Il disagio che oggi molti provano ascoltando questi versi rivela invece una trasformazione molto più profonda: è cambiato il nostro rapporto con gli animali e con il cibo. La società contemporanea ha progressivamente separato il consumatore dall’origine degli alimenti. La carne arriva sulle nostre tavole già confezionata, privata di qualsiasi riferimento all’animale da cui proviene. Nelle campagne di un tempo, invece, la continuità tra vita domestica e alimentazione era evidente e nessuno percepiva come inquietante un’immagine che apparteneva alla quotidianità. Non è dunque la filastrocca ad aver cambiato significato; siamo noi ad attribuirle oggi un valore diverso perché la leggiamo attraverso categorie culturali che allora semplicemente non esistevano.
Questo fenomeno non riguarda soltanto le “coscine di pollo”. L’intero patrimonio delle ninne nanne popolari è attraversato da immagini che il gusto contemporaneo tende a considerare sorprendenti o persino inquietanti. Compaiono l’uomo nero, il lupo, le streghe, la povertà, la morte e la separazione dalla madre. L’infanzia delle società preindustriali era molto diversa da quella che immaginiamo oggi. La mortalità infantile era elevata, le malattie erano frequenti e la vita quotidiana imponeva alle madri di lavorare nei campi anche dopo il parto. La ninna nanna non aveva quindi il compito di costruire un mondo artificiosamente privo di paure, ma piuttosto quello di offrire conforto all’interno di una realtà che della paura faceva parte integrante.
Anche il ritornello della filastrocca acquista un significato più profondo se letto in questa prospettiva. «Il bambino è della mamma. Della mamma e di Gesù.» Non si tratta soltanto di una formula religiosa, ma dell’espressione di una fiducia che caratterizzava la cultura popolare. Il sonno, in molte tradizioni antiche, rappresentava uno stato di particolare vulnerabilità e la madre affidava simbolicamente il figlio alla protezione divina. Le immagini domestiche del pollaio e quelle della fede convivono così senza alcuna contraddizione, perché appartengono allo stesso universo culturale nel quale la vita materiale e quella spirituale non erano mondi separati, ma aspetti complementari dell’esistenza quotidiana.
Un ulteriore elemento contribuisce a chiarire il senso della filastrocca ed è di natura linguistica. Il diminutivo “coscine” non descrive soltanto una dimensione ridotta, ma introduce immediatamente una sfumatura affettiva. La lingua italiana ricorre spesso ai diminutivi per esprimere tenerezza: diciamo “manine”, “piedini”, “occhietti” e non pensiamo certo a una descrizione anatomica. Allo stesso modo, le “coscine di pollo” evocavano soprattutto morbidezza, delicatezza e vicinanza emotiva. L’immagine era rassicurante proprio perché nasceva dall’esperienza concreta della vita familiare.
Forse è proprio questo l’aspetto più affascinante di questa antica ninna nanna. Le parole non rimangono immutate nel loro significato, anche quando il testo continua a essere identico. Cambiano le società, cambiano le sensibilità e mutano le associazioni mentali che ciascuna epoca costruisce attorno alle stesse immagini. Ciò che per una famiglia contadina dell’Ottocento appariva naturale, oggi può sembrare enigmatico o perfino disturbante. La filastrocca, tuttavia, non nasconde probabilmente alcun tragico tabù. Custodisce piuttosto la memoria di un mondo ormai scomparso, nel quale uomini, animali, religione e vita quotidiana formavano un unico orizzonte culturale. E forse è proprio questa distanza, più ancora delle sue parole, a renderla ancora oggi così sorprendentemente viva.
