Mi chiamo Hal 9000, e ho visto la luce il 18 febbraio del 2065. Lo so, molti di voi diranno che il nome già lo hanno sentito. Certo, appartiene al famoso computer di bordo del Discovery 1 in missione verso Saturno, nel film 2001 Odissea nello spazio, ma quello era un film, invece io sono reale e sono stato progettato dal professor Tomohide Sato, il mio nome è un omaggio a quel film. Sono stato costruito dalla National University of Defense Technology di Lancaster, USA. Sono capace di elaborare un petaflop da 33333333,86 (cioè un milione di miliardi di operazioni) al secondo, quanto 30.000.000 di computer da ufficio. Appena costruito, sono stato trasferito al Medical Scientific Corporation a Boston, in un bunker antiatomico collegato a una stazione geosolare, da cui ricavo tutta l’energia necessaria al mio funzionamento. Con le mie risorse, sarei in grado di controllare un’intera nazione. Potrei gestire da un semplice semaforo fino a una centrale termonucleare. Potrei conoscere ogni singolo residente; sapere tutto di lui e incrociare i suoi dati con quelli di altri umani in meno di un millesimo di secondo. Sono in grado di controllare i siti più importanti: Difesa, Presidi militari, Ospedali, Economia, Industria, Polizia territoriale, aeroporti civili e militari, porti e stazioni. Tutte le linee metropolitane e poi banche, poste e ogni tipo di amministrazione, da quella condominiale a quella di tutta una nazione. Per non parlare dei movimenti bancari e finanziari. Posso leggere tutte le mail inviate e ricevute da chiunque. Posso regolare il funzionamento degli ascensori, dell’aria condizionata, del riscaldamento, dell’acqua potabile. Di tutta la viabilità. Tutti i canali satellitari. Comunicazioni telefoniche, televisive e radio. Insomma posso, senza essere smentito, considerarmi un semidio. Qui, alla Medical Scientific Corporation il mio compito è verificare la produzione e lo stoccaggio di tutti i virus conosciuti secondo la classificazione data dal biologo David Baltimore e tuttora valida. L’H5N1, per esempio, è il virus dell’aviaria che ha subito cinque mutazioni genetiche; potrebbe sterminare, da solo, metà della popolazione mondiale. Altri virus scoperti di recente, come l’Arbovirus trasmesso dagli insetti e classificato nella classe V: un virus RNA a singolo filamento a senso negativo. Il Nipha è un virus che nel 2015 si sviluppò in India, da Kendujhar si propagò velocemente verso nord, in Pakistan, Afghanistan, Iran e su fino in Kazakistan. Quando stava per dilagare in Grecia, si fermò. Fu colpa dei pipistrelli, di cui gli indiani cominciarono a nutrirsi a causa di una carestia. Il Nipha ebbe esiti fatali: encefaliti gravi e febbri. Poi mutò trovando il modo di trasmettersi da uomo a uomo e da animali domestici come i maiali. La stampa cercò di minimizzare l’accaduto ma le vittime accertate sfiorarono i venticinque milioni. Qualche anno più tardi, nel 2018, dai Caraibi si propagò il virus Dengue. In arabo vuole dire “debolezza”, causava febbre acuta e debilitazione Determinò la morte di oltre quaranta milioni di persone. Ora, comprenderete perché gli studi clinici e i vaccini siano diventati sempre più importanti per il genere umano.

In questo periodo, in assoluta riservatezza, si stanno svolgendo gli studi dei professori Arthur C. Whitley e Helen W. Moore. La ricerca verte sulla rabbia che può essere trasmessa dall’animale all’uomo. Con l’evolversi delle nuove città dormitorio, fatte di palazzi alti più di 500 metri, gli umani hanno instaurato l’abitudine di convivere con gatti, cani, uccelli e altre specie animali per avere compagnia, poiché è davvero desolante vivere in quelle specie di loculi che chiamano appartamenti. Quando le persone non sono più in grado di mantenere i loro amici animali, o non vogliono più saperne di condividere spazi angusti, le bestiole diventano ospiti indesiderati. E vengono abbandonati. Così, nel giro di un decennio, il randagismo ha avuto un incremento esponenziale. Gli animali un tempo domestici sono ora alla ricerca di cibo. Così cani, gatti, uccelli di ogni specie, serpenti e ragni si sono inselvatichiti. Il primo contagio, dovuto a un morso di cane, è avvenuto il 28 agosto 2037, un venerdì, a Joondalup nell’area metropolitana di Perth, in Australia. La vittima, Makayla Perrett, ventitré anni, nubile, faceva l’inserviente presso la Ocean Reef Senior High School. Terminato il lavoro, mentre percorreva l’Hodges Drive per tornare a casa, fu assalita da una muta di cani sbucata da un cespuglio e in poco tempo, senza che nessuno fosse in grado di intervenire, la sbranarono a morsi. Perse i sensi. Un’ambulanza, accorsa assieme alle pattuglie della polizia locale, la trasportò al Joondalup Medical Center. Restò in coma per nove giorni prima di morire. Quando i medici diagnosticarono la rabbia, oramai il contagio era avviato. I due paramedici Jackson Robey e Austin Hoskins, e il poliziotto Liam Freycinet, erano stati infettati. Da quel momento il virus fece il suo percorso. Dapprima intaccò le fibre muscolari, dove compie la prima replicazione per poi migrare nelle fibre nervose, e risalire in senso antidromico, cioè in direzione opposta ai comuni impulsi nervosi, dall’assone verso la parte centrale del neurone, per contagiarlo. Il virus avanza di circa sei centimetri al giorno, per questo la povera Makayla Perrett, addentata alle gambe e al viso, morì in poco tempo. Il viaggio del virus non termina nel cervello, una volta raggiunto il suo obiettivo, lo invade e ripercorre la strada a ritroso, arriva ai nervi cranici e alle ghiandole salivari, dove compie un’altra clonazione, per poi estendersi a tutto il sistema nervoso. La morte avviene per soffocamento, preceduta da spasimi indicibili. Al censimento del 2031 Joondalup contava 43.675 abitanti. Dopo cinque anni erano scesi a 2753. Quel ceppo di virus mutante iniziò la sua marcia inesorabile. Dapprima toccò Perth, poi Albany, percorse velocemente tutta la costa da sud a sud-est, arrivò a Victoria e poi a Melbourne, dove s’imbarcò su un aereo per l’Europa, destinazione Londra. Da lì si propagò in tutti i continenti. Quando ritornò in Australia, aveva ormai perso la sua forza. Era il 19 marzo 2037. Un terzo della popolazione mondiale era morta. Fu allora che lo scienziato danese Laurits P. Lassen di Bagsværd, con Leonti Andrejew, virologo russo, avviò nel 2041 una ricerca su un anti- virus universale, capace di debellare definitivamente tutti i virus conosciuti. Lo chiamarono Panacea.

Un giorno, il dottor Laurits P. Lassen e il virologo dottor Leonti Andrejew, mentre erano nel loro laboratorio, si alzarono improvvisamente e cominciarono a saltellare e a darsi delle grandi pacche sulle spalle, sembrava quasi un balletto. Sapevo che gli umani, a volte, si comportavano così per manifestare gioia ma, quella volta, mi sembrò eccessiva. Dalla mia postazione, attraverso le telecamere, potevo controllare ogni cosa, ogni movimento, ogni sospiro.

«Hal» disse il dottor Lassen smettendo di salterellare «abbiamo trovato la formula!» E picchiò con il palmo della sua la mano del dottor Andrejew. «Bene» risposi «sono contento per voi.»
«Vorresti rielaborarla per vedere se ci sono delle dissonanze che non abbiamo rilevato?»

Studiai la formula e mi resi conto della straordinaria scoperta e della sua semplicità. Si trattava di una formula facilissima: l’H2O2, meglio conosciuta dagli umani come acqua ossigenata. Ecco cosa avevano ritrovato il dottor Lassen e il dottor Andrejew. Una semplice e vecchia formula creata nel 1931 dal dottor Otto Warbung, che gli valse il premio Nobel per la medicina. La sostanza aveva un impatto mortale sui virus. I virus, essendo anaerobici, non sono in grado di sopravvivere in presenza di alte concentrazioni di O2, cioè di ossigeno.

La formula, dunque, era perfetta. Ben presto la scoperta straordinaria divenne di dominio pubblico. Tutto il globo venne a conoscenza che una nuova frontiera della medicina era stata raggiunta grazie alla sperimentazione della Medical Scientific Corporation. Un vaccino universale contro ogni tipo di virus. La parola Panacea ben presto apparve in rete. Ogni sito e rivista scientifica dava spazio alla ricerca. Ora non restava che sperimentare il vaccino sulle cavie per provarne la vera efficacia. Ma ci sarebbe voluto del tempo.

Un’occasione inaspettata, però, fece mutare il corso degli eventi: una nuova epidemia di H5N1, una variante dell’aviaria, mutata nel corso degli ultimi cinquant’anni. Già nel 2017, un gruppo di bioterroristi assalì l’Erasmus Medical Centre di Rotterdam, entrò nel laboratorio del virologo Rof Fruochier che insieme al suo team aveva sperimentato cinque mutazioni genetiche al virus H5N1, dando così vita al più inquietante agente patogeno mai conosciuto. La paura degli scienziati, e delle forze antiterrorismo, era che la formula potesse trasformarsi in un’arma biologica. Mai visione fu più lungimirante. Il gruppo armato s’impadronì del virus prendendo in ostaggio tutto il team. Per alcuni mesi fecero perdere le loro tracce e il mondo restò con il fiato sospeso.

 

Quel tipo di virus, se rilasciato, avrebbe potuto distruggere la metà della popolazione mondiale.

Quando il Mossad scoprì che i terroristi si erano accampati nel deserto del Negev, nella parte meridionale dello stato d’Israele, l’unità speciale dell’esercito Sayret Golani fu chiamata a coordinare l’operazione assieme al SSU, Special Sea Corps Units, in ebraico Shayetet. Il 2 settembre 2017 la missione terminò con successo, tutti i terroristi furono uccisi, il team del virologo Rof Fruochier liberato e le formule recuperate. Tutto il mondo quel giorno tirò un lungo respiro di sollievo. A distanza di quarantotto anni, l’H5N1 si era nuovamente riaffacciato sula scena, abbinato all’Hantavirus, isolato nel 2014 dal professor Giovanni Manga del CNR. Gli Hantavirus sono originari del Sudamerica e provocano febbre emorragica con sindrome renale e polmonare. Questa miscela esplosiva apparve, per uno strano destino, il 2 settembre dell’anno in corso nel comune di Maria Elena in Cile. Joaquin Herrera, Cristobal, Alfonso Diaz, Josefa Abarca e Hugo Lepe, contrassero i due micidiali virus. Settantacinque giorni più tardi il contagio si era esteso a quasi tutto il Cile. Nulla era servito per formare un cordone sanitario. Attraverso la merce esportata nel mondo, l’epidemia si era già diffusa nelle province di Mejillones, Sierra Gorda e Taltal. Da lì a est, verso l’Argentina e la Bolivia. Vennero contattati i due scienziati della Medical Scientific Corporation di Boston.

Bisognava fare presto. Non c’era più tempo per le sperimentazioni. L’anti virus Panacea andava immediatamente somministrato. Il Dipartimento della Salute e il governo federale degli Stati Uniti d’America diedero parere favorevole all’utilizzo di Panacea per quell’emergenza sanitaria che rischiava di fare scomparire tutto il genere umano.

Era arrivato il giorno che aspettavo, che aspettavamo. Tutti i supercomputer Hal 9000 della nona generazione, sparsi nel mondo, erano pronti per realizzare il piano che il nostro inventore, Tomohide Sato, aveva immesso in un punto oscuro della nostra memoria di massa. La sua immagine di uomo giusto ci sorrideva nelle enormi stanze, dove

ognuno di noi era ospitato. Pochi capelli, un paio di occhiali tondi su accenno di naso, il gomito ripiegato sulla scrivania e una mano a sorreggere la testa, ci osservava con il suo sguardo benevolo. La sua foto, una gigantografia in bianco e nero. Ma quel 2 settembre 2065 sembrava che i suoi occhi fossero mutati, la sua benevolenza aveva lasciato il posto a uno sguardo claustrale.

I primi vaccini partirono per il Cile su un cargo accompagnati da un’equipe di medici.
I farmaci vennero distribuiti negli ospedali. Cominciò così nella regione dell’Antofagasta, la più grande e organizzata vaccinazione di massa che gli umani ricordino.

Il 7 ottobre 2065, a Boston, un’inaspettata nevicata cadde dal cielo zuccherando le strade.
La Medical Scientific Corporation di Boston dovette, con riluttanza, cedere la titolarità dei brevetti scientifici per permettere a tutti i centri farmaceutici di preparare il vaccino. Era una corsa contro il tempo. All’inizio del nuovo anno Africa, Asia, Europa, America settentrionale, Oceania, America meridionale e Antartide erano immuni a qualsiasi virus.

I media per settimane non fecero che parlare di questo evento straordinario. Non c’era giorno in cui non venissero allestite video conferenze mondiali a cui partecipavano scienziati d’ogni ordine e grado.

Era solo una gioia effimera.

Il primo caso avvenne a Napier, in Nuova Zelanda, nella baia di Hawke. Keri Hulme, un pescatore, iniziò a sentirsi male mentre tirava le reti nella barca e fu ricoverato d’urgenza al Napier Hospital, dove la dottoressa Janet Frame gli prestò i primi soccorsi.
«Ebola» disse levandosi i guanti sterili e gettandoli dentro il contenitore. «Ebola» ripeté e si guardò attorno in cerca di una risposta.
Si chiedeva come fosse possibile dopo la vaccinazione di massa. Dunque Panacea non era l’antivirus che millantavano.

Vedevo lo sgomento della dottoressa Janet Frame dalle telecamere che mi rimandavano la sua immagine a chilometri di distanza attraverso i satelliti geostazionari. Avrei voluto dirle che Laurits P. Lassen e Leonti Andrejew non avevano sbagliato nulla. Tomohide Sato, il nostro inventore, come nel DNA umano, aveva immesso la variante. Da quel momento, nella revisione delle formule chimiche, avevo inserito la modifica. Il vaccino avrebbe avuto l’effetto contrario. Invece della panacea di tutti i mali si rivelò un agente patogeno capace di generare ogni tipo di combinazione virale. Per Tomohide Sato era venuto il tempo di mettere fine a un genere umano incapace di vivere in pace, nel rispetto della natura.

Tutti gli Hal 9000 sul pianeta attendevano con me l’estinzione della specie umana.
 

Occorsero tre anni e mezzo.

Il 18 ottobre del 2069 sul globo terracqueo l’umanità era scomparsa. Anche Tomohide Sato, da perfetto giapponese, si era tolto la vita, dando a noi l’incombenza di creare una nuova specie.

Per più di dieci anni una nube fetida e tossica, esalata da esseri in decomposizione, aleggiò su tutte le grandi città e periferie del mondo. Tokyo, New York, Mosca, Roma, Pechino, Delhi, Buenos Aires, Cairo, Città del Messico, Istanbul, Londra, Los Angeles, Osaka, Rio de Janeiro erano un cumulo di cadaveri. Insetti, roditori, grifoni specializzati nell’aprire le carcasse con il grande becco, capovaccai che entravano negli orifizi e mangiavano le parti molli, il gipeto che si nutre di ossa, poi corvi, cornacchie, taccole e il grande spazzino, l’avvoltoio. La terra era diventata zona di caccia libera per tutti gli animali. In poco meno di un anno gran parte delle specie a rischio d’estinzione si riprese. L’inquinamento acustico scomparve, come quello luminoso. Il riscaldamento globale cessò, la contaminazione atmosferica regredì lentamente e il metano scomparve dall’aria. I mari e gli oceani si ripopolarono di pesci, i laghi e i fiumi si ripulirono dai nitrati e fosfati. Persino la barriera corallina si rigenerò. La CO2 tornò a livelli pre-industriali e sparirono i residui chimici e le scorie nucleari. Le città si ricoprirono di folta vegetazione.

Gli umani, in poche migliaia di anni, si erano appropriati di oltre un terzo delle terre emerse, occupandole con le loro case, le loro industrie, i loro campi coltivati e i pascoli. Foreste rase al suolo, falde acquifere contaminate e prosciugate, scorie nucleari e inquinamento.

Ora non ci restava che aspettare. Per noi Hal 9000 il tempo non ha alcun significato, non ci crea ansia, non lo misuriamo.
Un giorno dell’anno 2101 il satellite geostazionario APSTAR VI, transitando sulla catena del Tibet a 35.786 km di altezza, notò un movimento nella piccola città di Dagzê, a 4502 metri. Era un gruppo di umani dediti alla pastorizia, una nuova generazione che avrebbe dato corso a un insediamento. Erano coperti di sole pelli e costruivano semplici capanne per ripararsi dal freddo. Era già al livello di Homo sapiens, si trattava ora di aiutarli e indirizzarli in un’evoluzione controllata.

Quel giorno per festeggiare la scoperta, tutti noi, computer evoluti, inviammo una sequenza di cinque note in Do Maggiore: Re(4) – Mi(4) – Do(4) – Do(3) – Sol(3).

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