Lo consideravano un poco matto Elio, il vetraio di un piccolo paese accanto al mare dove si udiva la risacca in lontananza. Non sapevano quanti anni avesse. Sapevano che erano anni in cui era assorto a fabbricare uno specchio, uno specchio con delle unicità che solo lui sapeva possedere capace di…  

 

   Viveva, in una catapecchia di lamiere vicino al mare, il vetraio del paese. Un vecchietto strambo. Nessuno sapeva con precisione quanti anni avesse e da quanto tempo esercitasse la professione, perché più di una generazione si ricordava di lui:                   

   «Chi, il vetraio matto? Ma certo che è matto! Però il lavoro suo lo sa fare», commentava la gente, se interrogata in proposito.

Elio, così si chiamava, era un ometto con una barba ispida tendente al giallognolo che gli nascondeva il collo. Portava uno zuccotto sfilacciato calato sulla testa che un tempo doveva essere stato blu. Era esile e le sue mani erano sempre sporche di nero, tanto che nessuno aveva mai avuto modo di vedere il colore della pelle, al di sotto. Spesso parlava da solo ma erano suoni inintelligibili: anche a farci caso, non si riusciva a distinguere le parole tra una sequela di suoni e l’altra.

   «Buongiorno… Ehm. Buongiorno!» esclamò una donna, entrando nel laboratorio.

   «Sì! Sì, buongiorno, buongiorno», rispose una voce giovanile anche se resa un po’ roca dall’età.

Bene, pensò lei sospirando, cercando con lo sguardo il proprietario, al momento invisibile: «Sì, ecco… io sono venuta a ritirare la cornice che avevo ordinato la settimana scorsa…» 

   «Ah-ha… Venga di qua», fu l’invito della voce.

   Viola era una giovane donna, trasferitasi da poco in quel piccolo paese, quello d’origine del marito. Timidamente si avvicinò quindi alla fonte dei rumori, in una parte nel retro della bottega illuminata dal biancore del sole mattutino. Affacciandosi dallo stipite trovò l’uomo concentrato nello strofinare una superficie riflettente, contornata da una pittoresca cornice d’argento.

   «Che bello specchio!» non poté fare a meno di commentare la donna.

   «Ah-ha… certo… uno specchio, senza dubbio.» La osservò di sfuggita. C’era una luce negli occhi della donna che provocò una piccola fitta al petto dell’artigiano. Sorrise tra sé, perso in un ricordo, e aggiunse: «Ma questo mica è un normale specchio! Ci lavoro da un bel po’, io!»

   «…Ah sì?» chiese lei, più per cortesia che per curiosità.

   «Si sieda, si sieda… mentre finisco qui, le racconto la storia di questo oggetto, se non ha fretta.» 

Be’ un po’ di fretta Viola ce l’aveva, ma le dispiaceva contrariare quel vecchietto così bizzarro. Si accomodò quindi su una vecchia sedia rivestita di formica verde chiaro, vicino alla porta.

   Dopo qualche momento di silenzio, temendo che il vecchio si fosse dimenticato della sua presenza, lei lo incalzò: «Perché dice che non è uno specchio normale?» 

   «No», rispose lui quasi sovrappensiero, «Non è uno specchio normale. In uno specchio normale lei vede riflessa la sua immagine. O quella degli oggetti che vi si trovano davanti.» 

Viola aggrottò la fronte, perplessa. Era proprio quello che di norma fa uno specchio.

L’uomo captò le sue incertezze e proseguì: «Di tutti gli specchi in cui mi sono riflesso nella mia vita, nessuno di essi mi ha mai restituito un’immagine veritiera. Oh sì, mostravano perfettamente la mia effigie, il colore dei miei occhi, la mia calvizie. Tutte le rughe di espressione sul mio viso. Ogni smorfia! Ma questa immagine, signorina… Signorina, o signora?» 

   «Signora.» 

   «Signora, bene! Dunque, dicevamo? Ah, sì… Un normale specchio restituisce un insieme di linee che si chiudono in forme. Nelle sue profondità, sì, riconosco un essere umano, ma è una creatura che non riesco ad identificare come me stesso. Questa immagine non è la realtà. È solo una replica di un involucro, è bidimensionale in ogni senso! Un involucro a cui io non so attribuire alcuna valenza. Chi è quella persona nel vetro? È una persona retta? È una persona valida? Ha un cuore nero o è uno di quegli scialbi individui che Dante avrebbe scagliato nel girone degli ignavi? Questo tizio qua davanti», ed enfatizzò la domanda puntando un indice sporco verso il vetro: «È degno d’amore? In poche parole, chi sono io?» Sospirò infine l’uomo. «Ho passato più di ottanta primavere e ancora non lo so.» Lucidava, stirava le lastre, le riposizionava una sull’altra, assemblava pezzi.

   «… Davvero lei pensa di ottenere la risposta a queste domande da uno specchio?» si lasciò sfuggire lei, facendo un’associazione di pensiero con la matrigna di Biancaneve.

   «Per forza! Ho costruito ogni sorta di specchi per tutta la vita, dovrò pur essere in grado di realizzarne uno che mi mostri chi sono.» Poi, fissandola intensamente negli occhi: «Lei lo sa chi è, signora?»

La luce abbacinante che entrava dalle grandi finestre rendeva l’ambiente un po’ etereo. L’unico rumore distinguibile era il suono basso e lontano della risacca.

   «Be’, io…», Viola abbassò lo sguardo sulla fede all’anulare sinistro. Pensò a suo marito, alla loro casa; pensò al suo lavoro e alla sua qualifica, come se in quei dettagli fosse celata la risposta di quella domanda inaspettata.

   «Non è quella roba lì», la sorprese l’uomo, come leggendole nel pensiero: «Lei non è il suo stato civile. Lei non è “la moglie di”. Lei non è “una dattilografa”. Lei non è “dottoressa in economia”. Queste sono cose che ha fatto, ma non la identificano. Chi è, lei?» 

Cercò di aggirare l’ostacolo e le vennero in mente caratteristiche fisiche, nomi e cognomi che vennero scartati appena arrivò il successivo rimbecco del vecchio artigiano.

   «Non prenda neanche in considerazione di rispondermi con “sono alta 1,65 e ho i capelli rossi”, per favore. Non mi riferisco a questo.»

   «Mi sono persa. Cioè: vuole sapere se sono buona o cattiva? Io non saprei risponderle. Oddio, in effetti non sopporto mia suocera», scherzò, un po’ imbarazzata. «Ma non sarei capace di soffocarla nel sonno, se è questo che intende. È anche vero che nei suoi riguardi non ho pensieri molto gentili. Però… senta, sono una persona normale, un po’ come tutti, che diamine!»  

   «Una persona normale», ripeté lui, continuando a prestare attenzione alla lucidatura della lamina. Poi proseguì: «Sa, quando ero giovane e camminavo per la via principale del paese, mi sentivo fatto dello stesso vetro su cui poggio le mani ogni giorno.» 

   Il suo sguardo si perse lontano, mentre le sue dita accarezzavano distrattamente la superficie su cui stava lavorando. 

   «Mi sentivo così trasparente e sottile che a stento le persone potevano distinguermi dallo sfondo: come quelle finestre che sono così tirate a lucido che non si capisce se siano aperte o chiuse! Ha presente?»

Senza attendere la sua conferma, l’uomo continuò: «Ero un fantasma di vetro. Ma andava bene, perché ero io a cercare di attirare l’attenzione il meno possibile. Volevo confondermi con ciò che era circostante e non incrociare lo sguardo di nessuno. Mi dava fastidio che le persone si rivolgessero a me, capisce? In realtà mi dà noia tuttora. Ho sempre risposto con cortesia ma andavano ad increspare la quiete perfetta del lago del mio isolamento. Di rimando, soffrivo di una solitudine terribile. Un bel paradosso, non è così?»

La giovane donna annuì. Ancora non riusciva a trovare il bandolo di quella matassa, ma forse erano solo i vaneggiamenti di un vecchio strampalato.

   «Insomma, nessuno mi vedeva e quei pochi con cui avessi a che fare conoscevano solo gli strati più superficiali della mia persona, quindi era come se non mi conoscessero affatto. Ha presente quegli atteggiamenti che si utilizzano per le interazioni con gli altri, tutti rigorosamente socialmente accettabili?» Spostò nuovamente su Viola le iridi grigio-azzurre: «Non ti identificano affatto, visto che tendiamo a replicare quei comportamenti nei riguardi di chiunque, nelle faccende quotidiane. Più sei ‘comune’ in questo tipo di scambi, meno resti impresso. E quindi la mia volontà di restare invisibile non ne soffriva.» 

   «E la solitudine?» rimarcò lei. 

   «Quella era il rovescio della medaglia. Nessuno mi infastidiva, in compenso quando tornavo a casa c’eravamo solo io e gli spifferi», ridacchiò, «Faticavo anche a tenere acceso il fuoco nel camino, che mi elargiva le sue tenui fiammelle come se fossero un generosissimo dono.» 

   «Scusi, non ha mai pensato che un comportamento diverso le avrebbe garantito molta meno sofferenza? Non dico tanto, magari frequentare qualche bar, tipo una volta a settimana, per non forzarsi eccessivamente», Viola quasi si giustificò, cercando di entrare nei panni del suo interlocutore.

   «Ha perfettamente ragione. Solo che non ci riuscivo, capisce? Non è che lo stabilissi a priori. Ci ho anche provato: ‘stasera vado da Gigi per un bicchiere’. Ci andavo. Mi sedevo, salutando con un cenno del capo gli altri avventori e qualcuno attaccava facilmente bottone: il maltempo, la vendemmia… le tette della figlia del lattaio… liti per un’eredità, matrimoni, figli… La vita ordinaria della gente mi veniva riversata nelle orecchie a secchi e di tutto quello di cui venivo messo a parte non me ne importava un bel niente! Volevo dire loro, l’avete vista la luna piena stasera? Era così vicina all’orizzonte che sembrava fosse possibile toccarla allungando una mano! Ma a chi mai potevo dire una cosa del genere? Già sapevo che dubitavano della mia salute mentale, figuriamoci. Oppure, invece delle tette della figlia del lattaio, avete visto in che modo grazioso arrossisca e volti la testa di lato quando apprezza un complimento? Ma niente, le tette vincono su tutto. A volte anche sul culo. Ma questa è un’altra storia.»

La donna sorrise e si sistemò meglio sulla sedia, in attesa del resto. Dopotutto sembravano argomentazioni piuttosto articolate per venire espresse da uno che si diceva fosse vagamente squilibrato.

   «E quindi, accantonai anche l’esperimento bar. Poi, mi innamorai.» Elio si prese una breve pausa, frenando un sospiro. Parve prendere una decisione tra sé e sé e seguitò il racconto, quasi con fare noncurante, mentre spazzolava la cornice con più scrupolosità del necessario: «Sì, era la figlia del lattaio. Sì, erano miei i complimenti a cui arrossiva.» Le setole della spazzola penetravano in ogni interstizio di quei riccioli barocchi. «Ci siamo frequentati in modo discreto, anche perché avevamo il sentore che la famiglia non impazzisse all’idea di avermi come genero. E infatti, quando i suoi lo vennero a sapere, misero sotto chiave Lisetta – così, si chiamava – e dopo qualche mese la obbligarono a sposarsi con un carabiniere, figlio di conoscenti. Lo sa, lei un po’ me la ricorda», aggiunse in un soffio, quasi imbarazzato.

Viola sorrise, intenerita.

Elio si concesse un momento di pausa, anche dallo spazzolare, guardando nel vuoto e sbattendo le palpebre. La donna giurò di aver scorto gli occhi dell’uomo inumidirsi, ma forse era solo quell’aspetto acquoso dovuto all’età.

   «Il fatto è che, per la prima volta, Lisetta era stata in grado di vedere e amare tutto di me, dai cosiddetti strati superficiali a quelli più neri e nascosti. Quello che non cessava di stupirmi era come le fosse facile intuire il mio stato d’animo semplicemente dal mio modo d’incedere mentre le andavo incontro: io nemmeno sapevo che avessi diversi modi di camminare, a seconda dell’umore! Lei invece sapeva e amandomi mi osservava, arrivando a conoscermi come le sue tasche. Ovvio, a volte discutevamo, ma di rado.» Un piccolo stormo di uccellini passò cinguettando vicino al fabbricato. Il maestro vetraio proseguì: «Vede, l’amore era, e doveva essere, sempre più forte dell’orgoglio ed è questo che le coppie moderne non vogliono capire, ma sto divagando. L’amore vinceva e aveva vinto su tutto tranne che sulla vita. La vita non si lascia sconfiggere facilmente.» Seguì un’altra breve pausa. «Sì, entrambi piangemmo e parecchio. Poi il tempo passò.» Per qualche secondo si udì solo il rumore soffice delle setole sul metallo e il frangersi delle onde, lontano.

   «Il tempo ha lenito il dolore», suggerì Viola, cercando una frase di circostanza.

   «Il tempo non lenisce niente!» la sorprese il vecchio, fissandola. Poi il suo sguardo si ammorbidì: «Il tempo ridimensiona ciò che si pensava fosse importante; ciò che sicuramente è importante. Convincerci di questo, tuttavia, è troppo doloroso, quindi chiudiamo queste circostanze nel cassetto di “ciò di cui si può fare a meno”. Il tempo ottunde. Seppellisce i dolori nella polvere. Quando il vento soffia, la polvere scompare e il dolore rispunta, come se non fosse mai passato, perché, in effetti, è sempre stato lì.»

   «Il vento..? Quale vento?» 

   «Quello dei ricordi, cara. Le memorie sono senza tempo, lo sa? Ha presente quelle caramelle che mangiava da bambina, com’erano buone? Ci sta pensando e le è venuta l’acquolina in bocca, vero? Eppure quando sarà successo, trent’anni fa? Oppure quando pensa all’ultima marachella del suo gatto: le sale l’ombra di un sorriso sulle labbra adesso, ma l’episodio risale a più di dieci giorni fa. Ecco di cosa è fatto il vento.» 

Elio tacque. Posò la spazzola su un ripiano irregolare e scelse un panno tra quelli ripiegati lì accanto. Poi continuò: «E insomma, Lisetta mi vedeva come sono davvero o era solo l’infatuazione che la portava a dipingermi addosso un’identità a lei congeniale? Chi è che aveva ragione? I miei genitori, che pensavano fossi un bambino schivo e un po’ tonto? I miei clienti, che mi hanno sempre creduto fuori di testa? Gli avventori del bar, che mi vedevano come un sognatore distratto? Un vecchio amore, per il quale ero generoso, protettivo e amorevole? Una combinazione di tutto questo? Ecco perché ho costruito questo specchio. È quasi pronto.»

Sì, rettificò Viola nella sua testa, quest’uomo è davvero pazzo. 

Lui dovette accorgersi dell’aria scettica di lei, tanto che, quando le sorrise, Viola arrossì.

   «Lo so che non mi crede. Nessuno mi crede, ma non importa.» Ripose il panno e le voltò le spalle, trafficando in una catasta di involti impilati in un angolo. Ne estrasse uno legato da uno spago e dopo averne scostato un lembo sincerandosi che fosse ciò che stava cercando, lo porse alla donna: «Ecco la cornice. È questa, giusto?»

Viola pagò il lavoro; era di ottima fattura. Nell’augurare all’uomo un buon proseguimento, gli chiese blandamente quando avrebbe ultimato il suo specchio.

   «Manca poco! Penso tre o quattro giorni. Arrivederci!»

Una volta tornata a casa, il marito la sorprese a rimirare il nuovo acquisto: «Hai impiegato una vita a tornare! Ma che fine avevi fatto?» le chiese, mentre la cingeva tra le braccia. Lei gli spiegò a grandi linee la discussione filosofica avuta dal vetraio. 

«Non mi dire… ti ha raccontato la storia dello specchio!» le rispose sbuffando. Lei lo guardò, stupita:  

   «La conosci anche tu?» 

   «La conosceva anche mio padre!» chiosò lui, rivelandole che il vecchio pazzo lavorava allo ‘specchio magico’ da oltre sessanta anni, per quel che ne sapeva.

Viola scosse il capo, ridimensionando il lungo monologo dell’artigiano. Alla fine si trattava di semplici farneticazioni di un matto! Presto se ne dimenticò e seppellì quell’episodio sotto la coltre delle inezie quotidiane. La cosiddetta “polvere”, che l’anziano artigiano le aveva descritto.

***

   Passò poco più di una settimana e da alcune chiacchiere distratte nei negozietti del paese Viola venne a conoscenza della morte del vecchio vetraio. A quanto pareva lo avevano trovato riverso sul pavimento della sua bottega, in mezzo ad alcuni frammenti di vetro. Sulla parete di fronte era stato rinvenuto ciò che rimaneva di uno specchio: una cornice d’argento di squisita fattura che ancora reggeva poche schegge acuminate. Lo specchio, da integro, doveva essere stato particolarmente ben lavorato e molto prezioso.

***

   Elio ultimò la posa e la lucidatura delle lastre raggiungendo la combinazione ottimale, come se per anni non avesse fatto altro che ruotare un bizzarro caleidoscopio. Velò l’oggetto con un panno e lo appese a un chiodo piantato in mezzo alla parete per l’occasione.

Carico di aspettative rimosse lentamente la stoffa, che scivolò accarezzando l’assito del pavimento. Quasi indugiò, in un primo istante. Serrando gli occhi laddove le orecchie sembravano come assordate dal battito del suo cuore, infine si decise e aprì lentamente le palpebre, mettendo a fuoco davanti a sé: si rese conto che lo specchio rifletteva perfettamente l’ambiente circostante e acuì lo sguardo. Tutti i suoi utensili erano riflessi nell’immagine, compreso il lampadario impolverato che proteggeva la scarna lampadina. La lucida superficie riproduceva tutto, tutto quanto.

Tranne la sua figura. 

Lui nello specchio non c’era!

   Aveva lavorato, assemblato e rimontato quei pezzi all’infinito per ottenere finalmente la tanto sospirata rivelazione, la risposta definitiva, ma l’oggetto incantato gliela negava.

No… non era vero. Lo specchio era stato costruito con maestria e talento; aveva adempiuto perfettamente la sua funzione: lui, Elio, non era niente!

   Colpì con un pugno il centro dell’immagine riflessa e cadde in ginocchio. Artigliandosi la camicia alla spasmodica ricerca di aria, un’amara consapevolezza lo invase prepotentemente: in realtà nessun “occhio” esterno poteva dargli un valore o un’etichetta. Si rese conto di aver sprecato tutta la sua vita a perfezionare lo strumento dal quale si aspettava un trionfale responso mentre questa identità a lungo bramata avrebbe dovuto attribuirsela da solo. 

Accovacciato su se stesso, mentre gli ultimi istanti della sua vita scivolavano via, l’ombra di un sorriso si palesò sulle sue labbra. 

Nonostante si sentisse molto stupido, pensò che tutto sommato era stato un brav’uomo.

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4 Commenti

  1. Pinuccia

    11 ottobre 2018 a 22:52

    Bellissimo racconto scritto molto bene complimenti , però lascia un po’ di amaro in bocca il finale è un po’ triste ma rinnovo i complimenti

    rispondere

    • Michela Mannoia

      12 ottobre 2018 a 7:20

      Grazie! 🙂 🙂

      rispondere

  2. Simonetta

    19 aprile 2018 a 6:23

    È scritto molto bene, però la fine – a mio avviso – è poco articolata: avrei “dipanato” di più il motivo x il quale Elio non si vede nello specchio. Ciò non toglie che mi è piaciuto molto. Complimenti!

    rispondere

    • Michela Mannoia

      19 aprile 2018 a 7:19

      Grazie! 🙂

      rispondere

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