Una creatura metallica, dal sorriso statico-erotico, cattura l’attenzione della folla e rapisce il cuore di Marco.

Marco Derenghi era spintonato, pressato, strattonato dalla gente che a quell’ora del mattino si accalcava sull’autobus blu. Si reggeva a fatica agli appositi sostegni metallici, freddi e appiccicosi per via di tutte quelle mani che vi si aggrappavano. Aveva la mente così occupata dai pensieri, da   

Aveva quarantacinque anni, non molto alto e dalla vita non aveva avuto tante emozioni, né se le aspettava più. Il suo pessimismo si fondava su ragioni serie; chiunque, se avesse avuto la bontà di ascoltarlo, ne avrebbe convenuto.

Viveva in due modeste camere, di cui una a uso cucina, in periferia e tutti i giorni, tranne la domenica, prendeva l’autobus per andare al Grande Emporio, dove era capo vetrinista. Solo dopo la morte della madre, donna energica e possessiva che aveva ostacolato ogni relazione per il timore di essere abbandonata, aveva ritrovato un po’ di pace, ma non gli anni perduti della sua giovinezza. Ormai i suoi capelli si erano diradati e imbiancati alle tempie; non immaginava che la sua vita sarebbe cambiata proprio quella mattina.

Era un martedì di inizio primavera e al Grande Emporio lo attendeva una giornata monotona impegnata ad allestire vetrine. Franco Fusaro, il direttore, lo attendeva nel magazzino, a cui si accedeva tramite un enorme montacarichi. Quando arrivò c’era anche Cattoni, l’aiuto magazziniere, il quale stava terminando di aprire una grossa cassa di legno.

«È arrivata, Derenghi! È arrivata!» disse euforico Fusaro, sfregandosi veloce le mani. «È arrivata, cosa?» chiese con un viso da sfinge.

«Lei ancora non lo sa, ma le ho riservato una grossa sorpresa, vedrà.» Poi proseguì agitatissimo battendo le mani: «Forza Cattoni, apra, apra!»

Cattoni sollevò il coperchio della cassa: apparve una figura, avvolta come una mummia in innumerevoli fogli di plastica bianca imbottita. Cattoni la liberò lentamente da quella speciale confezione. Fusaro e Derenghi, immobili, sembrava stessero assistendo a uno spogliarello. Quando tutta la plastica fu levata, emerse una figura muliebre in piedi, con la testa girata verso di loro. Era tutta di metallo argenteo, levigato a specchio. Stava lì, alta, statuaria come una dea Madre, con forme perfette da ballerina del Crazy Horse. Una maschera di metallo le ricopriva il volto, senza occhi, come una celata, il profilo del naso era appena accennato ma le labbra carnose lasciavano intravedere i denti perfetti, lucenti. Due piccole antenne sporgevano al posto delle orecchie. I seni erano alti e prorompenti, con i piccoli capezzoli surrogati da due bulloni dorati. Dalle spalle larghe, ben fatte, scendevano le braccia armoniose con le mani affusolate, dita lunghe e articolate. La schiena flessuosa poggiava sui glutei ampi, formosi, le cosce lunghe, tornite, i polpacci perfetti su caviglie sottili e piedi piccoli, proporzionati. Grazie a degli snodi ad anelli concentrici, poteva assumere qualsiasi posizione.

«Ha visto che meraviglia?» disse Franco Fusaro euforico. «È proprio fantastica!» replicò esterrefatto Derenghi.

«E non è tutto» continuò Fusaro mostrando una tastiera e un monitor. «Questa è la sua centralina di comando. Da qui si può programmarla.»

«Vuole dire» chiese Derenghi attonito, «che la si può far muovere come più ci piace?» «Sì! Non è fantastico? Vede questa penna?»
Derenghi annuì.

«È una penna ottica, con questa si può disegnare sullo schermo ogni suo movimento . Ora le faccio vedere.»

 

Batté alcuni tasti, e sul monitor apparve una figura stilizzata, formata da tanti piccoli quadretti colorati.

«Adesso è in piedi e ci guarda, le mostro come farla camminare.»

Disegnò alcune linee sullo schermo.

«Ecco, ora il computer elabora il mio disegno, traducendolo in movimenti. Molte posizioni sono già state immesse nella sua memoria. Sì, perché lei ha una memoria, proprio come un essere umano.»

La figura argentea, dopo alcuni secondi, fece qualche passo avanti, muovendosi armoniosamente. Nella stanza non si udiva nessun rumore, solo lo sfrigolio dei neon che pendevano dal soffitto. Derenghi, affascinato, con la bocca aperta, guardava estasiato la figura metallica. Anche Cattoni, rapito da quella visione, si avvolgeva i fogli di plastica sulle braccia, senza rendersene conto.

«È o non è straordinaria?» domandò Fusaro. «Se l’immagina il successo, quando apparirà nelle nostre vetrine? Diavolo!» e si batté una mano sulla coscia.

«Stupenda» disse a mezza voce Derenghi, senza mai togliere gli occhi di dosso all’automa.

«È tutta sua. Si studi bene questo manuale e buon lavoro. Ah, dimenticavo» continuò il direttore, «le ho dato un nome: Maria, come la protagonista di Metropolis, il film di Fritz Lang. E non dimentichi: deve essere esposta fra una settimana, in concomitanza con la campagna pubblicitaria. Attirerà un mucchio di gente. Vedrà Derenghi!»

Derenghi non disse nulla, si limitò a muovere la testa in segno di assenso. Poi disse al magazziniere di lasciare pure stare, avrebbe pensato lui a sistemare tutto.

Cattoni scomparve dentro il montacarichi assieme al direttore e Marco Derenghi rimase solo. Allungò una mano per toccare la strana creatura: la sensazione di freddo del metallo non lo infastidì. Scese con la mano e accarezzò un seno; la ritrasse immediatamente, imbarazzato dalla sensazione di piacere. Guardò ancora quel viso immobile, e quel corpo statuario che continuava a emanare una profonda carica erotica. Sembrava voler sfidare le autentiche fattezze di una donna. Dal confronto usciresti vincente, pensò a voce alta.

Nei giorni a seguire, dedicò molto tempo allo studio sistematico dello smisurato manuale. Scoprì così le possibilità di quella stupenda macchina con sembianze di donna, ne ammirò la coordinazione motoria e la deambulazione fluida; aveva il passo caratteristico che le indossatrici acquisiscono dopo anni di faticosi esercizi.

Una domenica mattina giunse al Grande Emporio, sicuro di non essere disturbato. Erano giorni che pensava con trepidazione a quel momento. Da uno scaffale prese delle scatole di cartone contenenti biancheria intima di vari colori. Scelse alcuni capi, dopo averne valutato la taglia e si diresse verso la donna di latta. Iniziò con uno slippino sgambato, morbido al tatto e di colore bordeaux, che risaltava sulle forme argentee. Lo fece risalire piano lungo le cosce tornite, il reggiseno di pizzo coordinato aderì perfettamente ai voluminosi seni di metallo, per finire passò i due indici lungo le spalline per sistemarlo meglio. Allacciò il reggicalze sopra il ventre piatto e levigato, le infilò un paio di calze di seta con la cucitura, le fissò ai ganci del reggicalze, sistemandole con le mani lungo le gambe. Il contatto della seta gli diede un certo fastidio, paragonato alla sensazione di piacere che quel corpo levigato gli procurava. Finì con un paio di scarpe di vernice nera con tacchi a spillo. Era tanta l’emozione e l’eccitazione che, di tanto in tanto, doveva asciugarsi le mani e la fronte, tanto erano sudate. Si allontanò di qualche passo per

verificare il risultato. Migliaia di neuroni si accesero nel suo cervello: una valanga di ormoni si scaricò sulle gonadi rigonfiandogli il pene. Quando mai gli era capitato di vestire una donna? Forse era persino più eccitante che spogliarla.

Ora i vestiti, si disse tra le labbra. Iniziò dalla gonna; ne provò una che scartò gettandola a terra, passò a una seconda, blu mare, che considerò la più adatta. Poi le fece indossare una camicetta di seta bianca con una cintura alla vita. Premette qualche tasto del computer. La donna di latta fece alcuni passi, seguiti da un leggerissimo ronzio, girò attorno a una poltroncina, si sedette con grazia appoggiando delicatamente i gomiti sui braccioli, accavallò le splendide gambe facendo frusciare la seta. Marco Derenghi la osservava sudatissimo, non si poteva paragonare a nessuna donna, nemmeno alle più belle e desiderabili fotografate sulle pagine di Playboy.

L’antropomorfismo della donna di latta, associato alla sua prorompente carica erotica, ebbe una grande risonanza. Accorse una enorme folla di curiosi che si accalcarono davanti alla vetrina, dove era stata posta.

Un tavolo bianco da giardino, un ombrellone coloratissimo, due sdraio a righe bianche- azzurre, sabbia finissima d’un bianco accecante e una gigantografia marina sullo sfondo completavano la scena. La protagonista era lei: la donna di latta, con un costume intero sgambato, nero e scollato sulla schiena fin quasi ai glutei. Marco Derenghi l’aveva programmata perché girasse attorno al tavolo, lentamente, sollevando la sabbia sottile, per poi sedersi sulla sdraio allungando le aggraziate gambe di latta.

Qualcuno, tra il pubblico accalcato contro la vetrina, si chiedeva come avessero potuto nascondere i fili. E qualcun altro rispondeva che non si trattava di una marionetta, ma di un robot.

Un uomo piccoletto sosteneva che all’interno ci fosse un nano che la faceva muovere. Una signora strattonò l’uomo al quale dava il braccio, accorgendosi degli sguardi lascivi che il suo compagno lanciava alla donna argentea.

Trascorsero alcune settimane e l’interesse per la donna metallica aumentò. Anche la stampa locale si profuse in articoli e fotografie che ritraevano la creatura di latta. Ogni giorno si assisteva a una vera calca di fronte alla vetrina e Fusaro pensò, visto il grande successo, di farla trasferire all’interno.

Si convenne di iniziare dal reparto della biancheria intima femminile.

La resa era indescrivibile. Potevano finalmente ammirarla più da vicino, potevano quasi toccarla. Quasi. Prevedendo l’afflusso, avevano sistemato attorno al reparto delle robuste transenne di metallo.

Un body sgambato color fucsia, le gambe inguainate nel collant fumé, scarpe rosse con il tacco alto e un laccetto che avvolgeva le sottili caviglie, associati al suo ancheggiare su e giù, mandarono il pubblico maschile in visibilio.

Le vendite salirono vertiginosamente in tutti i reparti dove, a rotazione, la figura argentea si esibiva. Anche le donne, identificandosi in qualche parte del suo corpo metallico, contribuirono al grande successo di vendite.

Nel vedere tanta folla accalcarsi attorno alla donna di latta per ammirarla, Marco Derenghi provava gioia e piacere, consapevole che solo a lui era concesso il privilegio di toccarla, spogliarla e rivestirla. Era, dopo lungo tempo, soddisfatto, il lavoro non gli pesava più, ne era stimolato; la sua vita piatta e grigia, aveva finalmente ritrovato

colore. Ripensando all’episodio con Carla, riusciva perfino a sorriderne. Vedendola adesso nel suo reparto, non gli faceva più l’effetto di un tempo, gli pareva meno bella, come se fosse… sfiorita.

Aveva conosciuto Carla una sera di ottobre, di qualche anno addietro. Era una bella ragazza, poco più che ventenne, con una gran massa di capelli neri su un viso dai lineamenti sottili e grandi occhi espressivi. Aveva notato subito i seni pieni, quando sfilato il giubbotto di cuoio, restò con un golfino attillato. Si erano seduti un poco infreddoliti in un bar. Carla stava cercando un lavoro e gli chiese aiuto; era diplomata, ma disposta a fare addirittura la donna delle pulizie, anche se le belle mani curate smentivano le sue parole. Alcuni giorni dopo, con la scusa di farle compilare la domanda d’assunzione, l’aveva invitata a casa sua. Carla non si era fatta pregare. Dopo aver dato una rapida occhiata a quel poco che c’era da vedere, si era seduta sul sofà accavallando le belle gambe con delicatezza, in un fruscio di nylon sulle cosce sode. Una sera Marco trovò il coraggio di invitarla a cena. Una volta terminata, si accomodarono nel piccolo tinello. Carla si sedette sull’ampia poltrona a fiori stinti, con enormi braccioli consumati. Marco di fronte, sul sofà. Conversarono del più e del meno. Carla aveva una voce non molto bella, quando pronunciava le “s” qualcuna le rimaneva fra i denti, ma questo piccolo difetto, egli nemmeno lo notò, tanto era assorto da quella donna. Gli accennò, durante la conversazione, di alcune vicende sentimentali. Gli chiese se anche a lui erano capitate quelle situazioni.

«Insomma, anche a te saranno capitate delle avventure, no?» gli domandò. «Dai, raccontami un po’ di te, altrimenti parlo solo io. Mi è venuta la gola secca…»

Marco si alzò immediatamente e da sopra il tavolo, dove regnava quel tipico disordine da fine cena, prese un bicchiere e, dopo averlo risciacquato sotto il rubinetto dell’acquaio, lo riempì e lo porse a Carla. Lei lo bevve tutto d’un fiato, asciugandosi poi la bocca con il dorso della mano.

«Allora Marco» lo sollecitò Carla, «le tue avventure sentimentali…»

Marco ritornò a sedersi sul sofà. Tergiversò un poco, ora guardandosi e rimescolandosi le mani, ora lisciandosi nervosamente la barba che portava lunga di qualche giorno. Riuscì, dopo varie insistenze da parte di Carla, a confessarle che di avventure non ne aveva mai avute. Carla non volle credergli. Marco dovette giurarlo.

«Ma come fai? Sì, dico per le tue necessità di uomo?» chiese rendendosi subito conto di essere stata troppo impertinente. Marco non disse nulla, si limitò ad alzare le spalle.

«Vai con quelle?» gli chiese.
«Quelle, chi?» domandò Marco sempre più in impaccio.

«Ma sì» disse Carla quasi divertita da quell’imbarazzo che gli si era stampato sul volto quelle, «le puttane, che diamine!»

Lui scosse la testa.
«No. Con quelle non ci sono mai riuscito.» «Ma allora, se tu non hai… sei, saresti…»

Carla non disse quella parola, era troppo. Seguì un silenzio, dove si udì solamente il chiacchiericcio provenire dalla strada e le gocce che cadevano dal rubinetto in una pentola posta nell’acquaio. Quando Marco si decise ad ammettere di essere vergine, Carla si portò le mani sulla bocca ed esclamò: «Oh, mio Dio!» e trattenne a stento una

risata. «Non ci posso credere» e si alzò andando a sbirciare dalla finestra. «Accidenti che nebbia! Vieni a vedere» disse guardando il tratto di strada lattiginoso.

Marco si alzò dal sofà e le si avvicinò. Profumava di acqua di colonia. Ne assaporò tutta la fragranza aspirando profondamente dalle narici, tanto che lei se ne accorse e, giratasi gli chiese: «Non ti va il mio profumo?» ben consapevole che era esattamente il contrario vista l’espressione di lui. Marco avvampò per l’imbarazzo. Si limitò ad accennarle un sorriso da idiota.

«Se vuoi ti accompagno» le disse riaccomodando le tende.

«Credi abbia paura di questa nebbia?» disse Carla incrociando le braccia sul petto con un aria di sfida. «Ci vuole ben altro. Ma piuttosto, per ritornare al nostro discorso» disse riaccomodandosi sulla poltrona e aggiustandosi delicatamente la gonna, «io avrei una proposta da farti. Bada di non fraintendermi.»

Marco scosse la testa più volte mentre si sedeva sul sofà.

«Allora» riprese con una certa titubanza nel cercare le giuste parole, «tu mi fai assumere all’Emporio e io ti tolgo…»

«Ti tolgo…?» riprese prontamente Marco che aveva intuito che c’era qualcosa di straordinariamente interessante per lui.

«Ti tolgo da quell’imbarazzante verginità» disse tutto d’un fiato. Marco Derenghi ci mancò poco cascasse dal sofà.

«Ma, ma come potresti fare una cosa simile?» chiese balbettando. «Mi hai guardato bene?»

Carla annuì.
«E allora come potresti?»
«Perché lo faccio, vuoi dire?» chiese, cercando di inventarsi qualcosa di credibile.

Fece scorrere per qualche istante i suoi grandi occhi scuri lungo le pareti, soffermandosi qua e là sulle grosse crepe che vi si erano formate per poi dire: «Perché, perché credo che se tu riuscissi per una volta ad andare con una donna, sono convinta che ti sbloccheresti. Tu, per me, sei bloccato, hai troppe paure. Ti vedi brutto, insignificante.» E si convinse che di ragioni ve ne erano a sufficienza per essere tanto amareggiato.

Marco era incredulo a quelle parole, la fissava e non capiva ancora se scherzasse o dicesse sul serio, quella splendida creatura gli proponeva di trasformarlo in un vero uomo, in cambio di che cosa? Di un posto di lavoro.

«Ma tu potresti mai, andare con un uomo senza amarlo?» le chiese imbarazzandola.

Carla nuovamente fece scorrere lo sguardo lungo le pareti spoglie e scrostate prima di trovare la frase giusta.

«L’amore è qualcosa di profondo, di serio, non ha nulla a che fare con quanto ti propongo io. Il mio scopo è toglierti di dosso la tua assurda verginità, il tuo farmi assumere. È un semplice patto, tutto qui.»

«Dunque, basta che io riesca a farti assumere e tu…» «Ma sì, te l’ho detto. Tu fammi assumere, e io…»

Carla fu assunta come commessa al reparto profumi. Ora, dopo l’assunzione, Marco non stava più nella pelle, consapevole di quella promessa. Carla rimandò alcune volte

l’invito che Marco, girandole attorno al reparto, le aveva accennato. Lei accampò scuse banali, gli disse di non correre troppo, che sarebbe stato più bello se ci fosse stata una vera occasione.

Questa arrivò quasi inaspettata, quando venne organizzata una gita aziendale, una di quelle gite a cavallo di un “ponte”. La meta, data la stagione, era una località di montagna. Durante la trasferta in pullman, Carla chiacchierò con Marco dicendogli del nuovo lavoro, di quante conoscenze si potevano fare stando a contatto con la gente. Era felice, glielo poteva leggere negli occhi che non teneva mai fermi, li muoveva di continuo, ora dentro il pullman, ora al di fuori, lungo il paesaggio che via via scorreva attraverso i finestrini. Marco la ascoltava, ma non vedeva l’ora di incassare quella cambiale, sottoscritta verbalmente da lei, qualche tempo prima. Pensava al momento in cui avrebbe potuto finalmente accarezzare quel corpo, che per tante notti, con gli occhi sbarrati rivolti al soffitto, aveva immaginato e desiderato.

Giunsero a destinazione verso l’imbrunire. La neve era molto alta per le strade, le montagne tutte attorno erano ammantate e gli alberi innevati pencolavano i loro rami come braccia stanche. Dopo cena, si spostarono tutti nella tavernetta, dove c’era una piccola pista da ballo contornata di tavolini; luci e musica soffusa, davano all’ambiente un tocco d’intimità. Carla indossava un golfino di lana morbida e pelosa scollato a V, con delle paillette sul davanti; i seni bianchi e voluminosi sporgevano dalla scollatura, risaltando sul nero del golf. La gonna di flanella grigia, due dita sopra le ginocchia, dava risalto alle gambe nervose, avvoltolate in calze di seta nera; con le scarpe dal tacco alto, Carla era la ragazza più desiderabile della compagnia. Per tutta la serata non ci fu un momento in cui Marco poté conversare con lei, o bere qualcosa. Era un invito continuo. Nel turbinio delle danze, si mostrava sempre molto disponibile e allegra. A Marco non restò che osservarla e sognare, sognare di averla al più presto tra le sue braccia. Il sogno mutò in incubo, quando si accorse che faceva coppia fissa con un uomo sulla trentina, scuro di capelli, alto, spallato, abbronzato e con un profilo importante: era sicuramente del posto, forse un maestro di sci, pensò. Mentre ballavano stretti, lui le accarezzava la schiena lentamente. Ogni tanto Carla buttava indietro la testa ridendo forte, abbandonandola poi sulla sua spalla. C’era intesa tra loro. D’improvviso lui la baciò sulle labbra. Carla cedette a quel bacio stringendosi a lui. Marco si sentì tradito, umiliato, calpestato nel profondo del suo animo. Avrebbe voluto sciogliersi e sparire come i cubetti di ghiaccio nel bicchiere di Carla. Sconsolato, mandò giù tutto d’un fiato il suo cognac.

Durante il viaggio di ritorno, Marco Derenghi si sedette accanto alla Tommasini, una donna bruttina e noiosa con due spesse lenti da miope. Parlava, parlava sempre, mentre Marco avrebbe voluto che se ne stesse zitta, per meglio dar corso ai suoi pensieri. Carla era seduta due sedili più avanti in compagnia di Giulio Gattia, commesso del reparto abbigliamento uomo. Ad un tratto si alzò e mosse verso di lui. La Tommasini tacque e la osservò da sopra gli occhiali. Carla gli porse un biglietto ripiegato, senza dir nulla ritornò al suo posto. Si voltò per un momento, alzò le spalle e allargò le braccia come per scusarsi, poi si risedette e riprese a conversare con Gattia. Marco lesse il biglietto rivolto al finestrino, in modo che la Tommasini non lo potesse leggere, figurarsi, curiosa com’era, avrebbe dato non si sa cosa per sapere cosa ci fosse scritto. Con calligrafia ampia e precisa aveva stilato: “Scusami, non ho potuto. Avevi ragione tu, non lo si può fare se non c’è un briciolo d’amore. Carla”.

Una sera, rincasando in quelle due piccole stanze, ebbe un senso di soffocamento, un malessere generale, misto a scoramento. Si preparò velocemente la cena e, tanto velocemente la ingurgitò. Un po’ di televisione, poi a letto. I suoi pensieri ora, erano rivolti sempre a lei, a quella creatura di metallo. Una donna che non lo avrebbe mai tradito, si diceva, come avrebbe mai potuto, era lui l’artefice del suo successo; lei, piuttosto, avrebbe dovuto ingraziarselo, se solo avesse potuto. Con questi pensieri si addormentava. Con gli stessi si risvegliava al mattino, smanioso di correre all’Emporio. Quella mattina, la folla che premeva alle porte d’ingresso era immensa. Quando finalmente aprirono, in massa si precipitarono per guadagnare un posto in prima fila, così da poterla contemplare. La donna argentea, dietro le transenne, si muoveva sinuosa e invitante. Qualcuno gridò di rimuoverle e un uomo grande e grosso non ci pensò su due volte. Ora, la folla era accanto a lei che, come sempre, porgeva quel sorriso frizzante. La gente la toccava, l’accarezzava; lisciavano quel corpo argenteo, provando le stesse sensazioni che erano toccate per primo a Derenghi.

«Ci sono riusciti! Al diavolo maledetti! Andatevene!» gridò Marco cercando di farsi spazio tra la folla che lo comprimeva, soffocandolo. «È mia! Solo io posso toccarla!» urlava. Si ritrovava così seduto sul letto, nel mezzo della notte, infradiciato di sudore. Accendeva la lampada sul comodino, guardava la grossa sveglia: Le tre di notte! e si abbandonava poi sfinito sul cuscino madido. L’incubo era sempre più ricorrente, cosicché giungeva all’Emporio sempre più sconvolto da notti insonni.

La prostrazione di Marco Derenghi, contrapposta al proprio entusiasmo per le vendite, porto il direttore a dire, battendogli una mano sulla spalla: «Derenghi, lei mi sembra un po’ stanco. Si prenda qualche giorno di vacanza, se lo merita, ha lavorato forte ultimamente.»

Lui rispose che non era possibile, gli avrebbero toccato quella meravigliosa creatura di latta, poi guardandosi attorno con fare circospetto e sussurrandogli all’orecchio, gli disse: «È la mia fidanzata!»

Franco Fusaro sorrise molto divertito, a quella che lui riteneva una battuta; gli disse che avrebbe potuto prendersi i giorni di vacanza quando avrebbero fatto più comodo a lui.

La donna di latta, quella calda mattina di maggio, era stata sistemata nel reparto “Telerie”. Era abbigliata come una cameriera: una camicetta nera col colletto alto, ricamato, un grembiulino bianco con pettorina, gonna, calze e scarpe nere. Parodiava una cameriera intenta a disfare e rifare il letto. Si muoveva con eleganza e perfetta forma mimica. Ad un tratto si arrestò. Si sedette sulla sponda del letto, accavallò le splendide gambe di latta inguainate nel nylon, aprì il cassetto del comodino, ne estrasse una pistola a tamburo, se la puntò alla tempia sinistra e fece fuoco. La testa di latta barcollò per un attimo, dal piccolo foro uscirono delle scintille e del fumo leggero d’un colore azzurro-gas. La donna di latta restò nella medesima posizione, con l’abituale sorriso statico-erotico. Fusaro dal suo ufficio, tramite un circuito televisivo interno, assistette sbigottito alla scena. La folla restò attonita. Si udirono delle grida di emozione. Qualcuno pianse. Un gelido silenzio misto a incredulità regnò nel reparto. Improvvisamente comparve Marco Derenghi. Si sistemò accanto alla donna di latta. Aveva gli occhi stralunati, il viso bagnato di sudore. Le tolse la pistola dalla mano metallica e se la portò alla tempia. Qualcuno dalla folla urlò. Ma nessuno osò intervenire.

Marco Derenghi gridò: «Avete visto? Voi l’avete uccisa. Voi, con la vostra lascivia. Tu ad esempio», e indicò un uomo molto anziano in mezzo alla folla, «e anche tu, e tu! Che diavolo volevate da lei…?»

Gli occhi di Marco si bagnarono di lacrime. Proseguì con voce bassa, colma di disperazione.

«Era una creatura amabile, ora nessuno potrà portarmela via!» e fece scattare il grilletto. Un nuovo boato echeggiò nel reparto.

Marco si accasciò ai piedi della donna di latta. Schizzi di sangue le investirono il viso argenteo, lentamente gocciolarono sulla candida pettorina, macchiandola d’un rosso vino.

I colleghi di Marco Derenghi deposero numerosi fiori sulla sua tomba, ma ben presto sarebbero appassiti, e nessuno più gliene avrebbe portati di freschi.

Alla donna di latta fu sostituita la testa. È ancora al Grande Emporio, sempre con quel sorriso statico-erotico, circondata da una folla di ammiratori.

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