Una morte misteriosa, camuffata da infarto, e un altro rompicapo da risolvere per Delma Pugliese, maresciallo maggiore dei Carabinieri. Il lago, con i suoi colori, fa da sfondo a questa nuova indagine.

Il maresciallo maggiore Delma Pugliese stava davanti alla finestra aperta con le mani sui fianchi. Guardava il lago. Veli di lievissime nebbie prendevano i colori del cielo, dei monti e dell’acqua, in un arcobaleno di luci, dal grigio perla, al rosa, al lilla. Netto, sullo sfondo, il contorno delle creste come vertebre appena sfumate e addolcite dalla lontananza, come i villaggi dell’altra sponda, dove campane quasi sospese segnavano le ore della giornata. Lungo i crinali, folti di boschi, si scorgevano le case o le ville signorili già aperte per la nuova stagione.
Sentiva che quella giornata sarebbe iniziata con qualcosa di spiacevole. In tutti gli anni di servizio, quella sensazione di pericolo imminente in qualche caso le aveva salvato la vita, o l’aveva portata alla risoluzione di casi difficili. Smise di guardare il lago e si sedette alla sua scrivania.
Sentì bussare. Era il brigadiere Didimo Deodato.
«Ha sentito maresciallo?»
Scosse la testa.
«Il dottor Calabrò. Puff!» e fece un gesto con la mano.
«Morto?» interpretò il maresciallo.
«Infarto. Questa mattina l’ha trovato la moglie, alla sua scrivania.»
«Pover’uomo. Era alquanto noioso ma, tutto sommato, simpatico. Informati dei funerali, Deodato.»
Si ricordò del loro primo incontro, aveva assunto da poco il Comando della compagnia di Lecco, dopo il trasferimento da Torino. Aveva accettato volentieri la nuova destinazione, stufa di vedere, dalla finestra del suo ufficio, solo facciate impillaccherate e tetti rossi. Desiderava ammirare un paesaggio liquido che le ricordasse un poco il mare della sua Sicilia. Certo non era la stessa cosa, il mare è sconfinato nei suoi orizzonti, ma anche per Giacomo Puccini l’amore per il lago era stato fonte di ispirazione.
Qualche giorno più tardi ricevette un invito a presentarsi in procura. Il nuovo sostituto voleva conoscerla. Quando Delma entrò nell’ufficio in cui, qualche anno prima, aveva incontrato il dottor Calabrò, ebbe un leggero moto di costernazione. Tutti gli effetti personali erano spariti dalla scrivania, sostituiti da altri oggetti. La accolse un uomo alto, spallato, con i capelli lunghi e neri. Il viso, leggermente butterato, le ricordò Fabrizio De André. Come seppe più tardi, anche lui era di Genova.
«Sono Bruno Canepa. Prego si accomodi. Ho letto le sue credenziali» disse consultando alcuni fogli. «Vedo che è anche laureata in legge. Posso domandarle…»
Pugliese non gli lasciò terminare la frase. «Vuole sapere perché non sono ufficiale, vero?»
Lui annuì.
«Il concorso prevedeva soltanto ventotto posti, così m’iscrissi a quello per sottufficiali. Avevo voglia di entrare al più presto nell’Arma. Tutto qui.»
Terminati i preamboli, il sostituto volle puntualizzare che amava l’osservanza delle leggi, non disgiunta, qualora ce ne fosse la necessità, da una tempestiva repressione dei reati nel rispetto delle misure di sicurezza.
«Vorrei essere sempre informato su tutto ciò che è competenza della mia procura. Mi auguro di essere stato chiaro.» La congedò rimettendosi a scartabellare.
Delma Pugliese uscì dalla procura animata da un certo nervosismo che sfogò sull’appuntato Cigolani Luca, alla guida della gazzella.
«Presuntuoso, arrogante e borioso» disse sbattendo lo sportello, con un pizzico di risentimento femminile per tutto quel conformismo.
Se il dottor Calabrò, fin dal primo incontro, era stato prodigo di lusinghe, il nuovo sostituto era avaro proprio come un genovese.
Il ricevitore radio gracchiò.
«Chi è?» chiese decisa al microfono.
«Sono Catelli maresciallo. È successo un fatto grave. L’avvocato Walter Invernizzi è stato trovato morto nella sua auto, questa mattina verso le nove, da un netturbino, certo Enzo Carpa, che stava facendo la pulizia sul lungolago.»
Guardò fuori dal finestrino il battello che si dirigeva verso Bellano. «Dove?» domandò stringendo le mascelle.
«In località Giardini Parini.»
«Va bene, noi ci rechiamo là. Tu avverti il…» stava per dire presuntuoso ma si autocensurò «sostituto dottor Canepa.»
Sul posto c’era una nutrita folla di curiosi. Molti stranieri scattavano fotografie. Disse a Cigolani di delimitare la zona con il nastro, e poi di far allontanare tutta quella gente. Il paramedico, arrivato con l’ambulanza, le comunicò che si era trattato d’infarto.
Un altro, pensò.
«Si è sentito male lassù» e indicò il punto più alto della via che digradava in leggera pendenza. «Ha perso il controllo della macchina e si è schiantato. Il suo corpo, per l’urto, ha messo in azione il clacson, che ha richiamato l’attenzione.» Si girò verso il gruppo di curiosi. «Per fortuna in quel momento non transitava nessuno. Come vede dai segni degli pneumatici, è andato sopra i giardinetti e si è schiantato contro la balaustra di ferro rimanendo in bilico sullo strapiombo, evitando così di finire nel lago.»
Delma si avvicinò all’auto, si abbassò sulle ginocchia e guardò l’uomo piegato sul sedile. Aveva le cinture allacciate, l’air-bag giaceva come un palloncino bucato, riverso mollemente sul volante.
«Che facciamo, lo portiamo via?» chiese il paramedico.
Lei, sempre accucciata, alzò un braccio. «Aspettate.»
«Aspettare che cosa?»
Una voce, oramai familiare, la distolse dall’esame. Si girò, il sostituto la guardava con quell’espressione seria e molto professionale.
Delma si rialzò.
«Sembrerebbe un comune infarto.»
Poi si fece da parte per lasciargli esaminare la scena. Un’automobile si fermò prima del nastro rosso e bianco che Cigolani, puntiglioso, aveva messo per delimitare il luogo dell’incidente. Era il dottor Renato Bonafè, l’anatomopatologo. Un tipo secco secco, un grissino con un grosso naso a becco che lo faceva sembrare una maschera carnevalesca.
«Perché sono qui?» chiese rivolto al maresciallo.
«Già, perché siamo qui?» ripeté tagliente il sostituto.
«Qualche anno fa, mi sono occupata dell’avvocato per delle minacce che aveva ricevuto. È… era un uomo molto influente in città. Stimatissimo e conosciuto da tutti. Socio del circolo Meridiana, presiedeva parecchi collegi societari d’importanti aziende di Como e Varese. Il tipo di personaggio che può farsi dei nemici.»
«Ed è questo il motivo per cui un infarto si traduce, per le sue supposizioni, in un probabile omicidio?» chiese il dottor Canepa.
Delma Pugliese si sentiva soffocare dentro la divisa, anche se il clima era mite. Redarguirla a quel modo davanti a tutti, era una vera e propria dichiarazione di guerra. Strinse le mascelle.
«Bene.»
Il sostituto allargò le braccia.
«Giacché ci hanno disturbato per un semplice arresto cardiaco, proceda pure» disse al medico legale.
L’appuntato non sapeva dove posare gli occhi, imbarazzato com’era. Il maresciallo Delma Pugliese era rossa in viso. Squillò il telefonino.
«Pronto!» rispose secca. «No, non è il momento, sono molto presa. Sì… sì hai ragione… ne parleremo questa sera. No! Ora ti ho detto che non posso.»
Il sostituto la guardò in tralice e fece una specie di smorfia. Il dottor Bonafè, dopo una prima analisi, confermò potesse trattarsi di infarto.
«Ha visto?» commentò seccato il sostituto, per porre l’accento su quell’inutile convocazione.
Delma Pugliese digrignò i denti, stava per dire qualcosa quando il dottor Bonafè le venne in soccorso.
«Ho detto da una prima analisi. Non ho ancora confermato la causa di morte» precisò e si levò i guanti di lattice che mise nella borsa floscia. «Vi farò sapere dopo i rilievi autoptici.»
Accennò un breve saluto e si avviò.
A Delma parve che le avesse gettato una ciambella di salvataggio.
Il dottor Canepa intervenne.
«Giunti a questo punto faccia venire la Scientifica per portare via la macchina e la metta a disposizione delle autorità.»
Si congedò con una formale stretta di mano seguita da un ordine perentorio.
«Mi tenga costantemente informato.»

* * *

Mentre Cigolani guidava la Gazzella, nel silenzio rotto solo dal gracidare delle segnalazioni via radio, Delma Pugliese se ne stava zitta trattenendo a fatica il malumore causato dal nuovo sostituto che – ne era convinta – le avrebbe rovinato le giornate a venire. Squillò ancora il cellulare. Guardò il display. Era Adelfo Negri che, da qualche tempo, le faceva una corte discreta. Non ne era attratta, ma la sua grande amica Lorena, convolata da poco a nozze con il rampollo di una delle più prestigiose famiglie tedesche, le aveva suggerito di aspettare.
«Se vuoi dimenticare quell’altro…» le aveva sussurrato. Quell’altro era Marco Fabbricatore, pilota di rally ma elemento poco raccomandabile, più volte fermato e denunciato alle forze dell’ordine. Ubriachezza, guida pericolosa, oltraggio. Traditore compulsivo, come lo definiva Lorena. Ora però non aveva tempo di rispondergli.
Quando giunsero in località Monterone, individuarono immediatamente la villa dell’avvocato. Un’oasi naturale. Abeti e siepi di ligustro delimitavano l’ampio giardino di magnolie e ciliegi selvatici che digradava verso il lago, un enorme specchio che rifletteva le creste dei monti intorno. Sulla sinistra, dietro la casa, s’intravedeva una piscina.
Un cameriere filippino in divisa verde e pantaloni a righe, poco più alto di un bambino dodicenne, aprì la porta e fece un leggero inchino. Capì subito, dalle divise, che si trattava di qualcosa d’importante.
«C’è la signora?» chiese il maresciallo Pugliese.
Martina Ferrari era figlia dell’ingegner Ferrari, noto imprenditore e costruttore di meravigliose barche a vela. Il cameriere li fece accomodare. L’ingresso era spazioso, con due colonne ai lati e una grande scala che saliva al piano superiore. Ci starebbe tutta casa mia, pensò l’appuntato girando lo sguardo per l’andito. Un rumore di tacchi gli fece alzare lo sguardo: una donna elegante e molto bella scendeva con un’andatura flemmatica e sensuale. Indossava una gonna turchese attraversata sul davanti da due zip, una delle quali chiusa solo a metà. La coscia sinistra, lasciata scoperta appariva e scompariva a ogni passo. La camicetta di seta bianca era sbottonata fin quasi alla vita. I tacchi alti scandivano i suoi passi.
«Buongiorno. Sono Delma Pugliese, maresciallo maggiore della stazione di Lecco.»
La donna rispose al saluto con un leggero cenno della testa fermandosi sull’ultimo gradino, con la mano sul grosso pomo d’ottone del corrimano. Da quella posizione dominava la scena. Il viso non era truccato e i capelli erano raccolti dietro la nuca in un grosso chignon.
Cigolani guardava incantato lo spettacolo: due belle donne che si contendevano la scena. Sì, perché l’appuntato non aveva occhi che per il maresciallo, ma si guardava bene dal fare apprezzamenti di carattere personale sul suo diretto superiore.
«Lei è la signora Martina Ferrari, moglie dell’avvocato Walter Invernizzi?» chiese Delma.
«È successo qualcosa a mio marito?» disse subito la donna senza confermare la sua identità.
Quando le raccontarono dell’incidente, si portò le mani al viso e le pietre dei numerosi anelli brillarono riflettendo la luce.
«E dov’è stato ricoverato?» chiese con un filo di speranza nella voce.
Per il maresciallo, quello era il compito peggiore, più di un conflitto a fuoco. Guardò per un attimo Cigolani cercando la forza per comunicarle che l’avvocato si trovava all’obitorio.
La donna ebbe un attimo di scoramento, subito superato con un delicato passaggio della mano sotto il naso. Era visibilmente imbarazzata d’aver mostrato le proprie emozioni a degli sconosciuti. Il maresciallo terminò di spiegarle l’accaduto.
«Un incidente, dunque?»
«Dai primi rilievi sembra trattarsi di un infarto.»
«Un infarto?» pronunciò la parola corrugando la fronte spaziosa, come se volesse mettere a fuoco quel particolare.
«Suo marito quanti anni aveva?» chiese Delma per pura formalità.
«Cinquantanove. Ma era un uomo sportivo, li portava molto bene.»
«Suo marito esercitava la professione di avvocato?»
La donna annuì.
«Nell’ultimo periodo, ha notato qualcosa di particolare nel suo comportamento? Era nervoso, preoccupato?»
La signora scosse la testa; un paio di mollette si sfilarono dai capelli e caddero sul pavimento di marmo lucido, lasciando libera una lunga ciocca nera.
«No, era l’uomo di sempre» precisò. «Perché mi fa queste domande, maresciallo?»
«È la procedura, signora Invernizzi, cerchi di comprendere. Suo marito era un tipo metodico?»
«Che vuole dire?»
«Se usciva e rientrava, per esempio, sempre alla stessa ora.»
«No. Sugli orari non era mai regolare, colpa del suo lavoro.»
«Certo. Questa mattina a che ora è uscito?»
«Non glielo so dire con precisione, dormiamo in camere separate.» Con un vezzo molto femminile, si aggiustò il ciuffo sceso a coprirle un occhio.
Pugliese si avviò alla porta seguita dall’appuntato.
«C’è un’ultima cosa. Dovrebbe venire all’Istituto di Medicina legale per il riconoscimento. So che è un’incombenza penosa, ma è necessaria. Se vuole, possiamo accompagnarla noi.»
«La ringrazio maresciallo, lei è molto gentile. Forse fra donne ci si capisce meglio.»
Poi chiamò il cameriere.
«Filippo, io esco, mi raccomando la piscina. Quando viene il tecnico spiegagli qual è il problema.»
Fece segno al maresciallo che potevano andare e uscirono.

* * *

L’Istituto di Medicina legale era stato ricavato nel lato nord dell’ospedale Luini Confalonieri. Nel silenzio dei corridoi, solo le scarpe di Georg Brandhauer, l’assistente del dottor Bonafè, stridevano sul pavimento di linoleum blu. Le pareti erano tutte piastrellate, tranne quella su cui erano allineate le celle frigorifere. Tre grandi lampade al neon pendevano dal soffitto, immettendo nel locale una luce innaturale e il tipico ronzio dei condensatori. Il tavolo per le dissezioni brillava in mezzo alla stanza, sul soffitto un’enorme ventola girava lenta, smuovendo l’aria che sapeva di muffa e disinfettante.
Delma Pugliese si accorse che la signora Invernizzi, a quella vista, si era irrigidita e fermata sulla soglia.
«Coraggio» le disse toccandole appena un braccio.
Il dottor Bonafè si girò e si avvicinò al suo assistente. Un carrello per il trasporto delle salme, con la sagoma di un uomo ricoperto da un telo bianco, stava appoggiato alla parete.
«È pronta?» domandò il patologo alla signora.
Lei fece appena un cenno con la testa.
Con un gesto secco del polso, il medico legale spostò il telo scoprendo il volto cereo del cadavere, la piega mesta delle labbra, le fosse degli occhi, scure e profonde.
«È lui» disse Martina, voltando poi la testa.
Da un’occhiata eloquente di Bonafè, Delma capì che voleva parlarle. Così incaricò Cigolani di riaccompagnare a casa la signora Invernizzi.
Quando restarono soli, il medico legale, con le maniche rimboccate, fin sopra i gomiti sulle braccia sottili, si schiarì la gola.
«Non sono malato» la rassicurò intercettando lo sguardo di lei sul suo corpo fin troppo asciutto. «Ho seguito una cura dimagrante altrimenti…» e fece un segno di benedizione con le dita. «Il cuore» concluse, e se lo toccò. «Guardi», seguitò mostrandole una fotografia, «questo ero io quarantatré chili fa.»
L’uomo ritratto poteva tranquillamente contenere tre dottor Bonafè.
«Venga che le faccio vedere.»
Spinse la lettiga accanto al tavolo per le dissezioni, accese la lampada scialitica e scoprì il cadavere. Prese un divaricatore mascellare, lo inserì tra le labbra e spinse finché entrò, girò il galletto e la bocca si spalancò completamente, non prima d’aver emesso un paio di scricchiolii che fecero rabbrividire il maresciallo.
«Le fa impressione?» chiese il medico. «Non dovrebbe essere abituata al sangue e ai cadaveri?»
«No, non lo sono. In tutta la mia carriera, la pistola l’ho estratta solo un paio di volte, e per intimorire. Non ho mai sparato a un uomo. Il mio compito è di assicurare i delinquenti alla giustizia. Possibilmente vivi.» Fece un lungo sospiro.
«Va bene maresciallo. Ora guardi qua» continuò il patologo indicandole l’interno della bocca. «Le vede quelle escoriazioni sul palato, sulle gengive e sulla lingua?»
Delma si chinò ed esaminò con attenzione il cavo orale. In effetti, c’erano delle macchie violacee. Con la coda dell’occhio si avvide che gli occhi del medico erano puntati sui suoi glutei. Si alzò di scatto e gli lanciò uno sguardo torbido.
«Dottor Bonafè, oltre a stare a dieta, prenda anche qualche pastiglia di Prozac.»
Il patologo arrossì. Delma comprese d’aver esagerato ma si auto-assolse, incolpando il dottor Canepa che le aveva rovinato la giornata.
«Che significano le macchie?» domandò mettendo fine a quell’episodio.
«Anossia. Questo signore è morto sì, d’infarto, ma procurato da una dose di cianuro di potassio. Odori la bocca» la invitò.
«Sa di mandorle amare.»
«Brava. È tipico dell’acido cianidrico. Lo avrà sentito dire, immagino.»
«Sì. L’acido entra in circolo e si lega all’atomo di ferro, un enzima importante, quello che permette alle cellule di utilizzare l’ossigeno. Senza il suo apporto le cellule muoiono per soffocamento.»
Delma non nascose una certa soddisfazione nel vedere la faccia stranita del patologo.
«Le faccio i miei complimenti. Una chiosa perfetta. Nemmeno io sarei stato capace di enunciarla con una tale precisione.»
«Va bene» commentò schiaffeggiando l’aria con la mano. «Questo vuole dire che l’avvocato Invernizzi non è morto per un infarto?»
«Non ho detto questo. Dopo l’autopsia potrò essere più preciso.»
Svitò il galletto del divaricatore e, posata una mano sotto il mento del defunto, con un colpo secco gli richiuse le mandibole.
Quando uscì dall’ospedale, Delma Pugliese fece un lungo respiro. Cigolani era appoggiato alla Gazzella e guardava il cielo che si era annuvolato e minacciava un temporale. Salì in macchina ma fece segno di non partire. Chiamò la caserma e si fece passare il brigadiere Deodato.
«Preparati che devi venire con me.» Non aggiunse altro. Poi fece un gesto a Cigolani che partì sgommando.
«Cianuro?» Il brigadiere, salito a bordo di corsa, era stupito.
«Sembrerebbe. La moglie non ha saputo dirmi a che ora è uscito e se aveva degli appuntamenti. Dobbiamo andare al suo studio per capire cos’ha fatto da stamattina. Dobbiamo ricostruire le sue frequentazioni, se aveva problemi di denaro, un’amante gelosa, o altro. Insomma dobbiamo rivoltare la sua vita come un calzino.»

* * *

Lo studio dell’avvocato Invernizzi era in via Cavour al cinque, dove occupava completamente il primo piano.
La segretaria dell’avvocato, Maddalena Corti, era single ma non per sua volontà. Il maresciallo si fece mostrare l’agenda con tutti gli appuntamenti.
Questi ultimi non potrà onorarli, pensò Delma mentre la sfogliava in macchina, dopo averla requisita.
«La segretaria ha detto che faceva sempre colazione al bar Aurora» fece notare Deodato. «È a pochi passi da qui.»
«Già. Cominciamo da lì.»
Il barista un tipo loquace, grasso e panciuto, raccontò che l’avvocato, tutte le mattine, faceva colazione con panini al latte e prosciutto cotto, caffè nero lungo, succo di frutta. Tutti lo conoscevano, non solo al bar. A Lecco si diceva avesse trovato un bel chiodo su cui appendere il cappello. Era Martina Ferrari, la moglie, ad avere la cassa. Raccolsero solo qualche pettegolezzo. Sfogliando l’agenda, Pugliese si accorse che, due giorni prima, era stato nello studio dentistico del dottor Rufo Moroni, in Via Creva 8. Decise di andarci.
Arrivati allo studio si fecero annunciare da una graziosa ragazza, nascosta dietro una scrivania a semicerchio.
Un giovane medico si presentò all’ingresso in camice verde, di quelli che si vedono nelle sale operatorie, una mascherina calata sul mento e un occhiale binoculare chirurgico ancorato alla fronte spaziosa. Alto e slanciato, dava l’idea di essere un tipo sportivo. Quando vide Delma fasciata nella divisa, la tensione si sciolse e mostrò una fila di denti bianchissimi. Il maresciallo lo tranquillizzò subito, comunicandogli che erano lì per alcune informazioni su un paziente, l’avvocato Invernizzi.
«Che volevate sapere?»
«Sappiamo che è venuto in questo studio due giorni fa. È così?»
«Sì. È in cura da me per un’implantologia.»
«L’avvocato è stato trovato questa mattina nella sua auto, riverso sul volante» disse il maresciallo osservando la reazione del dottore.
«Morto?»
«Sì. Infarto.»
Il dottor Moroni si sfilò dalla testa l’occhiale binoculare. Il cranio era perfettamente rasato e abbronzato.
«Era più che un paziente. Eravamo amici, ci univa la passione per il golf.»
«Dottore, un’ultima cosa. Dovrebbe fornirci la cartella clinica.»
Il dottor Moroni se la fece portare dalla segretaria e gliela consegnò.
Risalita in macchina, chiese di ritornare all’obitorio
«Voglio mostrare a Bonafè queste lastre. Penso che possano aiutarci a chiarire le idee.»
Deodato era assorto. «Non so… ho come una sensazione. L’ha visto bene il dentista?»
Delma pensò volesse fare qualche insinuazione sgradevole.
«Sì è un tipo che può piacere alle donne. Vuoi sapere se anch’io…»
Deodato arrossì.
«Non mi permetterei mai maresciallo. Voglio solo dire che un uomo così… con il mestiere che fa…»
«Sarà pieno di donne. È questo?» chiese mentre erano fermi a un semaforo.
«Già. Bello, abbronzato, gioca a golf ed è pure dentista.»
«E immagino tu sappia quanto costi il circolo del golf che frequenta a Monate.»
«Un mucchio di soldi. È un circolo esclusivo» disse Deodato ripartendo.
«Sì, ma secondo te, in che modo si collega con la morte dell’avvocato?»
Il brigadiere fece il segno delle corna. «Mi perdoni» e si scusò subito.
«Il solito triangolo, insomma» commentò Delma.

* * *

Il dottor Renato Bonafè esaminò con cura tutte le lastre. «Non ci vedo nulla di strano, che cosa pensava ci trovassi?»
«Non so bene cosa cercare. Da quando lei mi ha parlato di cianuro, ho dei dubbi. L’infarto può essere provocato. Mi capisce? Ma non riesco a trovare il modo.»
«Mmmh» disse il patologo e guardò sul visore retroilluminato le lastre appese alla parete. «Ma lei, che idea s’è fatta?» domandò grattandosi la testa con pochi capelli.
«Devo partire dal movente. L’avvocato potrebbe aver pestato i piedi a qualcuno che si è vendicato. O devo seguire la pista della passione?»
Il dottor Bonafè chiese di poter tenere le radiografie. Una volta eseguita l’autopsia, le avrebbe confrontate con le sue perizie e poi le avrebbe riferito.
Nell’agenda c’era un nutrito elenco di nomi. Si doveva procedere alle identificazioni di tutti, per conoscerne i ruoli. Ma soprattutto era necessaria un’indagine discreta sul dottor Moroni e sulla signora Martina Ferrari, vedova Invernizzi.

* * *

Delma Pugliese, anche se di malavoglia, aveva accettato l’invito di Adelfo per quella sera; voleva distrarsi per poi mettere meglio a fuoco le idee che le giravano in testa. Cenarono al ristorante Orsa Maggiore, poco fuori Lecco. Adelfo aveva insistito per un tavolo all’aperto, nonostante la serata fresca e un imminente temporale.
«Che c’è Delma?» chiese mentre le versava del vino bianco.
«Ho un caso per le mani che mi lascia poco tempo per pensare ad altro.»
«Capisco, per questo sei venuta in divisa?»
«Il mio lavoro non inizia la mattina e termina alle cinque, come il tuo» rispose piccata.
«Già, sei una donna impegnata.»
«Sono una donna dell’Arma. Che è ben diverso. Senti Adelfo, ti ho mai dato motivo di pensare che tra noi…»
«No. Infatti. Sono una persona che sa aspettare. Mi sembra, però, che non ti abbiano infastidito le mie attenzioni. Non è così?»
Cercò di sfiorarle la mano, ma lei la ritrasse.
Il cameriere era in attesa con il taccuino per la comanda. Adolfo ordinò per entrambi, poi proseguì.
«Ho saputo del nuovo sostituto.»
«Chi te l’ha detto?» domandò sorpresa.
«Ho le mie fonti» rispose misterioso.
Delma l’aveva conosciuto in banca, dove lui lavorava. Sempre gentile, educato, la chiamava marescialla, sulla sua professione e questo le dava un po’ fastidio. Il rispetto va al di là della grammatica o delle leggi, anche se la divisa la indossa una donna.
Il mattino seguente Delma era alla sua scrivania, coperta, come al solito, di cartelle e scartoffie varie. Il libro delle firme era davanti a lei: atti, verbali di notifica, ordinanze di custodia, relazioni per la procura. Guardava il documento che aveva scritto per il dottor Canepa. La sua convinzione iniziale non sarebbe mutata.
«Allora Deodato, mi raccomando il più totale riserbo. Abbiamo a che fare con un personaggio dalle amicizie importanti.»
Il brigadiere stava davanti alla scrivania, ritto come un palo telegrafico.
«Sarò discretissimo. In sostanza un fantasma.»
«Ah, Deodato» lo richiamò mentre era sulla porta, «meglio in borghese.»
Cigolani le passò una telefonata dall’Istituto di Medicina legale.
«Maresciallo, aveva ragione». Era la voce agitata del dottor Bonafè. «La presenza di cianuro è stata evidenziata dagli esami tossicologici. Inoltre l’avvocato ci andava pesante con gli stupefacenti. Le mucose nasali erano molto infiammate. Cocaina.»
«Ah, questi noti e benestanti signori…» ironizzò Delma. «Allora avevo ragione. Non era un semplice infarto. Bene, ma ora devo capire chi aveva motivo di ucciderlo.»

* * *

I funerali si svolsero all’insegna della riservatezza, quando la salma, dopo l’autopsia, fu consegnata ai familiari. Il maresciallo aveva mandato il fido collaboratore Deodato affinché scattasse delle fotografie ai partecipanti. Magari l’assassino era uno di loro. Le istantanee erano servite per osservare bene i parenti e gli amici che si avvicendavano nel porgere le condoglianze alla signora Ferrari, vedova Invernizzi. Mentre Delma le sfogliava, il brigadiere, alle sue spalle, forniva nomi e cognomi come se stesse leggendo un elenco telefonico. Memoria formidabile. Conosceva tutti, essendo nato da quelle parti.
«Dottor Rufo Moroni» disse quando comparve l’immagine.
Diamine, questo lo conosceva. «Ma la donna, chi è?» chiese.
«Fabiana Lombardi. La moglie» rispose pronto il brigadiere.
Nella mente di Delma Pugliese si accavallarono dati e nomi: dentista, denti, impianto, Moroni, Ferrari, Lombardi.
«Martina Ferrari» disse ad alta voce. «Cos’hai scoperto su di lei?»
«Separati in casa. Ognuno conduceva la sua vita.»
Come immaginava.
Chiamò il patologo.
«In un dente?» chiese stupito il dottor Bonafè. «Mi sta chiedendo se è possibile nascondere del cianuro dentro un dente?»
Seguì un lungo silenzio.
«Senz’altro possibile, ma il problema è come farlo poi deglutire alla vittima. E per vittima intendo l’avvocato. Perché è a questo che pensava. Giusto?»
«Ultimamente l’avvocato, come le ho detto, era in cura da un dentista, suo amico e compagno sul green» lo informò Delma. «È facile pensare che s’intrattenesse, meno amichevolmente, anche con la sua bella moglie, Martina Ferrari. Non è ipotizzabile che un’otturazione, diciamo superficiale, possa deteriorarsi e lasciare fuoriuscire il cianuro messo all’interno?»
Altro silenzio.
«Possibile.»

* * *

L’interrogatorio del dottor Rufo Moroni fu serrato. L’indiziato dapprincipio si era dimostrato poco collaborativo. Poi, di fronte al capo d’accusa ventilato dal maresciallo, omicidio volontario, articolo 575 del Codice Penale; pena non inferiore a ventuno anni, il dottor Moroni aveva ceduto.
«Sì, siamo amanti. Ma questo non significa che l’abbia ucciso. Non c’è il movente. Erano separati da anni, pur vivendo sotto lo stesso tetto. Lo sanno tutti a Lecco. Chieda, chieda in giro.»
Delma Pugliese si sistemò i capelli che le scendevano sul viso, un vezzo femminile che non sfuggì a Moroni, provocandogli un sorriso quasi abbagliante. Lei, però, glielo cancellò subito prospettandogli la teoria del cianuro nascosto in un dente.
«Cianuro?» chiese stupito.
«Chi, meglio di lei avrebbe potuto introdurlo in un molare? L’avvocato era da diverso tempo in cura, si fidava.»
Delma colse la confusione negli occhi del medico e si preparò all’affondo finale.
«Convengo che l’idea è geniale. Un delitto perfetto e un alibi di ferro. Sì, perché una volta incapsulato il cianuro, basta attendere che la vittima addenti qualcosa di duro perché l’otturazione salti.»
Bussarono alla porta. Il vicebrigadiere Catelli sollevò le dita dai tasti della Remington nera, guardò il foglio stretto nel cilindro nero: “Verbale di spontanee dichiarazioni rese dall’indagato”. L’appuntato Cigolani entrò e consegnò un documento al maresciallo. Si voltò con uno sbattere leggero dei tacchi e uscì.
L’interrogatorio riprese.
«Sua moglie Fabiana Lombardi, lo assiste alla poltrona?» chiese Delma posando le mani curate sulle pile di carte sistemate in bell’ordine.
«Sì. Ha conseguito un diploma. È tutto regolare» si preoccupò di precisare Moroni.
«Non s’inquieti, non è questo che m’interessa. Piuttosto, come sono i vostri rapporti?»
Moroni ci mise un po’ prima di rispondere.
«Normali.»
«Sua moglie sa della relazione con la signora Ferrari?»
Altro silenzio rotto solo dal ticchettio della macchina per scrivere.
«Non credo.»
«Come si chiama la sua segretaria?»
«Loredana» rispose agitandosi sulla sedia.
«Ha una relazione anche con questa Loredana?»
Il dottor Moroni stirò le labbra. «No, ma mi perseguita.»
«Che vuole dire?»
«Che mi fa, come dire… delle pressioni.»
«Sia più chiaro, cerca di sedurlo, o la ricatta?»
«La seconda supposizione. Sa della mia relazione con Martina… con la signora Invernizzi. Non si tratta di un ricatto nel vero senso del termine. Mi tiene…»
Per le palle, avrebbe voluto scrivere il vicebrigadiere.
Delma continuò.
«Ci sono tre persone nel suo studio. Ora, se la tesi del cianuro è esatta, le possibilità che qualcuno lo abbia introdotto in un dente dell’avvocato, sono circoscritte. Lei» e si toccò il pollice, «sua moglie e la sua segretaria» seguitò a computare sulle dita.
Moroni scosse la testa. «No! No! Non l’ho ucciso io!» sbottò battendo un colpo sulla scrivania.
Delma gli fece segno di calmarsi. Anche il brigadiere si stava alzando dalla sedia per intervenire.
«Se lei non è stato, chi altro aveva interesse a ucciderlo allora? Me lo dica.»
Il dentista non rispose.
«Quante poltrone ci sono nel suo studio?»
«Due, in salette diverse.»
«Pertanto lei può operare su due pazienti contemporaneamente. Uno magari lo anestetizza, mentre esegue un intervento sull’altro. È così?»
Annuì.
«Pertanto il giorno in cui l’avvocato era seduto sulla poltrona, qualcun altro avrebbe potuto nascondere il veleno sotto un’otturazione.»
«È possibile, ma l’avrei visto.»
«Che cosa vuole dire?» chiese Pugliese drizzandosi sulla poltrona.
«Che nello studio c’è un circuito di telecamere. Io posso vedere, stando in uno studio, cosa succede nell’altro.»
Il maresciallo guardò negli occhi il brigadiere e vi lesse l’identica sua deduzione.

* * *

La soddisfazione che Delma Pugliese provò nel consegnare il rapporto al sostituto, fu attenuata dalla necessità di contenerla, mostrandosi impassibile. Seria, le braccia lungo i fianchi attese che lui la invitasse a sedersi.
Bruno Canepa scorreva le righe di testo muovendo appena gli occhi. Quando ebbe terminato le fece appena un cenno. Delma si sedette, posò il berretto in grembo e guardò il sostituto che cercava le parole giuste, mentre un incontenibile nervosismo gli faceva contrarre le mascelle.
«Il delitto perfetto non esiste» disse sbuffando fuori l’aria trattenuta. «Così, questa Loredana Buttiglioni, innamorata ma non ricambiata dal suo datore di lavoro, ha scoperto la relazione con la signora Martina Ferrari e ha minacciato di dire tutto alla moglie Fabiana Lombardi. Quando ha saputo che il loro matrimonio era finito, e che la signora era a conoscenza della relazione del marito, ha deciso di vendicarsi cercando di mandarlo in galera con un’accusa gravissima: omicidio.»
«Già, aveva pensato proprio a tutto. Quasi a tutto» si corresse Delma Pugliese
«Dalla sua postazione, poteva vedere cosa stava succedendo nei due studi. È intervenuta subito dopo l’anestesia praticata dal dottore. Con la scusa di una seconda anestesia, l’ha narcotizzato a dovere. Con il trapano ha praticato un foro, vi ha inserito l’arsenico e l’ha chiuso con una lega di ceramica leggera. Così al primo morso sarebbe saltata e il cianuro avrebbe fatto il resto.»
«Sì, ma le telecamere a circuito chiuso hanno delle registrazioni giornaliere. Giusto?» chiese il sostituto.
«Esatto. Far sparire il DVD delle registrazioni è stato un gioco da ragazzi. Bastava dichiarare che quella mattina si era dimenticata di metterlo in funzione. Ma non sapeva che il dottor Moroni, da prima del suo arrivo, registrava ancora su cassette VHS.»
«Come mai sono rimasti attivi entrambi gli impianti?»
«Proprio questa è stata la fortuna del dottor Moroni, e la nostra. L’hobby per queste apparecchiature elettroniche che non costruiscono più. Solo guardando le scene abbiamo potuto incastrare il colpevole.»
«Ha confessato?» domandò Canepa che ora giocherellava con una penna.
Delma Pugliese lo rassicurò.
Il sostituto si adagiò sullo schienale della comoda poltrona di pelle, smise di giocherellare con la penna per gettarla sulla scrivania e sollevarsi di colpo.
«Devo ammettere che aveva ragione. Ma esigerò sempre da lei il massimo del rigore e dell’abnegazione. Sono stato chiaro?»
Delma comprese che il dottor Canepa era il tipo che voleva avere sempre l’ultima parola. Si alzò, allungò la mano per salutarlo ma lo squillo del telefono la bloccò.
«Un attimo» le disse. «Come? Sì, è qui con me…. Sì, veniamo subito» e riagganciò.
«Che succede?» domandò Delma vedendo la faccia scossa del sostituto.
«Era il patologo, vuole vederci al più presto. Deve comunicarci cose assai gravi e delicate.»

La Gazzella attendeva in strada e Cigolani non aspettò nemmeno che le portiere si chiudessero per partire con una sgommata.
Quale nuovo mistero si celava dietro quella morte violenta? L’Intuito, e la pazienza, di Delma Pugliese stavano per essere, ancora una volta, messe alla prova.

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2 Commenti

  1. Antonio rapelli

    11 agosto 2017 a 8:25

    Bello ! Porta un po’ di freschezza in questa torrida estate

    rispondere

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