Era lì davanti a me, con l’aria di volere interrogarmi, mentre io desideravo restarmene in santa pace a godermi i primi raggi di sole, che la primavera aveva tardato a regalare. Ero riuscita, con uno stratagemma, a fuggire da quella casa nefasta e salire sulla corriera del mattino che da Ginestreto porta a Pesaro.

Dopo aver girovagato senza meta per la città, mi ero incamminata lungo i viali del parco alla ricerca di un luogo tranquillo. Scelsi una panchina appartata davanti a un enorme olmo, alto, solenne. Mi sono sempre piaciuti gli alberi grandi, maestosi, forse perché m’incutono un senso di protezione. Mi sedetti, e inspirai forte. Il profumo d’erba giovane e di fiori freschi risaliva lungo le narici donandomi una sensazione di grande benessere e ritrovata tranquillità. Rovesciai la testa e guardai la solennità di quei rami protesi verso di me. Parevano delle enormi braccia capaci di proteggermi, come nessuno aveva mai fatto prima.

Mia madre aveva le mani svelte e per un niente mi riempiva di botte. Mai un sorriso, una parola buona. Niente. Mio padre non era da meno. Urlava sempre, anche per delle sciocchezze. Guai se ritornava dal lavoro e non trovava la cena pronta. Erano dolori. Quando poi rientrava ubriaco, erano botte, botte per entrambe. Finché un giorno lo trovammo soffocato nel suo stesso vomito. Mia madre non versò una lacrima, anzi compì un gesto che non ho mai dimenticato. Sputò su quel corpo inerte. Rimasta vedova, dopo soli due mesi pensò di prendersi un nuovo marito che le chiese di scegliere: o lui o me. Mia madre, da come mi scaricò in gran fretta, preferì lui. Così mi ritrovai quattordicenne abbandonata, rinchiusa nel monastero di Montegridolfo. Vi avrei sostato, immersa nella solitudine, fino alla fine dei miei giorni se l’ineluttabile mano del destino non fosse intervenuta a mutare il mio cammino.

Il monastero aveva un chiostro quadrato, con un giardino e un pozzo nel mezzo. I portici avevano ampi archi con il soffitto dipinto; disegni sbiaditi che non finivano di interessarmi, giacché certe figure si potevano immaginare ora in un modo ora in un altro. Per questo, molto spesso, camminavo lungo tutto il perimetro con il naso per aria, fino a che la testa non mi girava. Il pavimento era formato da pietre ampie e squadrate sulle quali, con grande disappunto delle suore, disegnavo il gioco del nove. Ma dovevo fare molta attenzione quando saltavo, perché andavano in pezzi come le colonne alte, ruvide e sbeccate come piatti rotti. Il tempo e lo spazio, in quel luogo di meditazione, assumevano connotati diversi da quelli che si misurano nella quotidianità. Laggiù ci si ritrovava sospesi tra terra e cielo. Intrisi di trascendenza, spiritualità, misticismo.

Otilia, la madre superiora, fin dall’inizio mi aveva messo in guardia da certe tentazioni, e non finiva mai di insistere. Sosteneva ci si dovesse difendere dai richiami della carne, assicurandomi che solamente così ci si avvicina a Dio; nella totale purezza e spiritualità. Ma, anche in quel luogo, il maligno era sempre attento, pronto a tentare chiunque avesse ceduto per un attimo alle sue lusinghe. A quell’età il corpo e la mente parlano un identico linguaggio.
«Certe volte, sento le viscere che si muovono e il cuore mi batte forte forte» mi confidò un giorno Immacolata. «Io, invece, sento qualcosa che freme, là, in mezzo al ventre, e se vi passo la mano avverto un gran calore» continuò Letizia.

Immacolata e Letizia erano le novizie alle quali ero più affezionata. Ci separavano solamente pochi anni. Eravamo cresciute assieme, al convento. Condividevamo le stesse sensazioni, i medesimi turbamenti, le identiche inquietudini, che a diciotto anni assalgono le ragazze.
«E cosa fate quando succede?» domandavo.
«Preghiamo» fu la loro risposta. «Preghiamo il Signore che ci liberi da queste tentazioni.»
Un’altra volta Immacolata mi domandò: «Ma tu Antonia, che non hai scelto di prendere i voti, non vorresti andartene?»
«E dove?» domandavo a mia volta. Il mondo là fuori mi faceva paura.

La grande occasione di conoscerne un lembo si presentò quando morì il povero Goffredo, un vecchio che andava in paese a fare le commissioni per il convento. A quel tempo ero ormai più che maggiorenne, così, incoraggiata da Immacolata, domandai alla badessa se desiderava che me ne occupassi io. La madre superiora fu contenta della mia richiesta, forse vi ravvisava il convincimento di volermi, gradatamente, staccare da quel luogo e provare a condurre una vita al di fuori delle mura che per me erano come il ventre di una madre.

Fu così che, una volta al mese, mi recavo nel mondo degli uomini, come scherzosamente lo chiamavamo noi.
«T’invidio» mi confidò Immacolata.
«Ci dovrai raccontare tutto, al tuo ritorno» si raccomandò suor Letizia.
Montecchio distava circa dieci chilometri, che percorrevo su una bicicletta vecchia e arrugginita. Ricordo quanto mi piacesse fiancheggiare le morbide colline che lentamente digradavano verso la piana, e pedalare sotto cieli primaverili che mi riempivano l’anima di gioia.

Era una tale felicità poter fuggire dalla clausura, anche se per poco tempo, che non mi sfiorava neppure l’idea della fatica di percorrere a ritroso la strada in salita. Montecchio era un paese di poche anime, ma pur sempre grande e popolato per una che viveva in un eremo. Tra i miei compiti c’era quello di ritirare la posta per le religiose, fare qualche acquisto particolare all’emporio e poi ero libera di girare per il paese senza una meta precisa. La mia fuga terminava in una latteria a gustarmi un gelato. Era poco, ma già un grosso passo avanti. Ed io, pedalando sulla strada del ritorno, contavo i giorni che mi separavano dalla successiva gita in paese.

Un giorno sentimmo un gran vociare delle sorelle più anziane, radunate dentro l’aula maggiore. Immacolata, che stava nelle vicinanze, affermò che discutevano della necessità di ristrutturare il chiostro. La notizia ufficiale ci fu comunicata mentre eravamo tutte al refettorio. Anche se l’abito che indossavano esigeva un contegno, la felicità per quell’evento ben presto si vide impressa sui visi di ognuna di loro. Si trattava di un’occasione straordinaria: un gruppo di persone che venivano da fuori, che conoscevano il mondo esterno, sarebbe entrata nel convento.

Le suore, come avevo scoperto in quegli anni, erano molto curiose, non di una curiosità capricciosa e impudica, coltivavano il desiderio di conoscere cosa succedeva fuori da quelle mura. Pur sapendo che non avrebbero mai potuto avvicinarsi, o tantomeno parlare, a chiunque si fosse aggirato per il chiostro, erano eccitate alla sola idea. La madre superiora le aveva esortate a mantenere una condotta consona all’abito che indossavano e, per l’occasione, aveva incaricato le sorelle più anziane di sorvegliare le altre. Anche se nel convento regnava un’apparente tranquillità, nei giorni a seguire era tutto un bisbigliare, un parlottare, un sussurrare, un fantasticare lungo tutte le arcate del chiostro, persino durante le orazioni.

Quando, in una bella e splendente mattinata d’aprile, bussarono all’uscio, la priora, seguita da alcune sorelle anziane, aprì il grande portale borchiato e un piccolo e sgangherato autocarro entrò nel cortile in una nuvola di fumo denso e scuro. Ne discesero quattro uomini. Tre poco più che giovanotti, mentre il quarto, quello che lo guidava, tra i cinquanta e i sessant’anni. Noi, impazienti, c’eravamo nascoste dietro le colonne e da lì spiavamo l’evento tanto atteso e chiacchierato. Il più anziano, che pensai fosse il principale, cominciò a dare ordini con tono deciso e perentorio. I giovani si accinsero a scaricare lunghi pali di legno e una quantità di assi lunghe, ricoperte da strati di calcina e cemento. Cominciarono a intelaiare un’impalcatura, che serviva per eseguire la ristrutturazione del chiostro. Durante le pause di mezzogiorno, dentro il refettorio giungevano le voci smorzate dei quattro uomini, mentre a turno le suore leggevano l’eucologia. Qualcuna, senza farsi notare, osava allungare il collo oltre le vetrate, per osservarli seduti a chiacchierare al centro del chiostro, accanto al grande pozzo. La mattina presto sistemavano alcune bottiglie di vino nel secchio, che calavano giù, per poi ritrovarle fresche a mezzodì. Bevevano e mangiavano enormi panini, riempiti di salame o mortadella, che avrebbero fatto la felicità di noialtre, costrette a nutrirci di frugali pasti a base di minestre e verdure cotte.

Nei giorni a seguire giravamo per i portici con il breviario tra le mani, fingendo di leggere le orazioni, controllate a distanza dalle veterane che, bonarie, tolleravano le innocenti occhiate che scivolavano sopra le pagine. I giovanotti in canottiera, dimentichi del luogo in cui si trovavano, arrampicati sopra le tavole cantavano bellissime canzoni nel loro dialetto e, appena si presentava l’occasione, ci lanciavano occhiate o sorrisetti ammiccanti.
Noi avevamo le decane a controllare che la distanza tra noi non diventasse troppo contigua, ci richiamavano battendo con violenza le mani che rimbombavano per tutto il chiostro. Il loro principale, molto più triviale, con i fischi li richiamava al lavoro ogniqualvolta li vedeva distratti a osservarci. Fu proprio quell’uomo, così asciutto e indifferente a tutto ciò che gli succedeva intorno, a fare una strana e inaspettata richiesta alla priora. Quando lei me lo disse, rimasi sbigottita.
«Ma è un vecchio!»
«Ha solo quarantotto anni» sottolineò lei.
«Ma mi avrà visto bene?»
«Ti chiede in sposa, certo che ti ha visto» rimarcò.
«Sono confusa madre.»
Lei seguitò: «Ha una bella e tranquilla casa in paese.»
«Ho paura» dissi con voce tremante.
«Di cosa?»
«Che mi possa fare del male.»
«Mi dicono che è un buon uomo.»
«Sarà, ma…»
«Antonia!» m’interruppe la priora. «Non possiamo tenerti ancora qua, se non ti decidi a prendere i voti.»
«Capisco madre.»
«Questa è un’occasione che mai più ti capiterà. È un dono del Signore.»

Il matrimonio fu celebrato poche settimane dopo, nella piccola chiesa di Ginestreto, dove andai ad abitare. Eravamo in sei alla cerimonia. Io, Giulio, l’officiante, il chierichetto e due pie donne che pregavano sedute in fondo alla chiesa. Non c’erano addobbi, né fiori. Solo l’odore acre d’incenso. Gli anelli che ci scambiammo erano d’argento, credo. Lui mi porse la sua mano forte e nodosa ed io faticai non poco a infilargli la vera al dito. Il chierichetto con l’aspersorio mi sorrise gentile, mentre Giulio mi porgeva un mazzo di fiori di campo.
«Questa è la tua casa» disse asciutto, con la voce resa roca dalle troppe sigarette. La casa era piccola e modesta: due stanze da letto, un piccolo tinello e un cucinino poco più grande di un ripostiglio. I servizi erano fuori, nel cortile comune. Una delle camere era occupata da un’anziana donna, che se ne stava rannicchiata sotto le coperte, tutta spettinata e sporca, tanto che il tanfo mi assalì appena Giulio aprì la porta.
«È mia madre» disse. «È molto malata e ha bisogno di essere accudita. Dovrai essere molto buona e paziente con lei. Hai capito?» e mi strinse i capelli sulla nuca, facendomi male. «Se farai la brava, vedrai che ti troverai bene qua.» E se ne uscì da casa senza dirmi dove andava e se sarebbe ritornato per la cena. Rimasi ferma nella penombra della stanza, udendo solamente il rantolo affannoso della donna e il battito veloce del mio cuore nel petto. Quando la donna emise un lamento più intenso, mi ridestai da quell’apatia. Scostai la porta, lei girò appena la testa verso di me. Mi fece segno con la mano di avvicinarmi.
«Chi sei tu?» domandò biascicando le parole. Le dissi che ero la moglie di suo figlio ma forse non capì. Poco importava. Le serviva solamente qualcuno che la accudisse. Mi fece segno che voleva bere indicandomi l’acqua con la mano bianca e ossuta. Accesi l’abat-jour del comodino. Una luce smunta illuminò un viso scolorito, scarno, privo di denti, con i capelli radi e bianchi sulla testa piccola. Come piccola doveva essere tutta la figura che si distingueva appena dall’impronta sulle coperte. Teneva gli occhi aperti a fissare un punto sul soffitto, mentre un rivolo di saliva le scendeva lungo la bazza. Alzai lo sguardo; non c’era nulla, solo un soffitto pieno di ragnatele e macchie di umidità. Presi la brocca e versai il liquido dentro un bicchiere ingiallito sui bordi. Le passai una mano dietro la nuca, sudata e ossuta, e la sollevai per permetterle di bere. Dischiuse appena la bocca, chiuse gli occhi e porse la lingua come se dovesse ricevere l’eucarestia.
«Deve bere» dissi. Allora spalancò gli occhi vacui e attese che le posassi l’orlo del bicchiere sulle labbra.

Non ricordo quanto tempo rimasi in quella casa. Forse un anno. O forse molto di più, prima di prendere quella decisione. Rammento solo che un giorno capitò inaspettato don Pietrino, il parroco che ci aveva unito in matrimonio, così chiamato per la sua statura che non superava quella di un fantino. Era passato per vedere come stavo. Forse condizionato dalle voci che circolavano, sempre più insistentemente, in paese.
«Lui non vuole che venga a trovarmi. Non vuole nessuno dentro casa» dissi. «Se lo viene a sapere, passo un brutto guaio. Padre, non mi lascia più uscire, non posso vedere più nessuno.»
«Ma che dici mai!» esclamò levandosi il copricapo.
«Lei è una strega. E lui è malvagio come il diavolo» gli sussurrai all’orecchio.
«Figliola. Bada che le bugie portano all’inferno.»
«Non mi vogliono bene padre» dissi trattenendolo per un braccio.
«Ne sei proprio sicura? Il bene ha molte sfaccettature. Tu forse non le vedi, ma sono certo che ti ricrederai» continuò con voce caramellosa. Depositò il cappello sul tavolo, per poi fregarsi le piccole mani sul petto come se sentisse freddo, ma era solamente impacciato. Non voleva credermi. Anche lui, come la superiora, si ostinava a voler considerare quel matrimonio la mia sola e unica possibilità per uscire da tutte le mie disgrazie.
«Ma com’è possibile? Questa è la tua casa. È la tua famiglia.»
«È così padre, mi creda» insistetti posandogli una mano sul braccio sottile.
«Sei sicura di comportarti bene? Ami tuo marito e fai tutto ciò che ti chiede? E poi, ami sua madre, quella povera donna?» sgranò gli occhi dietro le spesse lenti, tanto che vi lessi un tono quasi accusatorio.
«Si può amare un uomo che mi ha sempre trattata peggio di una serva? Eh, reverendo?» esclamai alzando la voce.
«Ssshhh» sibilò con l’indice sulle labbra. «Vuoi svegliare quella santa donna?»
«Senta padre» risposi con lo stesso tono. E scoprii un braccio, su cui erano evidenti ampi segni bluastri. Don Pietrino si coprì le labbra con la mano aperta. «Lo vede? Giulio mi ha sposato solamente perché facessi da serva a lui e a quella di là» e indicai la porta della stanza. Lo vidi intimidito dalla mia aggressività. E anch’io ne rimasi stupita. Da sempre mi ero considerata timida e discreta. Invece ora mi sentivo tanto combattiva. Forse perché ne avevo sopra i capelli di sopportare, continuamente, le angherie che si consumavano in quelle quattro mura. Così lo incalzai. «Ha visto questo?» domandai tenendo sempre il braccio teso sotto i suoi occhi. «Non è nulla» e sollevai la maglia mostrandogli la schiena piena di piaghe rosse. «È la cinghia dei suoi pantaloni.»
«Copriti! Copriti ti prego!» mi supplicò. Non gli diedi retta.
«E queste» continuai scoprendo il seno piagato da bruciature «sono le sue sigarette! A volte me le spegne sul corpo.» Don Pietrino si coprì gli occhi con le mani.
«Non voglio vedere. Non voglio vedere!» strillò impaurito come un bambino.
«Padre, non ne posso più!» Gli strappai le mani dal viso. «Ho già subito queste violenze da bambina, e pensavo che il Signore me le risparmiasse da grande. Non è stato così. Ma io non ho fatto nulla di male. Desideravo solamente ritrovare la famiglia che non avevo mai avuto. Ma ho trovato solo odio. Odio e violenza. Violenza e sopraffazione. Lui beve, sì. Lo sa padre? E quando beve, è ancora peggio. Quando ritorna a casa vuole fare certe cose che solo io so» e mi battei, come si batte un chiodo nel muro, l’indice sul petto. «Se lo immaginava questo, padre?»
Scosse la testa e ripeté fra le labbra come una litania. «Non ci credo! Non può essere vero. Non può essere vero!»
«È vero. Perdio!» gridai strappandogli di nuovo le mani dalla faccia, che subito gli servirono per farsi il segno della croce.
«Bestemmi, ora?» disse con le labbra quasi serrate e la mascella tesa.
«Venga con me.» Lo afferrai per un polso e lo trascinai verso la porta che spalancai. «Guardi!» e gli indicai lo stanzino. «Vede? Lo vede, dove dormo da quando sono arrivata in questa casa?» Don Pietrino aveva gli occhi sgranati dietro le spesse lenti appannate. «Vi sembra questo il luogo per una moglie? O è più indicato per una serva? O forse nemmeno. È più indicato per le bestie. Ci si potrebbe tenere, che so, un cane.»
«Oh mio Dio! Ma allora è tutto vero» e fece scivolare le braccia lungo i fianchi scuotendo la testa minuta.
«Mi odiano. Mi odiano e basta. Eh ma questa volta, questa volta…»
«Questa volta?» ripeté.
«Lo sa qual è l’unica cosa che mi hanno insegnato, in questi anni?»
Egli scosse la testa. «L’odio, solo odio. Ora so cosa significhi odiare. Sono stati degli ottimi maestri. Specialmente Giulio. Ed io sono una che impara in fretta.» Don Pietrino non disse altro. Si cavò solamente un fazzoletto dalla tasca, e lo fece scorrere all’interno del collare inamidato.

* * *

L’uomo, che era rimasto in disparte, finalmente si decise e si avvicinò. Era alto e magro come un lampione.
«Lei è la signora Antonia Faeti in Ruggeri?» chiese stando in piedi, chinato come un giunco sull’acqua, mentre mi mostrava un tesserino con la sua foto. Lo fissai negli occhi e feci di sì con la testa, stringevo sul petto il sacchetto che mi ero portata da casa. C’era dentro la mia colazione. Non volevo che quel tipo me la portasse via. L’uomo allampanato alzò un braccio e fece un segnale a qualcuno alle mie spalle. Voltai la testa e vidi due uomini attraversare il prato a passo veloce puntando nella nostra direzione. Feci per alzarmi, ma uno dei due mi aveva raggiunto e mi mise una mano su una spalla. Per il contraccolpo, rimasi a mezzo passo, per poi risedermi.
«Non tema signora» disse quello smilzo cercando di rassicurarmi. Gli altri due, nel frattempo, mi si sedettero accanto, trattenendomi con forza le braccia. Era sempre quello esile che parlava.
«Mi vuole far vedere cos’ha dentro quel sacchetto?» continuò, producendo appena dopo un sonoro starnuto. «Maledette allergie.» disse quasi tra sé, portandosi un fazzoletto colorato al naso. Con uno scatto delle braccia tentai di stringere di più il sacchetto contro il mio ventre, ma quei due mi trattenevano con troppa forza.
«C’è la mia colazione» risposi protendendo la testa in avanti come una tartaruga dentro il suo guscio. «Oggi mi sono presa un giorno di vacanza.»
«Lei sa che cosa c’è dentro quel sacchetto. Vero?»
«Certo che lo so» confermai agitando la testa. Cercavo ancora di stringerlo sul mio grembo.
«E vuole farlo vedere anche a me» disse, asciugandosi il naso con il fazzoletto. Era troppo educato. Pensai che quei tre volessero rubarmela, la mia colazione.
«No! No che non voglio fargliela vedere. È la mia colazione» precisai.
«Ehi! Ma che bisogno avete di stringermi in questo modo? Non mi fate respirare.» Quello magro fece un gesto con la mano e i due allentarono la stretta. «Non ho fatto del male a nessuno. Sono loro due che l’hanno fatto a me! Come ha fatto mia madre, abbandonandomi per un altro uomo. Capisce? Mia madre non mi ha mai amato, e nemmeno loro. Mi hanno sempre usato. Lo volete capire?»
«Si guardi le mani signora Antonia.» I due mi lasciarono finalmente le braccia. Me le guardai. Erano rosse. Come rosso era il sacchetto che stringevo, e rosso era il mio vestito.
«Ah!» urlai. E istintivamente aprii le mani. «Cos’è? Chi è stato? E quando? Com’è successo?» Non ricordavo nulla. Nulla. L’uomo magro allungò una mano guantata e afferrò delicatamente il sacchetto sulle mie ginocchia. Una grossa macchia rossa si era formata sul tessuto della gonna. Rivoli di sangue rappreso mi scivolarono lungo le gambe. L’uomo srotolò l’orlo che trattenne tra le mani, con l’indice e il pollice, per poi allargarlo molto lentamente, con cautela. Guardò all’interno piegando il lungo collo e la testa sottile. Come un mago che estrae qualcosa dal suo cilindro, cavò fuori un grosso coltello.
«È mio!» urlai.
«Lo so» disse. Cacciò di nuovo dentro la mano e la estrasse tenendo il palmo rivolto in alto. I due uomini seduti accanto a me ebbero strani e inspiegabili conati di vomito.
«Questo non è suo. Vero?» chiese con il viso pallido e tirato.
«Certo che non lo è» risposi sorridendo. «Se quel cuore fosse il mio, come diavolo farei a parlare con lei?» e risi forte.

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