Un’ipocrisia divenuta seconda natura

REDUCTIO AD HITLERUM


Giornali e post sono pieni di preoccupate lamentazioni circa diffuse espressioni di “antisemitismo”.
In svariate università americane e inglesi sono stati avviati procedimenti disciplinari nei confronti di componenti del corpo studentesco reo di aver espresso simpatia per la causa palestinese e “atteggiamenti antisemiti”, termine che copre oramai ogni contestazione della politica dello Stato di Israele. Sanzioni sono state similmente prodotte nei confronti di personaggi i più vari, da amministratori delegati a direttori di teatro.

Qui, una volta di più, si vede all’opera il degrado culturale in cui l’Occidente è caduto, in una spirale oramai apparentemente inarrestabile.

Il meccanismo mentale messo in atto è quello che abbiamo imparato a conoscere tempo fa sotto l’espressione, alquanto fuorviante, di “politicamente corretto”. In questo caso ogni critica alle politiche sioniste viene sussunta sotto una delle categorie tipiche della “reductio ad Hitlerum”, cioè la categoria di “antisemitismo”. Una volta ridotto un fenomeno o un’espressione alla nostra versione certificata del “male assoluto” si può procedere con la censura, il declassamento, le sanzioni pubbliche più varie.

La preoccupazione dominante nella cultura del mondo occidentale è l’occultamento e la dissimulazione della verità, la distorsione di ogni dialettica, attraverso la costruzione di meccanismi di blocco.

E quello che lascia sempre esterrefatti quelli che non si assoggettano alla “moral suasion” di questo meccanismo è come quest’acuta preoccupazione per le parole “pericolose” conviva pacificamente con la registrazione stanca e un po’ annoiata dell’orrore quotidiano, della morte e del sangue innocente.

Mentre ci sollecitano ad un’ipersensibilità nei confronti di paroline a rischio, di espressioni che potrebbero adombrare volontà ostili, ogni giorno da due settimane avviene un massacro quotidiano di civili e di innocenti nella striscia di Gaza.

Gli ultimi dati rilasciati ieri parlano di oltre 5000 morti palestinesi, di cui circa 2000 sono minori. I feriti sono circa 15.000.
Il taglio dei viveri, dell’energia elettrica e dei medicinali fa sì che una buona parte dei feriti verrà ad aumentare la pila dei cadaveri, insieme ai bambini nati prematuri nelle incubatrici.

Per chi continuasse a pensare di “bombardamenti chirurgici” segnalo il resoconto dell’agenzia dell’Onu per i rifugiati operante a Gaza, che ha dichiarato ufficialmente come 29 dei propri operativi siano morti sotto i bombardamenti, a ribadire la natura perfettamente indiscriminata dei bombardamenti israeliani.

Su Gaza sono state inoltre utilizzate bombe incendiarie al fosforo bianco (ci sono numerosi filmati), il cui uso è severamente vietato sui centri abitati e le cui conseguenze sui corpi sono orrore allo stato puro.

Naturalmente la stampa fa il suo sporco lavoro e mentre continua serenamente a circolare la menzogna delle 40 decapitazioni infantili, nonostante sia stata smentita ufficialmente, ogni chiesa, ospedale, moschea, scuola che viene distrutta è descritta – qui sì chirurgicamente  – come un covo di terroristi – salvo quando occasionalmente sono i terroristi medesimi a farsi saltare in aria da soli.

Tutto questo avviene ogni singolo giorno dall’8 ottobre.

Convivono così fianco a fianco l’acuta intolleranza per le “parole d’odio” che toccano la squadra per cui facciamo il tifo e la pacifica tolleranza per la pratica quotidiana dell’odio da parte di quella squadra medesima.

Siamo pronti a saltare su inorriditi per l’adolescente scemo che pittura una svastica sul muro ma mettiamo trafiletti di fondo pagina – se mai li consideriamo – per i corpi martoriati di ragazzini palestinesi estratti delle macerie.

Che quest’ipocrisia divenuta seconda natura, questa istituzionalizzazione del doppio standard non susciti un diffuso disprezzo ed odio al di fuori della bolla filoamericana, questo sì che sarebbe un’aspettativa bizzarra.

Andrea Zhok

 

 

 

 

 

 

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