Tra maschere, slogan e vecchie bandiere, la politica italiana riscopre la lotta di classe come fosse un carnevale fuori stagione.

RICCHI E POVERI, FAVOLA E REALTÀ

Zorro, Spartacus e il mito del popolo.

di Marcello Veneziani

Marcello Veneziani ironizza sull’ennesima messinscena della politica italiana: Elly Schlein in versione Zorro e Maurizio Landini travestito da Spartacus riportano in scena la favola dei ricchi contro i poveri. Ma dietro il costume ideologico si cela una realtà diversa: un Paese dove le vere classi sociali sono ormai sfumate, dove la maggioranza degli italiani non è né ricca né povera, ma appartiene a un ceto medio che resiste tra disagi e illusioni. Un’analisi lucida e pungente che smonta la retorica della povertà usata come maschera di consenso. (Nota Redazionale)


Per il ballo in maschera della politica italiana, Elly Schlein si è vestita da Zorro e in coppia con Landini, trasvestito da Spartacus, riscoprono la lotta di classe e difendono i poveri contro i ricchi. Siamo commossi da questo Amarcord del tempo che fu. Poi ci ricomponiamo, e ci asciughiamo le lacrime, e riflettiamo sul tema: Ricchi e poveri.

Per cominciare l’elettorato che rappresenta la Schlein è mediamente più benestante di quello rappresentato dalla Meloni. E le origini della Schlein sono benestanti, alto-borghesi mentre la Meloni ha una matrice più popolare, piccolo-borghesi.

Ma al di là dei soggetti in campo, i ricchi e i poveri in Italia sono due minoranze. La grande maggioranza degli italiani non sono poveri né ricchi. C’è un grande ceto medio che comprende italiani benestanti e altri meno, che non possono permettersi tante cose ma che poveri non sono. Per cominciare quattro italiani su cinque sono proprietari di case, e tecnicamente, da un punto di vista socio-economico, non si possono definire poveri. I bisogni elementari non sono a rischio per la grande maggioranza dei cittadini (hanno pure il telefonino). E lo sono non da oggi: come è falso che con la Meloni al governo gli italiani siano ripiombati nella miseria e nelle tasse e i ricchi siano favoriti, così è falso sostenere che con lei tutto va a gonfie vele, e la gente sta bene, ricchi e poveri ormai ex. Stiamo come prima e milioni sono gli italiani che senza essere poveri vivono reali condizioni di disagio e difficoltà. Ma governi di tutti i colori non sono riusciti a fare nulla per modificare la loro situazione.

I poveri veri e propri sono una fascia di pensionati, gran parte dei migranti, più residue sacche di popolazione. La povertà è anche relativa ai luoghi in cui si vive: con mille euro al mese si è poveri in città e in larga parte del nord, mentre si riesce a vivere decentemente in provincia in gran parte del sud. Chi guadagna tremila euro al mese non è ricco, e chi ne guadagna la metà bisogna vedere se è in un nucleo monoreddito, dove vive e se è proprietario di casa, prima di definirlo indigente.

È curioso notare che la sinistra difenda i poveri chiedendo di abbassare le tasse o denunciando la pressione fiscale del governo attuale, come fa la destra; salvo poi, con un volo pindarico, riprendere l’ipotesi di una bella patrimoniale che è un sicuro assist alla Meloni: lei può limitarsi a rassicurare “con noi non ci sarà mai la patrimoniale” per godere una rendita di posizione elettorale sicura e maggioritaria nel paese. La patrimoniale, del resto, è un’arma estrema e dovrebbe essere un sacrificio finalizzato a migliorare le condizioni generali della società. Ma non conosciamo precedenti di patrimoniali che avrebbero raddrizzato, equilibrato e in definitiva migliorato gli standard sociali e l’equità. Non è mai successo, da quel che sappiamo, e la sinistra stessa al governo non è mai riuscita a introdurla. Se vogliamo, l’unico intervento “pauperista” compiuto da un governo è il reddito di cittadinanza voluto dai grillini; fu un mezzo disastro ma fu l’unica cosa vagamente socialista in favore dei bisognosi (o presunti tali, come poi si è visto in tanti casi).

E allora? I ricchi-ricchi sono veramente una minoranza e più sono ricchi più sono potenti, cioè intoccabili: d’altra parte l’alleanza tra capitale e sinistra è stato uno dei tratti salienti della politica non solo italiana degli ultimi decenni. Quando la Cgil sciopera contro lo Stato e fermare i servizi pubblici non è più il padronato il nemico da combattere, e magari da abbattere. Uno sciopero che colpisce non il datore di lavoro ma il cittadino comune, l’utente dei servizi, non ha più una connotazione anti-capitalista ma antigovernativa; non è più lotta di classe ma guerra civile tra lavoratori dipendenti pubblici e cittadini che usano i servizi pubblici.

I figli dei super ricchi sfoggiano il lusso su Istagram!

Ma torniamo ai ricchi e i poveri. Molti ricchi, o quantomeno benestanti, non si ritengono tali. E perfino molti ritenuti indigenti, o quantomeno poco abbienti, non si ritengono tali. È diffusa la vergogna di dirsi ricchi ma anche quella di dirsi poveri: della prima nomea si teme l’odio sociale, l’invidia e si preferisce essere compatiti, e magari lagnarsi; della seconda si teme il declassamento, la dichiarata inferiorità sociale, e magari l’ammissione di incapacità, di scarso talento, di sfortuna. Così viviamo tra ricchi che si atteggiano a poveri e di poveri che si atteggiano a ricchi, salvo lamentarsi ambedue; non è naturalmente il quadro generale della nostra società, ma di due fasce larghe; bisogna considerare anche i fattori psicologici, la percezione del proprio status sociale, la reputazione. Per loro, i poveri e i ricchi sono sempre gli altri.

A me piacerebbe vivere in una società in cui sono aperte e uguali le opportunità di partenza, o incidano di meno; e siano riconosciuti i meriti e le capacità con un criterio di equità e riconoscimento delle differenze, fermo restando il sostegno ai ceti più bisognosi e a chi non ce la fa. Lasciando spazi e agevolazioni per la solidarietà e la sussidiarietà attiva. Sarebbe una scelta in favore dell’economia sociale di mercato e una correzione compassionevole della meritocrazia. Su queste basi andrebbe rifondato il welfare state, che non fu solo una conquista socialista e laburista ma ebbe attuazione anche in politiche conservatrici e perfino nazionaliste (da Bismarck a de Gaulle e ai cristiano-sociali, per non dire altro).

Il ritorno naïve alla tematica elementare di ricchi e poveri è invece una formula retorica, che copre il vuoto di idee e di progetti, e una semplificazione rozza, premoderna in una società complessa come la nostra. Non dimentichiamo infine che ogni politica sociale ha come suo presupposto una visione comunitaria: non si può pretendere, come si fa da noi, di allargare i benefici dello stato sociale a tutti coloro che decidono di venire a vivere da noi, e i cittadini devono caricarsi i costi della loro assistenza e sussistenza. Solo un’immigrazione selezionata e programmata, che abbia diritti e doveri, lavoro, aiuti e obblighi, può essere gradualmente inserita in uno stato sociale e in un contesto pubblico.

Ma da quando la politica è solo sceneggiata, figurata, da quando i temi e i protagonisti reali sono sostituiti dai cartoni animati, ogni progetto di questo tipo finisce; e allora si torna alla favoletta della piccola fiammiferaia italo-svizzera-americana che vuol commuoverci con la povertà mentre per la gente sono superati perfino gli accendini.

La Verità – 14 giugno 2024
La Verità – 11 novembre 2025

 

 

 

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