Esistono passioni così potenti da cambiarti la vita. Da rovesciarti la testa, i pensieri, lo sguardo. Per Cecilia la musica è esattamente questo: un modo di vivere, il solo che conosce. Cecilia, a otto anni subisce un grave incidente, da cui esce fortemente leso il suo braccio sinistro. Lo strumento che sceglie Cecilia è il violoncello, tutt’altro che semplice e agile da maneggiare per una bambina, a maggior ragione se con un braccio particolarmente debole

Che cosa può fare davvero la musica? Tanto per la piccola Cecilia, che a otto anni subisce un grave incidente, da cui esce fortemente leso il suo braccio sinistro. Il rischio è che il nervo radiale resti per sempre compromesso e tanti sono i sensi di colpa di sua madre, alla guida al momento dell’impatto. Poi, una possibilità: provare a recuperare almeno in parte l’uso della mano sinistra attraverso la musica. Lo strumento che sceglie Cecilia è il violoncello, tutt’altro che semplice e agile da maneggiare per una bambina, a maggior ragione se con un braccio particolarmente debole. Schiacciare le corde come si deve è una sfida quotidiana, pari almeno a convincere i genitori che il suo non è solo un capriccio passeggero: Cecilia fa resuscitare dal fondo dell’armadio il violoncello del nonno, lo fa riparare e condivide la passione per la musica che tanti in famiglia hanno avuto. All’inizio, la protagonista sembra un caso disperato, ma la sua musicalità innata, l’esercizio e la perseveranza compiono un miracolo, impensabile per chiunque. Forse non per il suo maestro, un insegnante decisamente sui generis, Smotlak, con un passato da concertista ma anche un temperamento difficile da tenere a bada. 

Scommettitore al punto da perdere persino il suo pregiato violoncello, Smotlak ha un metodo complesso per insegnare musica, ma ha anche una strana forma di accudimento: ora bastona, ora spinge Cecilia a non mollare. Non è facile, soprattutto se alle lezioni c’è anche Odila, molto più talentosa di Cecilia; tuttavia, Odila è un’ottima esecutrice, più che una musicista. Perché per Smotlak essere musicisti è innanzitutto un fatto di testa, e Cecilia è proprio tagliata per proseguire, forse può diventare una musicista professionista molto più di Odila. E la competizione è dietro l’angolo, l’invidia è una minaccia che si nasconde nell’ombra, pronta per un agguato silenzioso.

Sono tante le rinunce che la protagonista deve affrontare per seguire i propri sogni: non ha lo stesso tempo libero dei suoi compagni di scuola, eppure deve continuare a portare a casa voti degni (per un patto con i genitori); non può avere una relazione come i suoi coetanei perché scuola e conservatorio assorbono tutte le sue energie. E qual è l’obiettivo finale? Seguiamo Cecilia nella sua crescita personale e di musicista, la accompagniamo attraverso un’adolescenza senz’altro fuori dal comune e restiamo in attesa curiosa dell’esito, quando a diciannove anni la protagonista inizia a partecipare a diversi concorsi. 


Ricordati di Bach 
è un romanzo che ha molto di autobiografico, come dichiara l’autrice al termine del libro: il percorso di Cecilia è lo stesso che ha portato Alice Cappagli a essere violoncellista della Scala per trentotto anni. Assistiamo a un itinerario pieno di ostacoli, ma praticamente senza soste, neanche per riprendere fiato, perché la musica è una passione totalizzante, ma non è mai idealizzata o astratta: è fatica, e nel libro percepiamo il continuo lavoro di perfezionamento  (e di perfezionismo) che è richiesto per migliorare un suono, un’interpretazione, un movimento,… Certamente Ricordati di Bach sarà particolarmente apprezzato dai musicisti, che sapranno cogliere i vari riferimenti del maestro Smotlak e capire più profondamente le difficoltà a cui è sottoposta Cecilia. Tuttavia, questa non vuole essere una critica: siamo infatti davanti a un romanzo di formazione piacevolissimo anche per chi non padroneggia la musica, perché seguiamo la protagonista con crescente curiosità. Fin dalle prime pagine si capisce come sono andate le cose, quindi ci chiediamo come Cecilia sia arrivata a quel traguardo. Inoltre, la vicenda è un bell’esempio di come la speranza e la perseveranza abbiano condotto Cecilia a un risultato che all’inizio del suo percorso poteva immaginare solo chi aveva ben presente, fin dal principio, come trasformare un talento ammaccato dalla sorte in realtà. 

La trama del romanzo 

Esistono passioni così potenti da cambiarti la vita. Da rovesciarti la testa, i pensieri, lo sguardo. Per Cecilia la musica è esattamente questo: un modo di vivere, il solo che conosce. «Fai finta di dover parlare di tutto quello che è finito in un abisso, – le dice il suo maestro. – Della gioia e del pianto, della vita e della morte. Fai finta di dovermi raccontare qualcosa che non ha mai avuto parole per essere descritto. Rimane Bach. Tolto tutto rimane solo lui: la lisca del tempo». Ma il tempo che cos’è? Cecilia ha otto anni quando un incidente d’auto le lede per sempre il nervo della mano sinistra e si mette in testa d’imparare a suonare il violoncello. E ne ha diciannove quando tenta i primi concorsi. In mezzo, dieci anni di duro lavoro con Smotlak, un maestro diverso da tutti gli altri, carismatico, burbero, spregiudicato. Per arrivare a scoprire qual è il senso di ogni sfida e della sua stessa vita. Cecilia è ancora una bambina, quando a dispetto di tutto e di tutti – in particolare dei suoi genitori -, entra all’Istituto Mascagni di Livorno, un conservatorio, e di quelli seri. Scoprirà a poco a poco cosa significa segarsi i polpastrelli con le corde, imparare solfeggio e armonia, progredire o regredire, scoraggiarsi o meravigliarsi. Educare la sua mano, sfidarla. E trovare una forza inaspettata, un’energia che sembra sprigionare direttamente dalla fatica. Il suo insegnante, Smotlak, spirito spericolato e grande scommettitore, capace di perdere a un tavolo da gioco un Goffriller del 1703, punta su di lei come si può puntare su un cavallo, e mira a farla diventare come gli altri, «quelli senza cuciture». Intorno a loro, una schiera di personaggi che impareremo a conoscere pagina dopo pagina: Odila, compagna di corso e unica amica, la terribile prof. Maltinti, il «sovietico» Maestro Cini… Ma «le vere lezioni non sono quasi mai a lezione», e Cecilia non tarderà a capirlo, scoprendo che una scommessa ben piazzata può portarti lontano e che un vero maestro insegna veramente tutto: perfino a vivere.

Come inizia

 

Parte prima

(Dal 1968 al 1974)

  

   Capitolo primo

   Apro gli occhi.

   Sono sdraiata su qualcosa di scomodo, una luce abbagliante puntata sul braccio sinistro. Facce sconosciute mi scrutano da dietro delle mascherine bianche, qualcuno mi chiede se ricordo qualcosa.

   Lì per lì nulla, però alcuni frammenti di memoria mi attraversano come una corrente calda e umida: è notte, il cruscotto oscilla paurosamente, la mia voce dice «Mamma perché sbandi», i fari delle auto arrivano in senso contrario, un urlo strozzato e uno schianto. Rumore di vetri che vanno in frantumi, poi un buio piú denso della notte.

   – Grillo, – riesco a sussurrare dopo un tempo indefinito. Chissà dov’è finito, il grillo.

   Le facce si guardano tra loro e annuiscono.

   Un attimo dopo, ecco in bocca un sapore di marcio, una nausea terribile e poi di nuovo nero, come un risucchio nell’oscurità.

   Nel buio comincio a percepire le gambe, sembrano ancora attaccate, e in un lampo rivedo l’immagine del mio braccio sinistro coperto di sangue e molto corto, il braccio di una bambola, sembra, non lo sento per niente, come la testa, le mani.

   Un malessere insopportabile, il peggiore che abbia mai provato. Però, oltre la mia voce che si lamenta, qualcosa succede: il cervello mi sparpaglia davanti dei rimasugli arrivati da chissà dove, resti che sembravano nulla fino a prima, ma che ora si ingigantiscono. Come succede ai miei jeans, quando vengono rivoltati per essere messi ad asciugare, e dalle tasche cade un foglietto, un bottone, una gomma, una caramella zuppa.

   E in quel pozzo del cervello vedo un po’ di tutto, perfino una collana della zia, una tartarughina acquatica, il coraggio di dire che odio il fegato alla veneziana.

   Chissà dove sono finiti, i miei jeans. Le gambe me le sento nude e fredde.

   Sono viva.

   Mi sono fatta male.

   Sono da sola.

   Quelli con la mascherina vengono a guardarmi di continuo, come la torta nel forno, e cercano di tirarmi fuori dalla botola della paura, senza molto successo. Tremo, sgusciando sempre piú giù.

   Rumori estranei. Metallici.

   La cosa piú terribile sono queste pareti. Si gonfiano come membrane di un ranocchio e mostrano un reticolato disgustoso. Ma non ce la fanno a imprigionarmi perché le allontano con la mano destra, sibilando, come un serpente. L’odore dolciastro e sconosciuto forse è sangue.

   Se ora apro di nuovo gli occhi vedo dei neon rotondi, una porta azzurra, un armadietto di ferro.

   – Siete tutti cattivi… – anche la lingua non è collegata, si mette in moto da sola, senza preavviso.

   – Cecilia, – mi disse dolcemente una voce di donna dopo un sacco di tempo. Attese che muovessi un po’ la testa, prima di continuare: – Sei all’ospedale di Pisa, tra poco verrà la mamma, che sta abbastanza bene. Il tuo grillo è scappato dalla gabbietta.

   Volevo essere sicura che fosse vivo. Mi agitavo.

   – Adesso canta nell’erba…Provai a girarmi un po’ per ringraziare quella signora, ma mi sembrava di essere bloccata, vedevo solo qualcosa di bianco che svolazzava via, tipo velo delle suore.

   Nell’ospedale faceva molto caldo, era la fine di maggio e c’era solo un ventilatore con le pale attaccato al soffitto che girava lentamente terrorizzandomi, ero certa che sarebbe diventato un gigante e mi avrebbe schiacciato peggio delle pareti. Un medico che bollai come vecchio brutto e calvo venne a dirmi che le allucinazioni erano la conseguenza del forte choc, e presto sarebbero passate. Costui, dopo aver detto questa cosa improbabile, mi informò che mi avrebbe aggiustato il braccio.

   – Come facevo io con le bambole una volta…

   L’essenziale iniziò da lì, da quelle stanze afose e buie dell’ospedale di Pisa dove il mondo esterno assunse i contorni di un organismo gigantesco, sleale, imprevedibile, con cui dover fare i conti per forza. E quindi da neutralizzare al piú presto.

   Intanto in quell’incidente, che regalò un’indelebile cicatrice al tronco di un pino marittimo dell’Aurelia, lasciai una bella dose di fiducia nel futuro, ma soprattutto la certezza di essere invulnerabile.

   Figlia unica curata e accudita come un bonsai nella serra dell’imperatore, fino a quel momento ero stata scrupolosamente tenuta al riparo dalle turbolenze dell’esistenza umana. E l’impresa era riuscita abbastanza bene, fino all’inconveniente dell’incidente. Così l’avrebbero chiamato in casa anni dopo, attribuendo all’accaduto la rilevanza di un contrattempo.

   L’operazione al braccio che mi fece il luminare vecchio brutto e calvo fu lunga, di esito incerto, e richiese un’anestesia in grado di stendere un elefante. Inoltre segnò l’inizio dei disagi di mia madre, la quale quella sera si trovava al volante per scarrozzare marito, figlia e amichetta di contorno.

   – Oddio, fortuna che ti sei fatta male soltanto te e non la tua amica, – cominciò col dire.

   Magra consolazione, pensavo dall’armatura di gesso in cui mi avevano rinchiusa. Mi partiva dalla metà della mano sinistra per arrivare alla spalla e poi all’ombelico, tipo maglione, costringendomi a tenere il braccio sollevato e piegato ad angolo come se fossi rimasta pietrificata nell’infilarlo.

   – Ma io sto male… – belavo sperando che mia madre raddrizzasse il tiro, invece niente. – Via via, sei una bimba matura e consapevole, – continuava a sragionare, – vedrai che queste cose ti serviranno, – ma non specificava a cosa, – e ricordati di non raccontare mai nulla ai nonni che altrimenti si disperano, specialmente il nonno. Anzi, di’ che sei caduta dalla bicicletta.

   – Sarebbe una bugia, – concludevo in base ai canoni educativi

   – No no, sembra una bugia, ma è una cosa buona in questo caso.

   Sarà, ma la faccenda prendeva una piega che mi sfuggiva, non me ne capacitavo neanche a mettere sotto pressione i neuroni piú reattivi. Mi faceva sempre male la testa, mi sentivo sola, incapace di spiegarmi. La lingua alle volte partiva con improperi inediti all’indirizzo di medici, infermieri e innocue degenti con la flebo che venivano a osservarmi. Mi dispiaceva anche, però proprio non dipendeva da me.

   – Guarda che è già un miracolo che tu ti sia risvegliata così presto, – diceva la mamma.

   Quindi c’era poco da meravigliarsi di quel terribile mal di testa.

   Per il resto dovevo sempre allontanare le pareti che si deformavano e mi schiacciavano, e sudavo freddo. Il ventilatore, ormai fuori controllo, si staccava dal soffitto e mi vorticava sul naso facendomi agitare al punto di attirarmi l’infermiera con una siringa in mano. Mia madre questa cosa non la capiva, il ventilatore secondo lei non si spostava, e su questo non voleva sentire ragioni. Era un soggetto complesso, per certi aspetti indecifrabile, mia madre. Mi era sempre sembrato di non avere a che fare con una mamma normale ma con qualcosa di chimico, perché le sue reazioni erano imprevedibili. Insomma, nonostante fossi curata quanto un bonsai, a momenti mi mandava al Creatore.

   – Ma babbo dov’è? – chiesi appena fui capace di stare seduta. Da seduta era un’altra vita, se non altro riuscivo a tenere a bada le pareti e il ventilatore almeno per una mezz’oretta di fila.

   – È caduto nell’erba del fossato appena la macchina è uscita di strada, ha perso gli occhiali e si è slogato una caviglia.

   Trascurò di dire che la macchina non era uscita di strada per conto suo, ma ce l’aveva mandata lei. Il perché non lo sapeva, anzi sosteneva che quell’auto aveva sempre goduto di una volontà propria.

   – Ma te, mamma, cosa ti sei fatta?

   – Mi sono rotta quattro denti ma me li hanno rimessi.

   Aveva anche mezza faccia violacea, ma erano comunque bazzecole.

   – Quindi soltanto io…

   – Sì, – tagliò corto, – ma guarirai presto –. E si mise a singhiozzare prima di riuscire a precipitarsi fuori dalla stanza.

   Ebbi la certezza che non me la sarei cavata alla svelta proprio per niente.

   Poi spostai lo sguardo dal neon all’armadietto, al lenzuolo sfilacciato, al carrello con delle ferraglie dentro, e decisi di chiudere gli occhi. Mi sarei fatta soffocare dalle pareti e dal ventilatore, forse a quel punto mi conveniva anche.

   Sopravvissi.

   Tutto era in bilico: nessuno vedeva la realtà com’era, nessuno aveva il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, nessuno sapeva leggere il futuro. Così, per essere rassicurati sugli eventi, scrutavano la mia faccia o le mie parole quasi fossi stata la Pizia, e questo lo percepivo eccome.

   Però di tempo per pensare ne avevo a tonnellate, lì dal mio letto macchiato di tintura di iodio, e se non ero alle prese con le allucinazioni potevo allenarmi nell’elaborazione dei dati. Scarsi quelli recuperabili, ma certi.

   – E il babbo non ha nulla da dirmi?

   – Tornato al lavoro, poverino.

   Già, poverino.

   – Messa così come faccio a giocare a campana?

   – Non giochi, fai qualcosa di piú interessante.

   – Tipo?

   – Leggere, o portarti avanti con i compiti che hai saltato.

   Non appena uscii dall’ospedale stando sulle mie gambe per miracolo, piantai una scenata epica come realizzai che lei pretendeva di riportarmi a casa proprio in macchina, e per la precisione a sud di Livorno, ossia con un viaggetto di mezz’ora da lì. Le infermiere dovettero darmi un sedativo (l’ennesimo) per caricarmici, e meno male, perché mia madre si rimise al volante dicendo pure che quella macchina era un’altra, una «piú sicura», e se non avesse guidato subito poi non l’avrebbe fatto piú.

   Che dal mio punto di vista sarebbe stato l’ideale.

   Per due mesi abbondanti mi rassegnai a convivere con la mia armatura di gesso, che rendeva vane le belle giornate di sole e la calma limpida e invitante del mare.

   – Guai a bagnarsi, – era stato l’imperativo di un ortopedico, – si sbriciolerebbe la struttura.

   Così me ne stavo in solitudine sotto un ombrellone piantato nella sabbia (perché sugli scogli «era pericoloso») a osservare quell’organismo esterno, il mondo, da mettere al tappeto. Vedevo mia madre, una donna di media statura simile a un’anfora etrusca, con tratti decisi e capelli neri indomabili, che si aggirava fra i vicini di ombrellone narrando le gesta delle ultime settimane, e già il disastro che aveva combinato stava assumendo i contorni di una battaglia epocale il cui guerriero armato era lei, e non io.

   Questo suo modo di cucinare i fatti mi stizziva, avrei voluto dirle che non capiva niente, che stavo male davvero. Però mi mancava il coraggio. Mi sentivo laterale sulla scena del disastro, e solo perché non facevo tragedie. Ma non facevo tragedie perché ero «matura e consapevole». Il circolo in cui mi avevano rinchiusa era una prigione perfetta.

   – Guarirà in pochi mesi, – raccontava lei senza averne affatto la certezza, – i ragazzini sono fatti di gomma.

   Cercava disperatamente di esorcizzare il demone di qualche conseguenza irreversibile in quel modo maldestro, buttando acqua sul fuoco.

   Io intanto, murata viva in quello scafandro, tolleravo a stento che qualcuno venisse a studiare il gesso per inorridire e commentare «Chissà che caldo», con un’intuizione impareggiabile. Se qualche bimbetto poco piú basso di me si avvicinava, restando dietro la schiena a guardarmi, mi voltavo e lo prendevo in pieno con il gomito, stendendolo.

   Ma il bello doveva ancora venire, e arrivò non appena le pareti smisero di gonfiarsi, bloccando il calendario appeso su cui era cerchiata la data della rimozione del gesso.

   – È arrivato il gran giorno! – esordì mia madre. Io pensavo all’uovo di Pasqua, quando spacchi il guscio e ci trovi dentro una cosa che non serve a niente. Il braccio era mio, e me lo sentivo parecchio strano, anche se non lo dicevo. Pareva un gingillo da quattro soldi chiuso in un involucro troppo grande.

   – Vengo con voi, – disse all’improvviso il babbo sottolineando così la drammaticità della circostanza, visto che non si stanava mai dal suo studio.

   Il gesso mi aveva protetto, e solo in quel momento mi venne in mente che, una volta rimasta senza, mi sarei sentita come un mollusco abbandonato alle correnti.

   – Ho paura, – confessai.

   – Non è ragionevole, – osservò la mamma.

   – Ma non dipende da me.

   – Finalmente ti farai una bella doccia, che con quei capelli lunghi puzzicchi sempre. Ci sono ancora dei grumi, secondo me.

   Grumi? Stando seduta sul mio letto di bambù mi tastai per bene con il braccio sano i capelli lisci, di cui andavo fiera, ma non sentii grumi.

   – Grumi di cosa?

   – Tutto il sangue che avevi in testa. Non sono riuscita a lavarti per bene con quel coso.

   Io manco me ne ero resa conto, però quella dei grumi doveva essere una trovata di mia madre che non vedeva l’ora di raparmi a zero. Chissà perché.

   – I capelli corti sono piú pratici, e poi stai meglio.

   Non ero affatto d’accordo, i capelli lunghi mi aiutavano a sognare come tutte le cose poco pratiche. Di nuovo ebbi quella sensazione di rovesciamento del cervello, ma piú nitida. Contai una marea di oggetti dimenticati che mi sfilavano davanti, tutte cose e sensazioni mai dette e sepolte che volevano essere viste da me. Erano spade, vestiti ammirati nelle vetrine e mai provati, c’erano delle tempere, un’armonica a bocca, una chitarra, un tamburello, dei pesciolini… Avrei dovuto capire di cosa si trattava, indagare meglio.

   Quando mi tirai su mi sembrò di essere piú alta del solito, piú magra, e mi venne voglia di guardarmi allo specchio: il viso era proprio da bimba, i capelli erano lunghi davvero, gli occhi ancora piú verdi ma un po’ tristi, le gambe ossute come quelle delle cicogne. Ma tutto il resto non si vedeva. Forse, se mi avessero tolto il gesso, avrei potuto controllare cos’era successo, se i pezzi c’erano tutti.

   Questa considerazione mi convinse a entrare in macchina.

   Raccontarsela ha qualche vantaggio, a volte.

 

   Capitolo secondo

 

   – Questo si chiama «omero», – disse il dottore indicando un punto del mio braccio. Con l’altra mano brandiva una rotella dentata pronto ad aggredire l’armatura ma prendendola molto alla larga, ossia dalla pancia. Io, solo a entrare nella sala gessi, mi ero messa a piangere senza pudore accennando pure un tentativo di fuga e il dottore faceva una gran fatica a farmi stare zitta e ferma. Alla fine posò quell’arnese distruttivo su un carrello di metallo.

   – Suvvia, sei una bimba ragionevole, – sottolineò la mamma giusto per farmi sentire peggio.

   Il babbo aveva l’ordine di aspettare nel corridoio.

   Un infermiere si prese la briga di immobilizzarmi e un altro di mettere in moto la rotella elettrica. Non dubitai del fatto che fosse Jack lo squartatore.

   Fatto sta che in quella stanza ricoperta di polveri bianche ebbi la certezza che fosse arrivato il momento di raccomandare l’anima al cielo e pronunciare le ultime volontà: – Voglio un gatto.

   Non appena mi accorsi di essere sopravvissuta alla distruzione del gesso, mi voltai a guardare il braccio finalmente libero.

   Svenni.

   Percepii per l’ennesima volta le pareti sul naso, ma ricoperte di orrendi bruchi neri, un sudore marcio mi bagnava, e attesi con disgusto di dovermi risvegliare.

   – La ferita è brutta, – sentii dire da qualcuno.

   – Ma io cosa vi avevo detto?! Di lasciare aperto un punto per medicare!! – C’era un tale che urlava peggio di me all’inizio del calvario, e sembrava fuori dai gangheri.

   – Di là subito! C’è infezione… Portatela di là! Ma come si fa a fare una cosa del genere?!

   – La bimba è agitata.

   – Me la sedate!!!

   Io non ero manco piú in grado di respirare, però sentivo: sentivo tagliare qualcosa, armeggiare con oggetti umidicci, gelidi, e uno che borbottava vicino al mio naso, forse quello che prima si era arrabbiato. Poi silenzio. Mi apparve un pollo morto sul banco del macellaio.

   Riaprii gli occhi e mi accorsi di avere una fasciatura dove prima avevo visto dei fili scuri, lunghi, viscidi uscire da una peluria inquietante. Avevo la certezza matematica che mi avessero sostituito il braccio con la zampa di una scimmia e comunque non lo muovevo. La mano era come morta e il dolore forte, sia in profondità che sotto la fasciatura.

   Un bel guaio, e mentre sbirciavo la mia benda arrivò di nuovo la mamma, stavolta col babbo e un dottore pelato che non avevo mai visto.

   – Ciao, sono il medico che ti ha fatto l’intervento.

   – Ah sì? Non mi ricordo di te.

   – Io metto un dito nel palmo della tua mano e vediamo cosa fai.

   Che schifo.

   – Stringi?

   Strinsi, molto debolmente, e il dottore sembrò soddisfatto.

   La mamma prese a lacrimare come una delle Madonne di legno delle suore, mio padre sembrava perplesso.

   – Questo è l’ulnare… – spiegò il dottore. – Il nervo ulnare adibito alla presa e alla flessione della mano, invece il radiale serve per l’estensione. E ora, Cecilia, prova ad aprire la mano.

   – Non so come si fa.

   – Prova ad allargare leggermente le dita.

   Era come se la mano fosse del tutto staccata dal braccio.

   Tentai diverse volte, ma non avevo idea di cosa succedesse perché stavo girata di là per non guardare, mi stavo convincendo che la mano non era la mia. Poi lentamente mi fecero sedere come fossi stata una mummia egizia che sta per sbriciolarsi.

   Il braccio si allungava lungo il corpo come morto, mi scivolava la spallina da quella parte, mi accorsi che avevo addosso una canottiera nuova. Mi sentivo fatta di pongo, la schiena non reggeva, dovevo puntellarmi sulla destra per non flettermi come un filo d’erba.

   – Pare di pasta frolla… – osservò la mamma, – la tengo?

   – No, i muscoli dorsali devono tonificarsi un po’ alla volta da soli. Forza, Cecilia.

   Io non riuscivo nemmeno ad alzare la testa.

   – Il nervo radiale è gravemente danneggiato, – continuò il dottore, – ho tentato una ricostruzione perché non era del tutto reciso, fosse stato reciso, per assurdo, sarebbe stato meglio, avremmo allacciato.

   – E non si poteva recidere chirurgicamente? – chiese mia madre.

   Non credevo alle mie orecchie, ma la nausea era troppo forte per protestare. Il dottore grazie al cielo scosse la testa.

   Intanto mi sforzavo di sentire se il cuore batteva ancora o se si era spostato. Secondo me non c’era piú.

   – Ce la fai a sollevare il braccio?

   Ci provai, il dottore sorrise in modo impercettibile. Me lo fece tenere un po’ scostato dal tronco, in avanti, ma riuscivo a sostenerlo solo per pochi secondi.

   La mano ciondolava come una cosa inutile, appesa lì.

   – Alza il palmo.

   Nulla. I tentativi si susseguirono senza successo provocando la disperazione di mia madre e il silenzio sempre piú enigmatico di mio padre.

   – Come prevedevo, – concluse il dottore con un tono incolore, – abbiamo la probabile perdita della funzione. A meno che il soggetto, essendo giovane, abbia una capacità di rigenerazione straordinaria dei tessuti nervosi. Un esito che, fino a oggi, non abbiamo ancora sperimentato.

   Ecco fatto. La soluzione era nel grembo di Giove.

   – Quindi?

   – Per cominciare mettiamo un tutore che tenga il palmo sollevato e iniziamo una terapia intensiva a Tirrenia, per stimolare il nervo e rinforzare i muscoli della mano.

   Fu molto professionale e molto asettico, come richiedeva la circostanza, e non si sognò neanche di sprecare una parola di conforto per me. Nemmeno quando gli piantai in faccia due occhi lucidi e spauriti.

   Tirrenia è un’amena località balneare, vanta un’intoccabile pineta, appannaggio dell’esercito americano, ed è ottima per passeggiare sulla riva sabbiosa. Peccato che tra i vari istituti ci fosse anche una clinica riabilitativa nota, all’epoca, per curare casi disperati.

   Quando presi ad andarci, sempre accompagnata in macchina da mia madre – che ormai, a suo dire, aveva superato lo choc –, me ne stavo avvinghiata ai sedili tenendo gli occhi chiusi. Quindi almeno il famoso ulnare funzionava. Quanto al radiale, era un filo caduto da una cruna, e solo quando depositavo la mano sinistra nell’acqua diventava un po’ piú vitale di un filetto di platessa congelato.

   Fu un incubo: scosse elettriche, sempre piú energiche, palline varie da lanciare senza mira, cerotti attorcigliati e cavetti bollenti per riattivare le speranze. E poi quel tutore che mi imbracava dal gomito con una fastidiosa linguetta piantata nel palmo per tenere la mano alzata.

   Ci vollero mesi prima che imparassi a correre ai ripari a modo mio. D’altra parte dovevo già tenere a bada pareti, ventilatori, rovesciamenti del cervello, panico, e soprattutto un senso di rabbia imprecisato.

   Una volta messo a fuoco che sarebbe stata assai piú lunga del previsto, mi sentii autorizzata a passare al mio personale piano di salvataggio, anche se, conciata a quella maniera, sembrava che ormai dovessi rinunciare a tutto quello che avevo sognato di fare: l’acrobata, la campionessa di motociclismo, l’archeologa, la prestigiatrice. Avrei meritato una medaglia se fossi riuscita a mettere il dentifricio sullo spazzolino.

   Dal mio punto di vista un risarcimento ci voleva. Un esame molto rudimentale e approssimativo della faccenda mi diceva che dovevo in qualche modo vomitare quello che non ero riuscita mai a vomitare. E l’incidente non c’entrava, o meglio, era solo stato l’occasione per accorgersene. Ma ai tempi non sapevo di cosa si trattasse. Procedevo per tentativi, invischiata com’ero nella bambagia dell’infanzia.

   Cominciai col dire che volevo cantare, e che la mano sinistra, per quello, non mi serviva di sicuro. – Finché ti esibisci in macchina… ma a bassa voce –. E visto che la mamma guidava, io cantavo per consolarmi.

   – Fai un po’ la Vanoni, ti viene? – chiedeva la mamma, e così alzavo un po’ il tono, ma con discrezione, per non farla distrarre.

   – Mi sembra che abbia orecchio, questa figliola, da chi avrà preso? – diceva mio padre meravigliato.

   Mia madre non rispondeva, io non chiedevo.

   – Ora però falla finita di cantare, che mi viene il mal di testa. Prova a bocca chiusa.

   Passai alle arti figurative: tenevo fermo il foglio col gomito sinistro e mi sbizzarrivo con la destra usando i pastelli a cera. I miei soggetti destavano qualche perplessità: si trattava di crocifissi, per lo piú, o scene bibliche di guerra che mi erano rimaste impresse dopo le precoci e ripetute visite agli Uffizi. La mia preferita era anche quella che mi veniva meglio: Caino e Abele, dove però era Abele, scortato da una pecora, a uccidere Caino.

   – Perché? – mi chiedeva la maestra.

   – Perché così sono pari.

   In ogni caso qualche trauma c’entrava sempre, e ovunque fossi, in casa o a scuola, mi esercitavo con puntiglio nell’intento di esprimermi senza parole; anche a Pisa, dove andavo per deludenti controlli, e per rassicurare i nonni che stavano in una sorta di ricovero domiciliare con la sorella di mamma.

   – Perché non fai qualche bel fiorellino? – mi chiedeva la zietta pisana da me ribattezzata zia Cocca proprio per il buon feeling che ci legava. E per zia Cocca i fiorellini li disegnavo anche, belli colorati, però poi li mettevo su qualche bara per dare un’adeguata collocazione. O sulla tomba di Caino, già che c’ero.

   – Forse ci vuole uno psicoterapeuta, – disse un giorno mia madre, a casa della zietta.

   – Che io sappia non serve neanche a Woody Allen, – si espresse da dietro un quotidiano il babbo.

   – È sempre da sola, poverina, e con quel problema lì chissà come si sente a disagio.

   E brava la zia Cocca, capii subito di aver trovato una complice.

   – Non so che pesci prendere, – continuava mamma, – ora la porto al Rizzoli di Bologna e magari trovano loro il modo di guarirla, ho paura che si deprima.

   Non mi deprimevo affatto, sempre che non mi portassero in un altro ospedale. Provavo a guarire con qualcosa che non fosse a base di scosse elettriche e ammolli nell’amuchina. Ma al momento la fantasia non mi soccorreva, l’im pulso di muovere la mano moriva davanti a qualsiasi impresa.

   – Dovresti imparare a disegnare e a giocare a palla con la sinistra, come ti hanno detto a Tirrenia

   – Non mi piace giocare a palla neanche con la destra.

   – Sei troppo pigra.

   – Ma cosa devo fare di piú?

   – Impegnarti!

   Scaraventarmi contro un pino non mi aveva giovato granché, forse c’era un risvolto provvidenziale che ancora non vedevo.

   – Cosa sarebbe quella lisca viola sul braccio? – ridevano i compagni. – Un millepiedi?

   – Zia, mi fai suonare il pianoforte? – chiesi una domenica.

   – L’anno scorso non ti piaceva, – commentò mia madre. Secondo me se l’era inventato.

   – Ma non fa male a nessuno se ci prova un po’, – osservò zia Cocca aprendo il coperchio del vecchio verticale, – anzi, potrebbe aiutare la riabilitazione della mano, non ti pare? – La zietta aveva ragione, me lo sentivo.

   Presi ad annaspare sui tasti che mi erano piú accessibili, cercando di tradurre una canzone che avevo in testa.

   – Questo pianoforte non suona le note che vorrei io, – dissi.

   – Sì, è scordato.

   Continuai a tartassare le orecchie dei presenti finché la signora del piano di sopra non scese reggendosi la testa.

   – Il pianoforte è percussivo in effetti, – disse zia Cocca. Poi, valutando la situazione, formulò una proposta strepitosa. – Senti, – disse a mamma, – mi sembri un po’ stanca, che ne dici se Cecilia resta a dormire qua? Voi fate qualcosa di diverso, e lei pure.

   La zietta stava nel quartiere residenziale di Porta a Lucca, che era il piú bello della città. Si gestiva lì i nonni che si erano bevuti la storia della caduta dalla bici, nonostante l’avessero digerita male. Il nonno era all’ospedale un giorno sì e uno no, imbottito di calmanti, e la nonna a letto, sorvegliata da infermiera e badante.

   Tutti e tre vivevano al pianterreno di una splendida villa anni Cinquanta con tanto di giardino davanti e grande orto sul retro, con voliera, laghetto, ninfee, salice, e gattini nati di fresco. Un paradiso terrestre. Stavano in affitto, ed erano ben voluti dalla famigliola dei proprietari che abitava al piano di sopra. Il quartiere si estendeva per interi isolati con ville una piú bella dell’altra, a quattro passi dalla piazza dei Miracoli, dalle mura e dalle vie dei negozi.

   Zia Cocca chiuse il coperchio del vecchio verticale, un Menzel da museo che costituiva il suo intero patrimonio sentimentale. Era l’unica in famiglia a lasciar trapelare un debole per la musica, e ogni tanto propinava qualche valzer di Strauss a una piccola platea di zombi radunata nel salotto la domenica pomeriggio: dai nonni a qualche loro assiduo ma sonnolento coetaneo.

   – Allora che dici, affare fatto?

   Guardai implorante mia madre.

   – Domani mattina devi recuperare i compiti che non hai finito, – disse lei.

   – Li faccio tutti con la sinistra, – ebbi il coraggio di corbellare.

 

   Capitolo terzo

 

   Una serata meravigliosa. Una di quelle primaverili dorate, in cui la scia del tramonto rischiara per un’ora il crepuscolo e fa scintillare la prima stella come un diamante. L’aria era già tiepida, e così cristallina da esaltare il tripudio dei colori del giardino davanti alla villa, l’orto con le zolle scure morbide, i bocci rosati dei ciliegi. Perfino i pomodori della vecchia semina provavano ad affacciarsi, e il pergolato delle viti aveva appesi dei riccioli promettenti e delle minuscole sfere verdi che parevano sul punto di scoppiare.

 

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L’autrice

Alice Cappagli è livornese e ha suonato il violoncello nell’orchestra del Teatro alla Scala per 37 anni. Laureata in filosofia. Ha pubblicato per Statale 11 un racconto a tema musicale dal titolo Una grande esecuzione (2010). Per Einaudi ha pubblicato Niente caffè per Spinoza (2019 e 2020) e Ricordati di Bach (2020).

 

  • Ricordati di Bach
  • Alice Cappagli
  • Editore: Einaudi
  • Formato: EPUB con DRM
  • Testo in italiano
  • Cloud: Sì Scopri di più
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 474,92 KB
  • Pagine della versione a stampa: 264 p.
  • EAN: 9788858434239.  Acquista € 9,99

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