Il poeta che camminò sul confine tra Dio e il Nulla.

«Rilke, il poeta del dio futuro»

Rilke e la sua voce fragile e abissale nell’Europa che tramontava.

di Marcello Veneziani

Nel centocinquantenario della nascita, Marcello Veneziani ripercorre la vita errante e l’opera luminosa e inquieta di Rainer Maria Rilke, il poeta che abitò l’Europa alla vigilia della sua catastrofe spirituale. Figlio della civiltà mitteleuropea al crepuscolo, Rilke attraversò capitali, epoche e tormenti, lasciando un’impronta lieve ma abissale nella poesia del Novecento. Le sue lettere, le sue meditazioni e le sue liriche raccontano un uomo senza dimora, sospeso tra fede e nichilismo, tra rivelazione e smarrimento: un pellegrino dell’interiorità che cercò il divino non nel dogma, ma nell’inizio perpetuo dell’esistenza. Un viaggio nell’anima di un testimone d’Europa che, come Kafka, visse il destino del suo secolo senza mai incontrarlo davvero. (Nota Redazionale)


La sola beatitudine è “diventare colui che inizia”. Chissà se Rainer Maria Rilke provò quella beatitudine dell’inizio, come scrisse nelle prime righe di appunti sulla melodia delle cose. A vederlo coi nostri occhi postumi e a leggere i suoi scritti, le sue lettere e le sue poesie, Rilke ci appare piuttosto abitare alle soglie di una fine, di un crepuscolo, e di una catastrofe: l’epoca bella e tragica in cui tramontò la civiltà mitteleuropea e in cui sorsero i demoni della guerra mondiale, delle rivoluzioni e dei totalitarismi, del nichilismo, della tecnica e l’avvento del disumano.

L’impronta di Rilke è lieve e ineffabile ma tocca profondità insondabili di pensieri e di spirito poetico.

Rilke nacque il 4 dicembre di 150 anni fa a Praga, ma visse nel cuore del suo tempo, e nelle sue capitali, da Parigi a Monaco, da Vienna a Berlino, da Mosca e Pietroburgo alle grandi città svizzere, da Roma – che non amò – a Firenze, Napoli, Capri, Venezia, dal castello di Duino al castello di Munoz, dove finì i suoi giorni. Fu poeta e testimone d’Europa, ai confini con Dio e con il Nulla.

“Io non ho amata, non ho dimora, non ho, per vivere, un luogo certo” scrive nelle sue “nuove poesie”.

Visse nello stesso arco di tempo di Franz Kafka, ma i due praghesi, concittadini e contemporanei, non s’incontrarono mai.

Rilke seguì le impronte di Nietzsche, cercò il divino oltre il cristianesimo e trovò il suo barlume nell’arte e nella solitudine creativa della poesia. Per lui, la religione è l’arte di chi non è in grado di creare. Compensò la perdita del Verbo con il verso, cercò l’essere nella sua mancanza, barattò la verità con la bellezza e l’umanità con l’amore per le cose. Quando gli uomini mi divennero estranei, scrive Rilke, furono le cose ad attirarmi: da loro vide spirare la gioia d’esistere. Nell’arte e nel verso trovò l’amore più vasto e smisurato, l’amor di Dio, che supera i singoli individui, li attraversa instancabile e va oltre: “l’amore è il vero clima del destino”. Come definire l’arte? “L’arte è il desiderio oscuro di tutte le cose” e l’artista, apostolo miracoloso della bellezza, è “l’uomo della meta ultima, che passa giovane attraverso i secoli, senza un passato dietro di sé”. Il suo cuore alato, scrive, sbatte ovunque contro le mura del tempo; arriva troppo presto rispetto alla sua epoca. A suo dire c’è sempre stata una grande estraneità tra la grande arte e il proprio tempo. E la celebrità, avverte a proposito di Auguste Rodin, è la somma di tutti i malintesi che si radunano intorno a un nome nuovo. L’opera d’arte nasce per lui da uno stato di pericolo, quando si va a fondo all’esperienza fino al punto che non si può oltrepassare.

Rilke cercò la comunità nel canto sommesso che attraversa le cose, proprio quando stanno per scomparire; quella melodia corale a cui partecipano le essenze, i sentimenti e le cose passate, i crepuscoli e le nostalgie. Pur coltivando la solitudine Rilke reputò irrevocabile e decisiva la connessione tra gli uomini. Lode allo Spirito che sa connetterci, canta nei sonetti a Orfeo.

Rilke era convinto che esistesse un cervello universale, originario, “la grande materia grigia della terra”. Riconobbe in Dante il capostipite dei poeti della sua generazione. Ma amò Rimbaud che seppe scuotere il linguaggio con tutta l’irruenza del cuore fino a che diventa inutile, per poi “andarsene senza guardare indietro e diventare un commerciante”. In una poesia su Baudelaire, Rilke scrive che il poeta ha unificato il mondo che in ognuno di noi è in frantumi. È testimone inaudito del bello e dà alla rovina purezza infinita.

Lou von Salomé

Rilke ebbe grandi e celebri amori, da Lou Salome a Marina Cvetaeva; a suo dire è vero amore quando due solitudini si proteggono. Dedicò le Elegie duinesi alla Marchesa Marie von Thurm und Taxis, sua mecenate che lo ospitò nel castello di Duino, a tratti facendolo sentire suo prigioniero.

In una lettera a Margot Sizzo-Noris, Rilke dice di non amare l’immagine cristiana dell’aldilà, da cui si allontanò. A suo dire la visione cristiana rende i trapassati più vaghi e più irraggiungibili, e trasforma i vivi in creature altrettanto vaghe e indeterminate, poco terrene, mentre noi siamo “parenti dell’albero, del fiore e del campo”. Dio per Rilke è l’opera d’arte più antica: è conservato male e molte sue parti sono posticce.

Per Rilke, lo dice nei Quaderni di Malte Laurids Brigge, per scrivere un solo verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, bisogna sentire come volano gli uccelli, e sapere i movimenti con cui i piccoli fiori di aprono al mattino. Bisogna poter ripensare ai cammini in contrade sconosciute, agli incontri inattesi, e non basta avere ricordi. Bisogna saperli dimenticare, quando sono molti, e avere la pazienza di attendere che tornino. Ma oltre i ricordi ci vogliono esperienze che diventano in noi sangue, sguardo, gesto… solo allora si è pronti per un verso. Poesia come esperienza cosmica: in un verso c’è il mondo, il respiro della vita. Lasciate fare alla vita, diceva: la vita ha ragione, in ogni caso.

Nelle lettere a un giovane poeta, Rilke offre preziosi consigli al neofita: ricerca la ragione profonda che ti chiama a scrivere; non scrivere poesie d’amore; risali al giacimento di ricordi dell’infanzia; non cercare alcun tipo di compenso dalla poesia e ricorda che l’opera d’arte è buona se è nata da necessità.

Rilke non fu mai prigioniero del suo tempo e della modernità, amò l’inizio e corteggiò il futuro. Per Rainer i desideri sono i ricordi del nostro futuro. Nel suo diario fiorentino esortò a essere, anche un solo giorno non moderni: “allora vedrete quanta eternità c’è in voi”. “Non cedete all’abbaglio dell’effimero -scriverà poi in un sonetto – tra breve tacerà chi loda il “Nuovo” …le stelle sono un fuoco antico mentre i fuochi più giovani s’estinguono”.

Nell’epoca in cui si ottenebra e si smarrisce l’umano, dice Rilke in una lettera a Caroline Schenk von Stauffenberg, è necessario rafforzare l’intimità con la morte, fino a renderla conoscibile e tangibile; la morte è la “tacita complice di ogni cosa viva”. Per rianimare la vita bisogna ritrovare la familiarità della morte. Poco prima un giovane poeta goriziano, Carlo Michelstaedter, aveva scritto: più forte è il sogno della vita se la morte a vivere ci aita (aiuta). Nel libro d’ore Rilke così riassume il senso della vita: “Vivo la mia vita in cerchi che si allargano, che passano sopra le cose. / L’ultimo, forse, non potrò portarlo a compimento, ma voglio protendermi, tentare./

Giro attorno a Dio, alla torre antica dell’inizio, le giro attorno da migliaia d’anni:/e ancora non so: sono un falco, o una tempesta, o un canto, forse – e grande.”

In una lettera alla Cvetaeva Rilke racconta di aver raggiunto la piena armonia con il corpo, fino a considerarlo un frutto della sua anima, malleabile al punto da farsi condurre nelle più remote contrade del suo spirito ed avere suo tramite, le più vive esperienze del mondo, dei cieli e di quanto è impenetrabile.

Alla fine chi è Rilke? “Egli è ciò che ancora deve avverarsi – nei secoli”, scrive tre anni dopo la sua morte Marina Cvetaeva; e seguita: “Rilke è un mito, il principio del nuovo mito del Dio-venturo. E ancora presto per studiare questo mito, lasciate che diventi realtà”. Ma a quasi un secolo dalla sua morte, non si è ancora avverata la sua realtà e non si è rivelato il suo Dio-venturo. Resta in cielo come una nube poetica.

La Verità – 14 giugno 2024
La Verità – 29 novembre 2025

 

 

Commento critico

“Herbsttag” è una delle poesie più emblematiche della maturità di Rilke: una meditazione sul tempo che scivola, sull’incompiutezza e sulla solitudine come destino interiore. L’autunno non è solo una stagione, ma una condizione dell’anima: il momento in cui ciò che siamo stati deve trovare una forma definitiva, come gli ultimi frutti spinti alla maturazione estrema.

Nella preghiera iniziale, Rilke invoca un Dio che non consola ma compie: un Dio che stende ombre, abbrevia le giornate, accelera la maturazione, prepara al distacco. Non c’è sentimentalismo; c’è una visione simbolica della vita come processo organico che tende al proprio compimento.

Il finale è tra i più celebri della lirica novecentesca: chi è senza casa non se ne costruirà più una, chi è solo lo resterà. Non è disperazione, ma lucidità. Rilke non descrive una condanna, bensì una verità esistenziale: giunge un tempo in cui non si può più rimandare la propria forma, né ricostruire da zero ciò che non si è realizzato.

La solitudine qui non è fuga, ma condizione di vigilanza: leggere, scrivere, vegliare, camminare “inquieti” tra le foglie che cadono significa assumere la propria vita con serietà radicale. L’uomo rilkeano, come l’autunno, è chiamato a lasciar cadere tutto ciò che non è essenziale.

“Herbsttag” resta così una poesia sull’inizio e sulla fine, sul raccoglimento e sul distacco, sulla fragilità che precede ogni compimento: un piccolo capolavoro che condensa, in pochi versi, l’intero dramma della coscienza moderna.

 

Un commento

  1. Marino Marchello

    18 Luglio 2026 a 16:39

    Grazie per questa sempre attuale memoria.
    La poesia in chiusura può essere presentata anche in versione ritmica:

    Signore, è tempo: immensa fu l’estate.
    Distendi l’ombra sulle meridiane
    ed alle piane avventa le folate.

    Comanda ai tardi frutti la pienezza,
    donando ancora pochi giorni miti;
    concludi il loro ciclo, e nei sopiti
    mosti la stilla infondi di dolcezza.

    Chi non ha casa non costruisce ormai;
    chi solo è ora a lungo dovrà stare
    e leggere e scrivere e vegliare
    e senza meta in lunghi viali fra i
    turbini di foglie inquieto errare.

    rispondere

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