Uno dei simboli più antichi e profondi, riconosciuto da tutte le civiltà, interpretato come un fenomeno che evoca la trascendenza

RIPRENDIAMOCI L’ARCOBALENO

 

Riprendiamoci l’arcobaleno. Uno dei simboli più antichi e profondi, riconosciuto da tutte le civiltà, interpretato come un fenomeno che evoca la trascendenza, il rapporto tra uomo, natura e Dio, immagine di luce contrapposta alle tenebre, ci è stato sequestrato e oggi è diventato l’emblema dello snervato pacifismo occidentale e soprattutto dell’eterogeneo movimento trans e omosessualista, che, non per caso, ha espunto dall’iride uno dei sette colori, l’azzurro simbolo di purezza e di ascesa. 

Sotto il profilo fisico, l’arcobaleno è un fenomeno di ottica atmosferica dovuto alla rifrazione e riflessione della luce di una sorgente luminosa attraverso goccioline d’acqua disseminate nell’atmosfera, osservabile durante la pioggia col sole o al ritorno del sole dopo la pioggia. L’enciclopedia Treccani informa che “si presenta come una serie di archi colorati circolari concentrici i cui colori (corrispondenti a quelli dello spettro solare) si succedono dal rosso, all’esterno, all’azzurro e violetto verso il centro”.  Tassonomica e prosaica la scienza, ricca e poetica la tradizione spirituale che accompagna da millenni l’arcobaleno. Ciascuno – adulto o bambino – osservando un arcobaleno vive un intenso momento di stupore, accompagnato dall’ammirazione per la grandezza della natura o per la generosa potenza divina.

La modernità tutto sciupa, degrada, banalizza e deforma. Nel Terzo Millennio, l’arcobaleno è diventata prima l’emblema di un egalitarismo e universalismo spurio – la bandiera di tutti, ovvero di nessuno, poiché ogni identità esiste in riferimento all’altro da sé –  fino all’uso giornalistico di espressioni come “popolo arcobaleno” per indicare i contrari alle guerre americane (le uniche a suscitare l’indignazione di quel settore di opinione). Ricordiamo tutti le bandiere con i sette colori dell’iride alle finestre di migliaia di abitazioni. Poco alla volta, si sono stinte e sono state ritirate: il popolo arcobaleno dorme o si è disperso. In compenso, avanza prepotente un altro- pericolosissimo – mondo, quello dell’universo LGBTQI+, la lobby potente dei banditori di infinite forme di sessualità “alternativa”, aperte a ogni nuova esperienza: questo significa il segno +, recentemente aggiunto.

L’unica forma di sessualità che il neo arcobaleno non ammette è quella che rientra nella norma biologica, ovvero quella che deve essere chiamata eterosessualità, posta sullo stesso piano di legittimità per non offendere le altre forme di “orientamento sessuale”. Non è affatto una dimenticanza che l’arcobaleno, divenuto simbolo universale LGBTQI+, abbia sei colori e non sette, come in natura. Il celeste, o azzurro, rappresenta la purezza, ovvero il grande nemico da sconfiggere e, nella tradizione cristiana, la Vergine Maria. Dunque, l’iride LGBT è un falso arcobaleno che vuole sostituire quello autentico, nel disprezzo per la verità della natura.

I derubati siamo noi tutti. Distrazione, pigrizia, incapacità di cogliere l’immensa portata dei simboli, che, nel caso in questione, sono sequestrati allo scopo di capovolgerne il significato. Nella tradizione biblica, i sette colori disegnati nel cielo simboleggiano l’alleanza che Dio intende stabilire con la sua creatura prediletta. Nel libro della Genesi (9,12-17) lo si legge chiaramente. Dopo il diluvio universale, Dio promette di non distruggere più la Terra. “Questo sarà il segno dell’alleanza che stabilisco con voi, e con tutti gli esseri viventi che vi accompagnano, per tutti i tempi futuri; pongo il mio arco tra le nubi, come un segno della mia alleanza con la terra. Ogni volta che coprirò di nubi la terra e apparirà tra di esse il mio arco, mi ricorderò dell’alleanza con voi e con tutti gli esseri viventi e le acque del diluvio non torneranno a precipitare su di voi per distruggere i mortali. All’apparire dell’arco nelle nubi, io lo vedrò e mi ricorderò dell’alleanza eterna con tutti gli esseri viventi che ci sono sulla terra. Questo disse Dio a Noè, è il segno dell’alleanza che ho stabilito con tutti i mortali”.

Appare evidente il carattere infero, anti umano, del capovolgimento di un simbolo millenario – la sua profanazione – come insegna di una operazione distruttiva dell’ordine naturale, contraria, per i credenti, al piano di Dio. Dalla luce all’ombra più scura e, in mezzo, la grave sconfitta semantica e semiotica (il potere dei segni) subita con l’appropriazione del (falso) arcobaleno.

Il capovolgimento lascia senza fiato: dalla luce alla tenebre, dal divino agli istinti peggiori, chiamati desideri e legittimati dal diritto sedicente “positivo”. Nessuna relazione tra la sfera del sacro e quella dell’umano, distrutto ogni riferimento al trascendente. L’esproprio dell’arcobaleno è colpa nostra, di chi non ha capito l’operazione di raffinata riconfigurazione verbale e simbolica che si svolgeva sotto i nostri occhi.

Pierre Narcisse Guérin Morpheus and Iris

L’arcobaleno ha profondi significati in ogni cultura: nella saga sumera di Gilgamesh è la collana della gran madre Ishtar che si leva al cielo come promessa e perenne ricordo della grande alluvione. In Grecia, l’arcobaleno era un attributo di Iris, messaggera degli dei nei poemi omerici. Virgilio, cantore di Roma, presenta Iris come la dea annunciatrice del patto di unione tra l’Olimpo e la terra. Vestita di un velo trasparente, si manifestava solo tra le nubi attraversate dai raggi solari, lasciando una scia luminosa multicolore. Il velo è un simbolo potente di connessione tra due universi, il ponte sacro tra i piani esistenziali degli dei e degli uomini, ed il possesso dei raggi dell’arcobaleno è un attributo degli immortali.

Nella mitologia norrena, l’arcobaleno è la porta magica, Bifrost, che collega Asgard – la casa degli dei – con Midgard, il paese degli uomini. Durante la battaglia finale tra la luce e il buio, il Ragnarok, Bifrost sarà distrutta, segnando la fine dei tempi. Il Corpo di Arcobaleno è un concetto importante del buddismo tibetano, mentre nella tradizione indiana l’arco in cielo è Indradhanush, l’arco di Indra, dio del fulmine e del tuono. Per i cinesi è una fenditura del cielo sigillata dalla dea Nuwa con pietre di sette differenti colori. Escatologia, cosmologia, spiritualità, legame tra l’alto e il basso, simbolo visibile di trascendenza: questo è l’arcobaleno in tutte le civiltà del mondo.

Mai e in nessun luogo è stato banalizzato e decostruito, tantomeno è stato posto come segno visibile della sessualità, dell’edonismo sfrenato, del godimento o della rivendicazione di condotte e comportamenti legati alla sfera delle pulsioni libidiche. Perché dunque l’arcobaleno rappresenta nei nostri giorni qualcosa di tanto diverso? Perché, ad esempio, la parola orgoglio – pride nella neolingua globale – è oggi relazionata, nell’immaginario dell’agonizzante terra del tramonto, a comportamenti sessuali che nel passato e presso quasi tutti i popoli, sia pure con gradazioni differenti, erano considerati devianti? Orgoglio è il termine che designa la giusta soddisfazione per i successi, le capacità e i meriti, l’amore di sé e l’identità.

Abbiamo lasciato che saccheggiassero il patrimonio dei simboli e invadessero, sporcandolo, il territorio del sacro. Ribadiamo, l’arcobaleno è un simbolo che non può essere decostruito per sostenere un’ideologia che rovescia principi millenari.

Non ci piace uscire dal terreno della concretezza, ma la profanazione del simbolo dell’arco in cielo – addirittura la cancellazione dalla sua iconografia del colore azzurro, segno della purezza – la sua perdita, sarà forse l’annuncio del Ragnarok finale, o dell’esaurimento definitivo della civiltà cui apparteniamo, entrata nella fase babilonese, quella di Semiramide, la regina corrotta che “libito fé licito in sua legge”?

Augusto Valli, Semiramide muore sulla tomba di Nino, 1893

Non conosciamo la risposta, e ci spaventa il solo fatto di aver posto la domanda, segno che i tempi ultimi si stanno avvicinando. Senza che siamo più capaci di cogliere i segni che il divino ci trasmette, dal tempo dei Sumeri a quelli di Big Tech. 

Roberto PECCHIOLI      

 

 

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