Quando l’esperienza diventa un’abitudine e la sicurezza si trasforma in presunzione.

«Rischio coreano»
L’errore non nasce dall’inesperienza, ma dalla rottura della relazione con il contesto.
di Lorenzo Merlo
Nel suo Rischio coreano, Lorenzo Merlo prende spunto dalle parole limpide e severe di Simone Moro dopo il malore in quota per mettere in discussione uno dei dogmi più rassicuranti della modernità: l’idea che l’esperienza, di per sé, garantisca sicurezza. Merlo rovescia il paradigma mostrando come proprio l’accumulo di esperienza possa generare una pericolosa zona d’ombra, in cui la familiarità con il rischio indebolisce l’attenzione e interrompe la relazione viva con l’ambiente. Attraverso esempi quotidiani e montani, il testo suggerisce che il vero pericolo non è l’imprevisto, ma la presunzione di conoscerlo già. Il “rischio coreano” diventa così una metafora sottile: non ciò che non sappiamo, ma ciò che crediamo di sapere troppo bene. Un invito a recuperare presenza, ascolto e umiltà, condizioni necessarie per cogliere il senso profondo dell’esperienza prima che questa si irrigidisca in automatismo. (N.R.)
Affidarsi all’esperienza è anche una inopportuna supponenza. Qualche considerazione che, per essere opportunamente riconosciuta, richiede di cogliere il senso. Uno scopo disponibile a chiunque purché non arroccato in cima alla propria esperienza.
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Sunto per i lettori
In Rischio coreano, Lorenzo Merlo mette in discussione una delle convinzioni più rassicuranti e meno interrogate del nostro tempo: l’idea che l’esperienza sia di per sé garanzia di sicurezza. Prendendo avvio dalle parole limpide e autocritiche di Simone Moro, Merlo sposta l’attenzione dal singolo incidente alla struttura mentale che lo rende possibile: la presunzione che nasce quando l’esperienza si irrigidisce in abitudine.
Il testo mostra come l’esperienza funzioni solo in contesti meccanicamente ripetibili e poveri di variabili, mentre fallisce proprio là dove la complessità è massima: nella montagna, nella navigazione, ma anche nei gesti più banali della vita quotidiana. Basta una distrazione, una rottura della relazione con il contesto, perché ciò che “sapevamo benissimo” diventi improvvisamente pericoloso.
Merlo propone allora una prospettiva alternativa: non l’esperienza come vertice della conoscenza, ma l’ascolto. Ascolto di sé, dei propri stati emotivi; ascolto degli altri, dei loro limiti e delle loro tensioni; ascolto dell’ambiente, che emette costantemente segnali soffocati dall’arroganza del sapere acquisito. È questa relazione viva, esplorativa, non automatica, a consentire scelte efficaci là dove l’analisi razionale e la routine falliscono.
Il “rischio coreano” diventa così una potente metafora: non è l’inesperienza a esporre al pericolo, ma la convinzione di sapere già. A volte, suggerisce Merlo con lucidità spiazzante, è proprio chi è meno attrezzato ma più presente a rinunciare in tempo, mentre chi è perfettamente equipaggiato e “competente” procede cieco verso l’errore.
👉 Invito alla lettura
Questo sunto non rende giustizia alla progressione argomentativa e alla finezza con cui il testo intreccia esempi concreti, riflessione filosofica e critica culturale. Rischio coreano va letto per intero perché non offre una morale, ma disattiva una sicurezza apparente, costringendo il lettore a interrogarsi sul proprio rapporto con l’esperienza, l’abitudine e il sapere. È un testo che non insegna cosa fare, ma invita a stare, ad ascoltare, prima di muovers
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Simone Moro, a proposito del recente inconveniente di salute occorsogli sul Mera Peak (6476) a 5000 metri, in fase di acclimatamento per l’invernale in stile alpino al Manaslu (1), non ha esitato a riconoscere la propria responsabilità sull’accaduto. Fin qui, nessuna notizia, va bene. L’aspetto che va invece a fare quasi da novità è ancora nelle parole di Moro che ha saggiamente dichiarato di essersi comportato, sulla scorta della propria esperienza: “L’attacco cardiaco a 5 mila metri sull’Himalaya? Non mi ha tradito il cuore, ma la presunzione. Ho fatto un errore imperdonabile, in vetta non mi sarei salvato”
Dov’è la notizia? Sta nella critica al valore assoluto che ordinariamente si attribuisce all’esperienza quale primo fattore per la sicurezza.
Una posizione parzialmente accettabile se relativa a circostanze che si ripetono meccanicamente, nelle quali, la condizione emotiva di chi le vive non varia. Tuttavia, sappiamo bene quanti falegnami dovendo solo spingere un massello verso la sega a nastro, ci hanno lasciato il dito. Gli elementi erano pochi, pochissimi rispetto alla quantità presente in natura aperta, ma qualcosa, che potremmo chiamare distrazione, è stato sufficiente per trovarsi fuori concentrazione, per spezzare la relazione con l’integrità del contesto. Identicamente accade quando il gomito batte sullo stipite, quando ci cade qualcosa dalle mani. Pochi elementi, molta esperienza, opportuna distrazione. Se sull’onda dell’esperienza, si interrompe la relazione con l’ambiente, si apre uno spazio di eventualità che può coglierci in ritardo. Fino al fatitidico “il buio ci ha sorpresi”.
Si potrebbe concludere che l’esperienza, non solo non è trasmissibile al prossimo, ma neppure a noi stessi. Che ogni circostanza richiede l’attenzione dell’esploratore, cioè di colui che non dà nulla per scontato e che, se si muove è perché si sente in relazione con se stesso, con eventuali compagni e interlocutori e con l’ambiente. Diversamente sta fermo.
Relazione con sé stessi significa avvertire serenità o, al contrario, la presenza di tensioni, fastidi paure, perturbazioni e, soprattutto, le loro cause quali preoccupazioni, antipatie, rancori, senso di inferiorità nei confronti della situazione. Solo nella presenza di tutto ciò diviene possibile separarsi dall’importanza personale e, eventualmente, rinunciare senza frustrazione.
Relazione con compagni e interlocutori significa potersi dedicare all’ascolto e alla conoscenza del loro stato d’animo, al fine di tenerne conto, per esempio nel formulare una richiesta o una pretesa, nonché per commisurare la risposta ed eventualmente riformulare con nuova modalità.
Relazione con l’ambiente significa sentire le interferenze che impediscono l’armonia, percepire il tutto che in esso palpita, quindi le informazioni che emette, spesso soffocate dall’arroganza del sapere cognitivo e dalla dote d’esperienza.
La coniugazione istantanea della complessità in cui troviamo tra ore di luce disponibili, stato delle persone, materiale a disposizione, caratteristiche della salita e della discesa, temperatura, esigenze personali, eccetera tende ad avvenire in condizione di armonia e a fornire indicazioni di scelta efficaci, che il criterio analitico, parcellizzando il contesto, non può rilasciare.
L’esperienza consapevole è utile per acquisire un dominio, per esempio per imparare a camminare, ma non per salvaguardarci dagli inconvenienti implicati in ogni contesto. A questo torna più utile ascoltare sé e l’ambiente. Sennò perché gli scoiattoli non ruzzolano giù dall’albero, gli uccelli non precipitano dal cielo, le vacche dalle scarpate e gli stambecchi dai dirupi?
Razionalmente parlando, sarebbe opportuno quindi comportarsi prendendo le distanze dalla propria esperienza e dalle routine, una sua specie di culmine in cui, l’atteggiamento ri-creativo viene radicalmente dimenticato.
Razionalmente, solo razionalmente tale suggerimento può essere ritenuto valido. Ma la vita si diverte a guardare i tifosi del senno di poi, quella squadra di pistoleri pronti a sparare sugli sbagli – così li chiamano – altrui.
Umanamente, sfruttare l’esperienza e il suo culmine routinario pare ineludibile. Avremo quindi sempre l’occasione per inciampare proprio nella radice che sapevamo perfettamente dove si trovasse e che caratteristiche avesse.
Ciò che invece si può fare, che si può culturalmente fare, è cessare di attribuire all’esperienza il valore assoluto che, devoti, le consegnavamo anche in ambito di sicurezza. Affidarsi ad essa è come dire ovvio, è una sorta di abiura della propria creatività e del proprio potere e di indipendenza di scelta.
Con tali premesse, il coreano in scarpe da tennis al rifugio Torino che si avvia sul ghiacciaio, non corre assolutamente alcun rischio se il modo di muoversi è fondato sull’ascolto. Immediatamente sentirà l’inefficacia della presa delle suole, il gelo ai piedi, la luce accecante e osserverà le spaccature del manto ghiacciato aumentare di frequenza in occasione di cambi di pendenza, nonché che la neve ne copre in parte il vuoto. Senza alcuna conoscenza pregressa, il modo di relazione con cui si muoveva lo inviterà a rinunciare. Privi di tale modo, completamente equipaggiati come da vetrina, il rischio d’inconveniente è più che mai latente.
Coreani o valdostani, se ci si muove da esploratori, ovvero senza credere di sapere già, il rischio di sicurezza tende ad alzarsi, almeno nella misura in cui abbiamo destituito l’esperienza dal gradino più alto della conoscenza.
Chi legge di alpinisti, marinai ed esploratori avrà già trovato o troverà sempre parole a sostegno del cosiddetto rischio coreano o potere dell’ascolto.
Lorenzo Merlo
Note