Sindrome hikikomori giovani che si ritirano dal mondo sociale

Sindrome hikikomori

RITIRARSI DAL MONDO. AUMENTANO IN ITALIA

I GIOVANI ASOCIALI. PER LA FELICITÀ DEL SISTEMA


Hikikomori. (1)Il termine è riferito ai giovani giapponesi che decidono di ritirarsi dal mondo sociale. Non dai social, proprio dal rapporto con il resto dell’umanità. Soprattutto maschi, dai 14 ai 30 anni. Ma in un mondo che vede la crisi della globalizzazione, funziona benissimo il contagio di ciò che non va. Ed anche in Italia si stanno diffondendo quelli che, semplicemente, possono essere definiti asociali. O forse no. Perché ritirarsi dal mondo è esattamente ciò che hanno chiesto politici, pseudo scienziati, opinionisti di regime pagati per apparire su TV pubbliche e private.

 

 

 

 

 

 

 

“State a casa”. Non uscite, non passeggiate, non socializzate se non attraverso lo smartphone o il pc. Non hanno soltanto accelerato la morte degli anziani a cui i medici, quelli veri, avevano prescritto lunghe passeggiate, meglio se nei parchi dove arrivavano le forze dell’ordine con gli elicotteri per impedire di seguire le indicazioni sanitarie. No, hanno distrutto le menti dei giovani più fragili, salvo poi inventarsi i bonus psicologi per correre ai ripari.

In realtà, però, al sistema va bene così. Le aggregazioni sono pericolose. Possono generare trasmissioni non di virus ma di idee. Che sono ben più pericolose dei virus. Se ci sono ragazzi che non se la sentono di andare a scuola perché vogliono isolarsi, meglio così. Possono studiare da casa. O possono non studiare proprio. Perché chi si ritira dal mondo non sente neppure la necessità di lavorare. Né per il bene collettivo né per realizzarsi a livello individuale.

Per sopravvivere basteranno le solite mance ed i soliti bonus elargiti da ogni governo. Il reddito di cittadinanza cancellato ma riesumato per chi non ce la fa. Con la prospettiva, dopo una vita chiusi in casa a dormire, di incassare una pensione identica a chi, per tutta la vita, ha dovuto sopravvivere lavorando con impegno, magari trascorrendo ogni giorno ore sui mezzi del trasporto pubblico. Per crearsi una famiglia e sfamare dei figli.

Ma questo è il tempo degli hikikomori, di chi si arrende e si ritira, non di chi ha dovuto lottare per una vita viva.

Andrea Marcigliano
Ala.de.granha

 

 

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«HIKIKOMORI E LA QUOTIDIANITÀ DELLA STANZA PRIGIONE»

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