Saffo sulla cima del monte Leucade, sferzato da venti gelidi, dove ancora oggi sorge il tempio di Apollo, è giunta all’estrema risoluzione: soltanto trovare la morte, gettandosi dall’alta rupe, allontanerà lo spettro della vecchiaia e di un amore infelice, quello non corrisposto per il bel barcaiolo Faone…

 

QUALE DOLCE MELA


Quale dolce mela/che su alto ramo rosseggia/alta sul più alto/la dimenticarono i coglitori/no/non fu dimenticata/invano/tentarono raggiungerla…

Frammento 116

Il filosofo greco Platone, nel IV secolo a.C., la definì “decima musa”. Tre secoli dopo, i poeti latini Orazio e Ovidio la presero a modello per i loro versi. Lo storico e geografo greco Strabone, nel I secolo d.C., fu categorico: “Per quanto risaliamo nel tempo, non riusciamo a ricordare, in nessun’altra epoca, una donna capace di rivaleggiare con lei nella poesia”. Come educatrice fu paragonata nientemeno che al filosofo greco Socrate (469-399 a.C.), ma fu anche disprezzata per aver cantato l’amore omosessuale tra donne ed esaltata come prima femminista. Saffo, che i Greci soprannominarono “l’allodola nera” perché si diceva avesse capelli ricci e scuri.

Saffo, dunque, è colei che tra poesia e romanzo, storia e immaginazione, la tradizione considera la più grande poetessa dell’antichità, se non addirittura la voce poetica femminile più eccezionale e più intensa di tutti i tempi; coraggiosa e indomita, ma anche fragile e vulnerabile, Saffo riemerge dalle brume del mito per diventare un’eroina indimenticabile.

La fama di una Saffo omosessuale ed erotomane depositatasi attraverso il linguaggio ordinario con gli aggettivi: “saffico” e “lesbico”; ha condizionato fortemente la fortuna della poetessa, giungendo – per ragioni di biasimo morale – a sdoppiare Saffo in due figure distinte: da una parte la saggia e vereconda poetessa, dall’altra una omonima prostituta.

La pedagogia greca più arcaica prevedeva che l’adolescente fosse affidato alle cure di un nobile adulto. Era questo il significato originario della parola “pederastia”: l’erastés era infatti l’adulto che istruiva l’erómenos (“oggetto del desiderio”). Lo stesso valeva per il tiaso femminile che si basava su rapporti affettivi e sessuali tra donne adulte e fanciulle. Lo scopo era cementare la solidarietà tra i membri di uno stesso gruppo sociale, per mantenere unita la città e la sua élite aristocratica. Con l’entrata nella società adulta (cioè con le nozze) la relazione terminava.

Saffo nacque nell’isola di Lesbo tra Ereso e Mitilene, intorno al 600 a.C., un’isola muliebre che mugolava nel mascolino e tumultuoso mare, verde e muscosa, scintillante di argentee foglie d’ulivo e colma di grappoli d’uva dorata, dove dolci colline s’innalzavano con i templi dedicati ad Afrodite, circondati da meravigliosi giardini. I suoi genitori sono di famiglia nobile, suo padre Scamandrònimo morì quando Saffo era ancora bambina. Ha tre fratelli maschi. Il maggiore Carasso è famoso per una travolgente storia d’amore con una donna, causa della sua rovina economica; i due minori invece si chiamano Eriguio e Larico, quest’ultimo svolge la funzione di coppiere nel pritaneo di Mitilene.

L’origine aristocratica della famiglia di Saffo è testimoniata proprio dalla mansione di Larico, che viene riservata esclusivamente ai giovani delle migliori famiglie di Mitilene. L’isola purtroppo però è funestata da una cruenta guerra civile che costringe all’esilio in Sicilia, probabilmente a Siracusa o Akragas, sia Saffo che la sua famiglia. Secondo le testimonianze Saffo non è molto bella, anzi la si descrive come piccola di statura e dalla carnagione scura. Aspetto che viene smentito dal poeta Alceo, e che corrisponde probabilmente al cliché biografico di origine socratica, secondo cui la mancata bellezza esteriore ha come necessario contraltare quella interiore. Anche la notizia che la vuole sposata al ricco Cercilia di Andro sembra non corrispondere a verità. Saffo ha però una figlia Cleide alla quale dedica dei teneri versi d’amore materno.

    

Io ho una bella figlia, che di fiori d’oro

Ha l’aspetto, la mia Cleide diletta;

in cambio io non darei tutta la Lidia né l’amabile… 

Cleide, io non so davvero da dove

potrà esserci per te una mitra variopinta,

ma a quello di Mitilene…

Persino questo dato è stato però messo in dubbio di recente, e si è avanzata l’ipotesi che il nome di Cleide corrisponda a quello di una giovinetta oggetto della passione amorosa della poetessa.

L’unica cosa certa è che Saffo, trascorre la sua vita nel comporre versi e nell’occuparsi delle giovani e aristocratiche fanciulle a lei affidate, come allieve della sua scuola. A molte di queste fanciulle, come Archeanassa, Atthis, Arignòta, Dike, Eirène e Mégara, Saffo dedica delle poesie che alimentano la convinzione che il rapporto che la unisce alle sue allieve non sia un semplice rapporto maestra-discente. Le donne di Lesbo erano tra le greche più ostinate e indipendenti. I padri più progressisti, come Scamandrònimo, lasciavano persino che le proprie figlie imparassero a leggere e scrivere insieme ai fanciulli. Presso la sua scuola le allieve vengono preparate alla vita matrimoniale con lezioni di ritualità domestica, canto e danza, compresi gli aspetti pratici della sessualità. Quando si sposavano, Saffo stessa si occupava della cerimonia e salutava le sue ex allieve con versi struggenti che suonavano proprio come dichiarazioni d’amore.

Appena ti guardo, non mi riesce più di parlare

La lingua s’inceppa, subito un fuoco sottile corre sotto la pelle

Gli occhi non vedono più, le orecchie rombano

Il sudore mi scorre, un tremore

Mi afferra tutta, sono più verde

Dell’erba, mi vedo a un passo

Dall’essere morta.

Il talento artistico di Saffo fu enorme. Ma la prima poetessa della storia ebbe la fortuna di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Gli Eoli da cui discendevano gli abitanti di Lesbo, originari della Grecia continentale, avevano colonizzato l’isola verso il 1100 a.C. ed erano considerati tra i popoli più sensibili alle arti. Uno di loro, il poeta e musicista Terpandro, si diceva avesse inventato la lira a 7 corde vincendo nel 675 a.C. a Sparta una gara musicale in onore del dio Apollo. Forse per questo proprio a Lesbo, con Saffo e Alceo, nacque una nuova forma poetica ormai lontana dai toni guerreschi ed eroici dell’Iliade e dell’Odissea. A Lesbo si componevano semplici poesie e canti ispirati alla tradizione popolare e alle danze, inni agli dei, lamenti e versi d’amore. L’eros e la passione erano tra gli argomenti preferiti.

Della sua opera restano solamente un’ode intera e 200 frammenti. Nonostante l’esiguità, i suoi versi d’amore e passione erotica hanno ispirato amanti e poeti per 2600 anni. La musica che li accompagnava non ci è pervenuta. Molti fatti della sua vita sono tuttora ignoti. Saffo entrò nella leggenda subito dopo la sua morte (avvenuta forse quando aveva poco più di 50 anni). Già a partire dal IV secolo a.C. si erano diffuse le scuole pubbliche con insegnanti retribuiti: non c’era dunque più bisogno di nobili che si occupassero di giovani. E col tramonto dell’età classica, parlare apertamente delle passioni amorose e manifestare i sentimenti, come aveva fatto Saffo, diventò “indecente”. Così l’eros saffico cadde in disgrazia e Saffo stessa fu descritta ora come corruttrice di giovinette, ora come una divoratrice di uomini.

Ma a Saffo molti Greci (soprattutto Ateniesi) rimproveravano più che altro la libertà di cui godevano le donne di Lesbo. Gli uomini temevano che il suo esempio potesse mettere strane idee in testa alle loro mogli, mentre le donne più conservatrici l’accusavano di aver rotto con la tradizione degli avi. Il tono appassionato dei versi indirizzati alle sue allieve le costò poi, in epoca cristiana, la fama di erotomane. Il teologo Tatiano di Mesopotamia (II secolo) scrisse di lei: “Saffo è una donna dissoluta e pazza d’amore, che canta la sua impudicizia”. E nella enciclopedia bizantina Suda scritta attorno al Mille, si condannavano le relazioni tra la maestra e le sue allieve, giudicate indecenti. Di certo Saffo non cadde mai nell’oblio, come prova la diffusione anche nel linguaggio comune dei termini “amore saffico” e “lesbica” diventati sinonimo di omosessualità femminile. Ma i giudizi su di lei restarono sempre ambigui. Come quello del filosofo greco Aristotele (384-322 a.C.); “Poteva audacemente e con la maestria di un uomo, nonostante fosse solo una donna”.

Nel corso dei secoli, nel tentativo di non snaturare la grandezza poetica di Saffo, con ipotesi scandalose ai loro occhi, non conoscendone la cultura di quei tempi, intesero piuttosto che tale amore fosse solo affetto puro esasperato fino all’iperbole per fini poetici.

La sua opera, pur giunta a frammenti, splende della forza solare e trema del brivido notturno con cui nacque la poesia lirica, la risposta dell’uomo al dissidio tra il proprio mondo interiore e l’inafferrabile pienezza della natura e del cosmo. Come si è detto non si conosce con esattezza la data della sua morte, probabilmente Saffo raggiunge la vecchiaia, almeno in questo senso vengono interpretati alcuni suoi versi in cui fa riferimento ad un certo decadimento fisico.

Ma il suo lirismo, le sue odi, continuano a vivere nella mente di chi è venuto dopo di lei, ispirando le generazioni future.

 

BIBLIOGRAFIA:

Giuliana Lanata, Il linguaggio amoroso di Saffo.

“Lirici greci”, ed. Mondadori, traduzione di Salvatore Quasimodo

“Il salto di Saffo”, Erica Jong Bompiani 2005

 

Immagine: John William Godward: nel giorno di Saffo (1904)

 

 

 

 

 

 

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