L’amore nei poeti è linfa vitale, per la natura, per la donna, per il cosmo, per lui è fame divorante…

Dino nacque il 20 agosto 1885 a Marradi, un fazzoletto di terra in provincia di Firenze, al confine con la Romagna, un tempo si sarebbe detto, sta sulla linea Gotica. Appennino tosco emiliano, zone dove durante la seconda guerra mondiale, tedeschi e americani sono rimasti in scacco per mesi. Dino Campana era un poeta. Un poeta matto, per dirla subito, così non mettere in gioco equivoci. Suo padre era maestro elementare, la madre, molto cattolica, avrà sempre un rapporto molto difficile con il figlio. Che Campana fosse “el matt” del paese lo capiscono subito tutti sin da quando aveva 15 anni, ma questo non gli avrebbe impedito di studiare, prendere la maturità e iscriversi all’università. Poi era inquieto: partiva e tornava, fuggiva verso viaggi misteriosi in Argentina, di cui si sa poco, e testimoniati dai suoi versi. E c’è persino il dubbio che non fosse neanche così matto, così si pensa, almeno fino a un certo momento.

«Il mattino arride sulle cime dei monti. In alto sulle cuspidi di un triangolo desolato si illumina il castello, più alto e più lontano. Venere passa in barroccio accoccolata per la strada conventuale».

La prosa di Campana è pura poesia, pura e dissonante come bronzo di campana, come il vuoto della notte, buco nero che risucchia il suo spirito così bisognoso di essere riconosciuto, come affetto, come persona, come poeta. L’amore nei poeti è linfa vitale, per la natura, per la donna, per il cosmo, per lui è fame divorante… L’amore lo conobbe tardi, poco, impreparato e con l’anima in disordine. Sibilla Aleramo era più grande. Non si chiamava né Sibilla e neppure Aleramo. Di nome faceva Rina Faccio, era nata nel 1876, ad Alessandria. Ed era una donna fatale, bella e famosa da quando aveva pubblicato un romanzo che in parte raccontava la sua storia: Una donna. Manifesto per decenni del femminismo italiano, perché narrava della violenza subita a 15 anni, del matrimonio riparatore e della presa di coscienza e del coraggio di lasciar poi quell’uomo violento e prepotente. Sibilla Aleramo lo amò per il suo talento, per la verità che le ispirava, incapace, alla fine, di contenere tanto dolore.

Vi amai nella città dove per sole

Strade si posa il passo illanguidito

Dove una pace tenera che piove

A sera il cuore non sazio e non pentito

Volge a un’ambigua primavera in viole

Lontane sopra il cielo impallidito.

Quando Campana la incontra lei ha quarant’anni. Lui quasi dieci di meno. Lui ha già attraversato momenti difficili, e ricoveri per crisi ossessive. Alti e bassi insomma. I suoi Canti Orfici pubblicati a Marradi hanno avuto tiepide e buone critiche, ma la sua vita è su un crinale balordo. Il diritto di persona gli fu negato ben presto dall’incomprensione familiare, dall’educazione repressiva del collegio, da un vizio di poeta che non si adatta alle regole del mondo, che travolge ciò che incontra, come la piena di un fiume. Tutto questo lo portò, ribelle e disperato, a fughe, ritorni, viaggi, illusioni, chimere, prostitute, visioni deliranti, ricoveri nei manicomi.

Acqua di mare amaro

Che esali nella notte:

Verso le eterne rotte

Il mio destino prepara

Mare che batti come un cuore stanco

Violentato dalla voglia atroce

Di un Essere insaziato che si strugge…

Come poeta fu riconosciuto dopo l’internamento definitivo in manicomio, dopo la morte. Il testo dei Canti Orfici, affidato a Papini e Soffici, fu smarrito ed egli lo ricostruì con la fatica e la furia di un gigante che non riesce a ricomporre la propria immagine. Dalla sua follia di poeta emergono visioni notturne, di un giorno che precipita rapidamente nella malinconia della sera, nel tremore notturno, nel buio dello spirito.

 

Pensare nel languore

Catastrofi lontane

Mentre colle sue antenne

E le sue luci un grande

Cimitero il tuo porto

Ne la città voluttuosa

Scuotevasi il mare profondo

Caldo ambiguo il silenzio sullo sfondo

Le navi inermi drizzavansi in balzi

Terrifici al cielo

Allucinate di aurora

Elettrica inumana, risplendente

A la poppa ne l’occhio incandescente

È il 3 agosto 1916, ed è mattino presto quando si incontrano la prima volta. Dalla corriera che si arrampica sino al paesino scende un personaggio che nessuno fino ad allora aveva mai visto. Una donna in bianco con un grande cappello: va dritta verso Dino Campana che la aspetta appoggiato a un muretto. Lei concede a Dino una passione che lui non pensava di poter mettere nei sensi, ma al massimo nella letteratura, nell’amore per i versi e per i poeti. Dino non resiste affatto, tanto per capirci. Sibilla lo seduce nel senso etimologico del termine. Lo porta su una nuova strada: «Sei mai stato amato, Dino? Tremavi…», e via dicendo. Il luogo lontano da ogni civiltà, e soprattutto da ogni civiltà letteraria, quella frequentata assai vantaggiosamente da Sibilla, e che faceva infuriare e frustrava Dino, che non si sentiva compreso, e riteneva di essere snobbato, avevano fatto il resto.

Poco tempo prima lei gli aveva scritto, dopo la lettura dei Canti Orfici: «Chiudo il tuo libro, le mie trecce sciolgo».

Eccola la seduzione. I Canti Orfici erano e sono indubbiamente un capolavoro, oggi lo sappiamo bene. Sulle trecce dell’Aleramo si potrebbe discutere, ma l’effetto per Campana è di quelli che non si dimenticano. Lei arriva fino a lì perché sedotta da lui. Lui che aveva condotto un’esistenza priva di sentimenti amorosi fino a quel momento si atteggia un po’ a uomo fatale che non si lascerà coinvolgere. E invece tra i due nasce una passione furibonda. E il termine furibondo non è solo un eufemismo.

Va detto con chiarezza, forse Dino sarebbe impazzito ugualmente del tutto. Soffriva di una malattia venerea, la sifilide, che porta nella sua evoluzione peggiore alla malattia mentale.

Lui è un barbaro poeta, soffre di ossessioni, di cattivi pensieri, non dorme la notte, ha la percezione del suo talento, ma anche addosso la tristezza e la pacata gentilezza di chi trova ogni tanto uno spiraglio nella sua mente che gli consente di capire con più profondità di altri. Lei è lei, sempre al centro delle cose, sempre una nota fuori posto sopra l’ultimo rigo del pentagramma: quando scriveva, quando parlava, quando amava, quando viaggiava. Un’eroina romantica delle lettere con un talento per il cattivo gusto, ma anche con un talento e un coraggio per il vivere con intensità.

Genova fa comprendere meglio l’intensità di Campana, la pienezza, la simbiosi affettiva che Dino prova nei confronti di un mondo che non riesce a separare da sé e che gli è ostile. Il Poeta e Genova sono stretti in un abbraccio, mai città fu cantata in quel modo così intimo da sembrare osceno.

Lontane passan le navi

Nere perfide silenziose

Ma la tua bocca insaziabile

Le chiama in ruggito violento […]

Furore della terra

Che chiami sui mari infiniti

Le antiche potenze a raccolta

Lampo fumido come un sogno […]

Come il mar ti sorride

Ringiovanito, come la terra, e fresca […]

La purezza deriva a Campana da un’infantile, mancata mediazione con la realtà che lo circonda.

…Furore della terra

Che chiami sui mari infiniti

Le antiche potenze a raccolta

Lampo fumido come un sogno

Vivo e terribile sulla rovina…

…Il porto che si addome, il porto, il porto

Il porto nell’odor tenue svanito

Di catrame vegliato dalle lune

Elettriche, sul mare appena vivo…

…Irraggia lo splendore orientale

Genova… In verso il mare che addensa

Le navi inesausto…

Si stabiliscono a Settignano, da un’amica svedese che rimane sgomenta dalle liti e impaurita che tutto possa degenerare. «Saremo un gemito solo», scrive Sibilla, ma i gemiti di passione si mescolano alle urla, al dolore, alle botte, alla testa di Dino che sembra scoppiargli, alle sue notti insonni dove vaga senza un centro con ossessioni che non sa controllare.

Il solo suo strumento è la parola, incompresa, rigettata, nascosta che rimane incontaminata proprio perché non usata, non sfruttata. Perla di un’ostrica che il fato ha voluto isolare, rinchiudere. La poesia non tollera reclusioni, il canto è liberazione dagli affanni, è desiderio, è sogno, ricordanza, avvenire che fluisce e allora la parola costretta al silenzio di Dino Campana, si sprigiona e s’innalza come urlo, come lama, come luna elettrica, come pura energia poetica.

O poesia poesia poesia

Sorgi, sorgi, sorgi

Su, dalla febbre elettrica del selciato notturno

Sfrénati dalle classiche silhouettes equivoche

Guizza nello scatto e nell’urlo improvviso…

 

Qui accade qualcosa di sottile e terribile, come se l’amore, la passione, avesse generato il disastro aggravando una follia presente ma non così devastante. È come se Sibilla, consapevole di quanto stesse accadendo fosse stata capace di incoraggiare la malattia mentale, come un dolore da portarsi dentro, una colpa finalmente, la colpa di sua madre, la madre di Sibilla appunto, che aveva tentato il suicidio quando lei era bambina. La follia attrae le menti che hanno conosciuto e subìto la follia, e le lega assieme. Dino chiede aiuto a Sibilla, comprende di essere in pericolo. Sibilla lo porta da uno psichiatra. La pazzia di Dino viene dall’infezione venerea e lo psichiatra spiega a Sibilla che non c’è niente da fare, che lui dovrà curarsi a lungo; la prega di andare via, perché non è possibile, perché non c’è scampo, e rischia di ammalarsi anche lei di sifilide.

Le esperienze non riescono a collocarsi, a integrarsi sopra un fondale certo e sicuro, sono vissute separatamente, come lampi di luce, schegge di dolore. I frammenti della poetica sono intessuti, tenuti insieme dal sublime linguaggio, quasi forza primigenia che li contiene, con armonia.

In un momento

Sono sfiorite le rose

I petali caduti

Perché io non potevo dimenticare le rose

Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose

Che brillavano un momento al sole del mattino.

 

Sibilla decide che non lo vedrà più: è il 21 gennaio 1917. Lui va in ospedale per curarsi, lei non dovrebbe più farsi viva. Sarebbe meglio così. Sarebbe, appunto. Ma tutto questo non accade. Perché dopo un mese di cure lui è più calmo e lei cosa fa? Comincia a mandargli lettere. Appassionate, si intende. Lui le chiede di tornare. Lei risponde di no, ma poi scrive: «ti amo ancora». E non solo, cominciano missive appassionate e d’amor perduto. È un vero e proprio gioco a nascondino. Sibilla gli scrive: non mi troverai mai. Ma gli fa capire dove si trova. Lui parte per andarla a cercare, e lei si sposta da un luogo a un altro, da una città a un’altra. Accentuando la disperazione di Dino, e probabilmente la sua follia. Perché lo fa? Per lo scrittore Sebastiano Vassalli perché è sadica e crudele. Per i simpatizzanti di Sibilla per eccesso di passione. Per chi leggesse con attenzione il carteggio di Sibilla con Dino perché lei vive l’amore profondo e intenso come distruzione totale. Lo cerca e fugge, dice di amarlo e lo schiva. Forse se Dino fosse stato meno pazzo sarebbe stata la sua vera storia d’amore. Ma se fosse stato meno pazzo Dino e Sibilla non si sarebbero non amati (e dico proprio non amati) in quel modo.

Il finale di questa storia lo sanno tutti. Sibilla a un certo punto smise davvero di cercarlo, ma smise che Dino non era più in grado, completamente, di vivere e persino di scrivere. Fu internato in manicomio un anno dopo, nel 1918. Non uscì mai più, fino alla morte, nel 1932. Il suo tempo scandito dalle sedute di elettroshock. Di lui rimangono i meravigliosi Canti Orfici e i colloqui con il suo psichiatra, Carlo Pariani. Sibilla ha vissuto fino al 1960, diventando l’icona della passione, del movimento femminista, cambiando amanti, spesso giovanissimi fino agli ultimi giorni. Una donna ha venduto centinaia di migliaia di copie. Non sappiamo se sia mai tornata alla chiesa di San Salvatore a Badia a Settimo dove sono conservate le ossa di Dino. E neppure che amore fosse il loro. Lei scrisse che lui si meritava il castigo: «Per le rose che furono calpestate presso l’orlo della mia veste. Io ch’ero la vita». Lui ormai la vita l’aveva rinchiusa dentro le mura del manicomio. In una lettera a un amico, due anni prima di morire, scrisse: «Tutto va per il meglio, nel peggiore dei mondi possibili». Chissà quante volte ripensò ancora alla sua Sibilla.

 

BIBLIOGRAFIA

“Canti orfici e altre poesie”

Dino Campana  Curatore: N. Bonifazi Editore: Garzanti Libri Collana: I grandi libri  Anno edizione: 2007 Pagine: XXXIII-177 p. , Brossura

 

 

 

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