«Tutto in lui era vecchio tranne gli occhi che avevano lo stesso colore del mare ed erano allegri e indomiti».
(Il vecchio e il mare)

Di Ernest Hemingway si è scritto tanto e di più. Non solo delle sue opere, anche di tutte le biografie che ne sono scaturite. L’ultima è quella di Mary V. Dearborn che di mestiere fa la biografa (ha raccontato la vita di Henry Miller, di Norman Mailer, di Peggy Guggenheim) l’ultima sua fatica, la più difficile, quella di stilare le 740 pagine della prima biografia scritta da una donna su Ernest Hemingway.
In copertina ha la canotta bianca, il corpo massiccio, la fronte ampia, è seduto su un divano di lusso e punta il fucile contro il fotografo.
Hemingway, scrittore e uomo, dove spesso i due piani si confondono permeandosi a vicenda. Abbandoniamo l’immagine classica dello scrittore che, chino su un foglio di carta bianca, è intento a ticchettare per ore sui tasti di una macchina da scrivere, e che deve gran parte delle sue fortune letterarie a Ezra Pound, conosciuto a Parigi, nel 1922 che lo riteneva un maestro, e gli insegnò a scrivere, e a Maxwell Perkins, editor dal fiuto d’oro, che montava i suoi testi nel modo editorialmente più opportuno.
Un ballista nato, dice la Dearborn. Ernest vantava imprese militari mai compiute. Fu arruolato come autista d’ambulanza e ci vedeva male. Sappiamo come va a finire la storia. Ernest Hemingway, questo Ercole della letteratura occidentale, che a due anni, così bercia la leggenda, quando gli chiedono di cosa ha paura risponde «di niente», rivolgerà il fucile verso di sé, ben piantato nella gola.
Nella biografia della Dearborn viene fuori il ritratto di un titano sconfitto, un uomo ossessionato dalla virilità: «voleva a tutti i costi sapere quanto ce l’aveva lungo Scott Fitzgerald», dice «per nascondere la propria sotterranea omosessualità», – sbandierata, per altro, da quella lesbica di Gertrude Stein -. Chiamato «Pig», maiale, da Martha Gellhorn, la sua terza moglie, perché chi lo incontrava, negli anni Quaranta, poteva ammirarlo «grosso, sporco, con il solito paio di luridi calzoni bianchi e camicia bianca».
Il succo della biografia, più che la militare precisione cronologica con cui viene ricostruita l’esistenza quotidiana di Hemingway, è proprio qui: Ernest ha costantemente raccontato la morte. Basta leggere le venti pagine e poco più di Le nevi del Kilimangiaro.
Tutto nella vita degli Hemingway sa di morte. Americano, nato in un sobborgo di Chicago nel 1899. Il padre, Clarence Edmonds Hemingway, per tutti “Ed”, medico di professione. Aveva svezzato Ernest all’arte della pesca, all’amore per la natura. Nel 1928 “Ed” si spara in testa, quando già Ernest era un noto scrittore di successo dopo aver pubblicato, due anni prima, il suo primo romanzo: The Sun Also Rises (Fiesta). Si suicidarono per overdose di barbiturici due delle sorelle, Ura e Marcelline, si sparò il fratello minore Leicester, e quanto a Ernest, lo scrittore, la fine è nota. Eppure, niente come in quelle esistenze, sa di vita, racconta di un combattimento per la vita e con la vita intorno a un io ipertrofico che le accomuna e le annulla, si illude di trionfare e invece crolla. Nel 1929 consegna il manoscritto di Addio alle armi, alla Charles Scribner’s Sons intasca 16mila dollari, salda i debiti del padre e foraggia con un assegno mensile la madre.
«A me la vita piace molto» aveva scritto Ernest quando era ancora giovane e già famoso: «Perciò sarà veramente uno schifo quando dovrò spararmi».
Ossessionato dalla morte, l’unica costante che dagli anni Trenta sino in pratica alla scomparsa lo accompagnò, fra matrimoni falliti, amicizie spezzate, incidenti aerei e stradali, depressioni e successi. Diceva muscolari e infantili bugie, ha speso enormi somme di denaro, ha sofferto una lunga serie di dolori fisici: una ferita tremenda dietro l’orecchio destro, una spalla lussata, l’intestino devastato, due vertebre schiacciate, il fegato e i reni danneggiati, l’udito alterato, l’occhio destro quasi cieco. Perdeva sangue dalle urine e aveva lo sfintere paralizzato, questo sul finire degli anni Cinquanta. È stato egoista e afflitto da manie di grandezza, cambiava umore all’improvviso, selvaggiamente, si è innamorato di donne sbagliate. Naomi Wood storica inglese nel romanzo Quando amavamo Hemingway (BookMe – De Agostini), fa un ritratto di Hadley, Fife, Martha, Mary, le quattro mogli dello scrittore e ne racconta le loro storie.
La prima moglie è Hadley, più vecchia di Ernest di qualche anno. Vive con lui a Parigi, dispongono di pochi soldi, abitano in un piccolo appartamento sempre freddo e umido, ma hanno facoltosi e noti amici da cui passare le vacanze estive insieme al loro bambino Bumby. Una di questi è Pauline Pfeiffer, ricca newyorkese amante dichiarata di Hemingway e amica di Hadley. La fotografia è quella di Juan- Le-Pins, una rinomata stazione balneare della Costa Azzurra. I suoi abitanti si chiamano Juanais. il sole, il mare e tre costumi appesi ad asciugare. L’idea di invitare Fife (soprannome di Pfeiffer,) è stata di Hadley, consapevole della relazione tra lei e suo marito, spera che in qualche modo lui si stanchi della situazione e decida di rimanere con la sua famiglia. Quando però si rende conto che non può essere così, lo lascia libero e gli concede il divorzio permettendogli di sposare l’androgina, giovane ed elegante Fife. Il loro matrimonio si rivela molto diverso dal precedente, lei è differente da Hadley: così razionale e materna la prima, così mondana la seconda, tanto da essere accusata dallo stesso Hemingway, nel suo Festa mobile (romanzo incompiuto pubblicato postumo nel 1964), di aver cancellato quell’innocenza propria della sua prima unione. Ma, come già successo con Hadley, Fife scopre la relazione di Ernest con un’altra donna, Martha Gellhorn, giornalista considerata tra le più importanti corrispondenti di guerra del ventesimo secolo, che ha iniziato a frequentarlo in Spagna, durante la guerra civile. Accade sempre allo stesso modo, come un copione già scritto: Martha si stabilisce per qualche tempo dai due coniugi, da lì il divorzio e, nel 1940, una nuova unione  (anche se la Gellhorn si dichiarava refrattaria al matrimonio). Come regalo di nozze per l’amata, Hemingway compra Finca Vigia, la casa cubana dove trascorrono il loro tempo insieme, tra il sole dell’Avana e la grande barca, che gli permette di andare a pesca, sua grande passione, si chiamava Pilar, come la figlia che avrebbe voluto avere. Due motori, 16 nodi di velocità massima, 38 piedi, sei posti letto in pozzetto, altri due nella cabina di pilotaggio, 7.495 dollari il prezzo finale dopo una serie di accorgimenti richiesti dal compratore.
Ma, quando nel 1944 si trova a Londra come inviato del Collier, Ernest conosce Mary Welsh, la sua quarta ed ultima moglie. Dalle pagine della Wood, dunque, intravediamo un uomo che amava il gentil sesso, che credeva nel matrimonio nonostante non facesse mistero delle sue relazioni extraconiugali, perché necessitava delle sue mogli come porti sicuri.
Hemingway, dunque, non sopportava due cose: la vecchiaia che lo dilaniava e il talento, che se ne era andato un paio di romanzi prima. Questo Ercole della letteratura, che ha modificato il nostro modo di pensare e di capirla e di vivere la vita, ha cambiato il modo in cui affrontiamo la morte, ha cambiato il nostro linguaggio, ha cambiato il modo in cui guardiamo da Parigi, alla Spagna, all’Africa, agli Stati Uniti, a Cuba.
Non è sufficiente l’invito in carta nobile di JFK alla cerimonia di insediamento presidenziale, nel gennaio del 1961, per salvare Ernest dalla cupezza, dal desiderio di morte.
Siamo a Ketchum Hemingway piange spesso, è depresso, subisce ripetuti ricoveri, gli fanno l’elettroshock. Tenta di uccidersi. Welsh nasconde i fucili di Ernest in cantina.
Lo scrittore trova la chiave, scende in cantina, piglia un fucile. Pum!
È il 2 luglio 1961, quando, svegliata da quel colpo, Mary trova il corpo del marito senza vita e accanto a lui un fucile.
Tutto come da copione.

Riferimenti bibliografici:

Ernest Hemingway: A Biography Hardcover 

by Mary V. Dearborn (Author)

Deckle Edge, May 16, 2017

Quando amavamo Hemingway
Naomi Wood (Author)
Traduttore: I. Vaj
Editore: Bookme
Anno edizione: 2016
Pagine: 319 p., Rilegato

Album Hemingway
di Eileen Romano – Ed Mondadori, ne “I Meridiani” 1988

Hemingway
di Fernanda Pivano – EdMondadori, 1985

Prefazione a Addio alle armi
di Fernanda Pivano – Ed Oscar Mondadori 1987
(New York 1927)

Le principali opere di Ernest Hemingway

Fiesta (New York 1923)
Il sole sorge ancora (New York 1926)
Uomini senza donne (New York 1927)
Addio alle armi (New York 1929)
Morte nel pomeriggio (New York 1932)
Verdi colline d’Africa (New York 1937)
Avere e non avere (New York 1937)
I quarantanove racconti (New York 1938)
Per chi suona la campana (New York 1940)
Il vecchio e il mare (New York 1952)

 

 

 

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