Senza trama e senza dialoghi, senza volgarità e senza violenza, che spazio può avere oggi il cinema gentile di Jacques Tati? Uno dei geni più schivi e sottovalutati del cinema francese.

Non fu un regista prolifico, Jacques Tatischeff alias Tati, figlio di un corniciaio di origine russa, nato nel 1914 e morto 1982 a 68 anni. Sei film in trent’anni, all’insegna di un’orgogliosa indipendenza che alla fine diventò megalomania autolesionista.
Tati veniva dal music-hall, dove aveva incantato anche Colette con le sue pantomime ispirate agli sport («al tempo stesso è la palla, il giocatore e la racchetta, il pugile e l’avversario, il ciclista e la bicicletta»). Dopo una serie di cortometraggi, nel 1947 diresse il suo primo film, «Giorno di festa», interpretando un postino rovinosamente affascinato dalla modernità americana. I distributori gli chiusero le porte in faccia, Tati vagò per due anni, e alla fine noleggiò di tasca sua una sala di Neuilly. Il pubblico e la critica gli diedero ragione: ma Tati non si lasciò influenzare dal successo, rifiutò i progetti che gli proponevano i produttori (sequel delle avventure del postino, a fianco di de Funès o addirittura di Totò), e nel 1953 portò alla perfezione la sua comicità poetica in «Le vacanze di Monsieur Hulot».
L’uomo senza qualità (ma con la pipa)
Il film segnò la nascita di un alter ego indimenticabile: un candido uomo senza qualità, munito di pipa, ombrello e improbabile cappello; un antieroe né apocalittico né integrato, ma capace di mettere in crisi il mondo dei borghesi, degli adulti, degli intellettuali: tant’è che nel cinema di Tati le parole sono farfugliate e incomprensibili, mentre sono i rumori a essere espressivi.
Con «Mio zio», nel 1958, Tati-Hulot sposta l’obiettivo sul mondo contemporaneo disumanizzato: sfiora la Plama d’oro a Cannes, e vince l’Oscar come migliore film straniero. A questo punto Tati si mette a pensare alla grande: per il suo nuovo film, «Playtime», fa costruire un’intera città, sfonda i costi e le durate tradizionali. Il risultato, uscito nel 1967, piace poco ai critici e incassa ancora meno. Per Tati è la rovina finanziaria e l’inizio di un declino artistico; in seguito firmerà solo due film minori, «Trafic» (1971) e «Parade» (1974).
Un risarcimento postumo?
La rivalutazione di «Playtime» è stata la scommessa in cui si getta la critica francese più prestigiosa. Quasi un risarcimento postumo a un autore cui comunque basterebbero i primi tre film per entrare nella Storia. Di Tati, intanto, si è detto di tutto: compreso che il suo elogio della campagna e della periferia nasconderebbe uno spirito reazionario. Si sono individuati antenati (gli ammirati Keaton e Lloyd) ed eredi (Ioseliani, il Peter Sellers di «Hollywood Party»). Ma è solo immergendosi nel ritmo svagato dei suoi film che si può cominciare a vedere il mondo alla Tati: con curiosità vigile ma senza fretta, con un occhio attento al dettaglio e al paradosso. Nelle inquadrature di Tati a volte sembra non succedere niente, ma spesso avvengono due o tre cose contemporaneamente. E in sottofondo si respira la nostalgia struggente per un’infanzia perduta, per un mondo mai esistito.

  Ma della storia scritta da Tati negli anni ’50 mai messa in scena, proposta molti anni dopo la sua morte dalla figlia di Tati, Sophie Tatischeff al regista Sylvain Chomet che lo aveva già omaggiato con Appuntamento a Belleville, dove erano mostrati i manifesti dei suoi film. L’Illusionista, il titolo del film, risulterà una pellicola fatta con amore.
Il film è la storia di un illusionista, un mago di quelli “con il coniglio che esce dal cappello”, che vede come la sua arte un po’ alla volta perda attenzione, in un’epoca in cui il nuovo – in questo caso il rock’n’roll – che ha un altro ritmo, un’altra velocità e che porta con sé un altro mondo, arriva e ne prende il posto sulle scene. I personaggi sono quelli di Chomet, goffi e tristi, con corpi asimmetrici e strane anomalie. Rappresentanti, anche loro, della crisi che travolge l’Illusionista: trapezisti, ventriloqui e, ovviamente, un clown depresso e alcolizzato. Retorica? Sicuramente, ma la retorica è anche grande atto di omaggio. 
Il trailer del film L’illusionista. https://www.youtube.com/watch?v=4yMOtZ3z5Uo

 

 

FILMOGRAFIA.

 

   «Giorno di festa» (1949). Tati è un postino di provincia che influenzato dal mito dell’efficienza americana cerca di intensificare la distribuzione della posta. Con effetti tragicomici.

   «Le vacanze di Monsieur Hulot» (1953). La gentilezza del solitario signor Hulot in vacanza sulla costa atlantica, provoca scompigli tra i turisti. Geniale e imprendibile il suo servizio a tennis.

   «Mio zio» (1958). Il mondo del vecchio zio Hulot si scontra violentemente con quello ipertecnologico della casa borghese in cui vive il piccolo Gérard. Una satira surreale della modernità. Premiato con l’Oscar.

   «Playtime» (1967). Monsieur Hulot cerca disperatamente un impiegato in un ufficio labirintico. Il film più «marziano» di Tati, forse il più poetico.

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