Da consumato funambolo quale è, sale in equilibrio sul filo dei ricordi, che mostra di saper maneggiare con piglio sicuro e imprevedibile maestria. In questo bel libro l’attore si racconta in modo sorprendente, sincero, accattivante, pieno di avventure, bravate, proverbiali bevute, scherzi, acrobazie, amori folli, risse, amicizie. Sulla quarta di copertina del volume che Donzelli ha appena pubblicato, la foto in bianco e nero del ventisettenne Belmondo, di profilo in controluce, mani in tasca e cappello, sullo sfondo le torri di Notre Dame, a sinistra la mitica Due Cavalli della Citroen, raccontano in modo sintetico cosa rappresentò la Nouvelle Vague per il cinema mondiale.

Brutto e negato. Mai avrebbe potuto fare l’attore e men che meno stringere tra le braccia una donna. Invece Jean-Paul Belmondo, 84 anni e 80 film nella sua lunga carriera trascorsa a baciare B.B, abbracciare C.C., far l’amore con Jean Seberg e flirtare con Romy Schneider, nonostante – e forse proprio per il naso da pugile e i labbroni prensili da negro bianco, di sfizi se n’è cavati molti.
Sua madre lo pregava di comportarsi bene: «Per favore, Jean-Paul, smettila di fare il cretino» e il giovane Belmondo, con un talento «naturale per la felicità» ad accontentarla proprio non riusciva: «Sono sempre stato un buffone». Un ragazzino che detestava studiare «mi schierai rapidamente dalla parte degli asini». Non disdegnava di far notte abbracciato al Pernod e diceva sempre ciò che pensava.
È lui a svelare il mistero del suo successo. Ottimismo, entusiasmo, fiducia in se stesso, spiega Belmondo, gli sono arrivati dalla famiglia. Un padre scultore (di origini italiane), che infligge alla famiglia ogni domenica, le visite al Louvre, ma lui è attratto dall’odore dei corpi nudi delle modelle di papà, decorato con la Legion d’onore da De Gaulle in persona. Una madre pittrice dal forte temperamento, cui resterà attaccatissimo. L’esuberanza fisica, la passione per la boxe, l’attitudine a fare il pagliaccio, la smania di recitare. Poi l’adolescenza, il saggio al Conservatorio d’arte drammatica, le prime prove teatrali; e finalmente l’esordio cinematografico, nel 1956. Sarà l’incontro con Jean-Luc Godard a segnare la grande svolta. Sul set di Fino all’ultimo respiro (1960) si consumerà, come per incanto, l’esplosione di uno dei talenti più straordinari della storia del cinema.

 

 

Nato nel 1933 a Neuilly-sur-Seine, Jean-Paul Belmondo ha vissuto un’infanzia spensierata e allegra. La stessa che ha saputo comunicare al pubblico dal grande schermo è davvero tutta sua. Ed è lui stesso a considerarsi fortunato per tanto calore. Con quel naso schiacciato, l’andatura scomposta, il cognome da latin lover preso dalla famiglia paterna piemontese, Jean-Paul Belmondo ha sempre fatto impazzire colleghi dello spettacolo e pubblico più di quanto fosse ragionevole.
«L’italiano», dice in un intervista «è la lingua che ha accompagnato i miei incontri con i più grandi registi, con le donne più belle, le auto veloci, che sono state la mia passione».
Belmondo è amato, forse ancor più dopo il malore di qualche anno fa.Un ischemia celebrare lo ha allontanato da cinema e teatro fino al 2008.

Per un attore francese agli inizi l’Italia era una specie di terra promessa, Cinecittà come Hollywood «Mi piaceva tutto dell’Italia mi chiamavano il bruto e io ne andavo molto fiero perché pensavo volessero dire che avevo un bel fisico. Poi ho capito che dicevano il brutto, ma non me la sono presa». Contrariamente a quanto dicevano, il naso schiacciato non era frutto della box a lungo praticata, ma delle botte tra i banchi di scuola. I compagni lo prendevano in giro chiamandolo rital (allusione alla “r” sonora degli italiani), spaghetti o macaroni, e lui rispondeva a ceffoni. E a quelle risse, deve in parte, il suo successo.

«Nel 1960 il cinema mi ha messo sotto i riflettori e da lì non mi sono più mosso. Era quello che volevo: essere tante persone, indossare mille costumi, interpretare una miriade di ruoli, scandagliare l’animo umano. Ma prima di ogni altra cosa volevo divertirmi e divertire il pubblico, recitare, giocare».
Jean-Paul Belmondo è stato protagonista delle cronache per amori veri, o immaginati dai rotocalchi, come si diceva una volta, con donne più belle del mondo incontrate sul set: Ursula Andress, Laura Antonelli (per davvero) e Gina Lollobrigida, Claudia Cardinale, Sophia Loren, e in Francia, tra le dive della nouvelle vague Jean Seberg e Anna Karina. Belmondo ha sempre cercato di non parlare troppo della sua vita personale. Lo fa adesso perché, dice:
«Tanti hanno scritto dei libri su di me, e ho pensato che sarebbe stato un peccato se proprio io, che ne so più degli altri, non lo avessi fatto. Mi è venuta la voglia di ricordare le mille vite che ho vissuto. Non sono mai stato portato per la tragedia. Ci sono stati drammi e la scomparsa di persone care, ma la vita mi è sempre sembrata leggera, piena di luce».
Se a scuola era un pessimo studente, ai primi provini da attore il commento più ripetuto era: «negato», oppure «esordiente dai tratti ingrati», «faccia buffa», o ancora il capolavoro del professore del Conservatorio, Pierre Dux, che gli disse: «Lei non terrà mai una donna tra le braccia in un film o a teatro».
Si è mai offeso per queste opinioni?, gli hanno chiesto.
«Nessuno è mai riuscito a offendermi per davvero», ha risposto «la prendevo sul ridere, tanto ero sicuro che li avrei smentiti e sarei riuscito a fare quel che volevo nella vita, ovvero l’attore».
La sua vita è stata straordinaria perché l’infanzia è stata unica. Ricorda nella biografia, dove una delle parti più belle sono i ricordi della foresta di Rambouillet, dove i Belmondo si rifugiarono per sfuggire ai nazisti e ai bombardamenti.
«Mia madre Madeleine», ricorda «era una specie di cavaliere senza macchia e senza paura. Una splendida amazzone, così mi appariva quando avevo 7 anni e lei, in tempo di guerra, cadeva e si rialzava di continuo in bicicletta per andare a cercare qualcosa da mangiare». Oggi il ricordo di quella madre portentosa che gli ripeteva «è solo una questione di volontà, se vuoi una cosa l’avrai». Con piglio sicuro e imprevedibile maestria nuovamente ricorda la madre.
«Mia mamma mi ha insegnato che bisogna credere nelle proprie passioni e desideri, infischiarsene di quelli che vogliono tirarti giù, e bisogna avere coraggio. Lei ne aveva molto, perché viveva da sola con due ragazzini, me e mio fratello, in una grande casa sperduta in mezzo alla foresta, e ogni giorno andava a cercare il cibo per noi e per la famiglia di ebrei che nascondevamo in cantina».
Con il coraggio e la fiducia nella vita presa con il latte materno, Jean-Paul Belmondo, raro caso di Gastone simpatico, ha indovinato tutti gli incontri. Quello con Jean Lui Godard, per esempio.
«Un giorno, mi ferma per strada e mi fa una proposta che mi sembra un po’ strana: “Venga nella mia camera d’albergo, faremo qualche ripresa, le darò 50 mila franchi”. Avrebbe girato Una donna è una donna e Pierrot le fou. «Bébel» pensò subito a qualcosa di pecoreccio, ma andò lo stesso in quella camera, dove il regista girava Charlotte et son jules. Una ragazza rubava lo spazzolino a un ragazzo e se lo infilava: tutto lì. «Una regia senza regia. Maschere siamo e maschere restiamo», ricorda Belmondo affascinato da quel modo libero di lavorare, dove l’improvvisazione è tutto. Di lì a poco, la proposta di fare il protagonista di Fino all’ultimo respiro, di cui Jean Cocteau avrebbe detto: «Quel giovanotto è una spanna sopra tutti gli altri».
L’attore è felice: «finalmente posso pisciare in un lavandino, fumare nudo a letto e fare l’amore sotto le lenzuola».
Quattrocentomila franchi di paga, critici entusiasti e promozione a «seduttore con fisico da bullo» ricompensano gli stenti degli inizi.

Del periodo di Cinecittà, Belmondo ricorda i grandi registi con i quali ha lavorato: Mauro Bolognini, Renato Castellani, Alberto Lattuada e soprattutto Vittorio De Sica in La ciociara.

 

 

Anche qui, non è l’approccio meticoloso a impressionare l’attore.
«Mi colpì soprattutto la sicurezza di sé. Ci presentò le sue due famiglie, nel primo weekend una e nel weekend successivo l’altra, ed era capace di addormentarsi nel pieno di una scena madre. Dormiva per un po’, nessuno osava dire nulla, poi si svegliava e diceva “Stop!Perfetto!”».

Degli attori di oggi Belmondo apprezza Jean Dujuardin, che ha vinto l’Oscar come miglior attore per The Artist. «

Hanno detto che vuole imitarmi ma non sono d’accordo, il suo è un omaggio chiaro in particolare nel film OSS117 che riprende il mio L’uomo di Rio». Nel cinema italiano gli piacciono i film di Paolo Sorrentino. La grande bellezza i e Youth».

 

Anche le rivalità che gli sono state attribuite con Alain Delon non sono verità. «con Alain ci hanno voluto mettere in competizione, invece siamo sempre andati d’accordo lui ed io, ci siamo voluti un gran bene». 

Negli ultimi anni è tornato al teatro, il suo primo amore, con successo. Ha ricevuto la Legione d’onore nel 2007, la Palma d’oro alla carriera a Cannes nel 2011 e il Leone d’oro alla carriera a venezia nel 2016.

 

 

Ecco un breve elenco dei suoi film: La ciociara (1960, di V. De Sica, con Sophia Loren), Il bandito delle undici (1965, di J.-L. Godard), La mia droga si chiama Julie (1969, di F. Truffaut, con Catherine Deneuve), Borsalino (1970, di J. Deray, con Alain Delon), I miserabili (1995, di C. Lelouch). Negli ultimi anni è tornato al suo primo amore, il teatro, incontrando i favori del pubblico. Tra i numerosi riconoscimenti, la Legione d’onore (2007), la Palma d’oro alla carriera al Festival di Cannes (2011), il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia (2016).

 

Bibliografia:

Jean-Paul Belmondo «Mille vite, la mia»

  (traduzione di Maria Vidale)  Donzelli, pagine – 246, euro 26

 

 

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