” Aprile è il più crudele dei mesi, genera/Lillà da terra morta, confondendo/Memoria e desiderio, risvegliando/Le radici sopite con la pioggia della primavera.

Thomas T. Eliot da La terra desolata

 

   A conclusione di un processo avviato con l’illuminismo, antroposofia della Dea Ragione, la civiltà europea si è organizzata senza Dio, se non contro di lui. Dio è morto, come proclamò tra angoscia e aspettativa dell’Oltreuomo Friedrich Nietzsche.

La nuova umanità ha dapprima messo sull’altare se stessa, quindi la Merce, il Consumo, succedanei del vero demiurgo, il danaro. Estenuato, sull’orlo di una crisi di nervi, l’ateo post moderno razionale ha poi finito per intronizzare il Nulla. Di qui disperazione, corsa all’effimero, smarrimento, perdita di direzione.

Specchio di questa perdita è l’arte. Spogliata di ogni trascendenza, si è dapprima centrata sull’uomo, per stancarsene presto, come dimostrano le arti figurative. La letteratura, in particolare la poesia, dialogo con il totalmente altro, sguardo gettato al di là dell’orizzonte, ricerca di verità, non è sfuggita alla regola della modernità, contribuendo a disseccare le fonti dello spirito, respingendo ogni possibilità di dialogo con l’Eterno. Tacere l’indicibile, l’incommensurabile, imperativo “logico” prescritto da Wittgenstein, è diventato la regola. 

   Tra i pochi che si sono sottratti al materialismo, condotta obbligata verso l’esito nichilista, fu uno dei giganti della poesia del Novecento, Thomas Stearns Eliot. Nato nel 1888, americano presto approdato in Inghilterra, patria dell’anima e terra degli antenati, ha percorso un itinerario intellettuale opposto a quello della maggior parte degli artisti del secolo.

L’intera sua opera può dirsi cristiana, anche se la conversione ufficiale all’anglo cattolicesimo giunse alla metà degli anni 20, successiva al suo capolavoro poetico, La terra desolata, del 1922, agli Uomini Vuoti (1925) e alla prima prestazione giovanile, il Prufrock, del 1917. 

Profondamente religiosi sono i suoi drammi teatrali, Assassinio nella cattedrale, sulla vita e morte di Thomas Becket, ministro del re inglese Enrico II, e Cocktail Party, ultima importante opera di Eliot (1950). Un altro grande componimento, con esiti artistici inferiori alle opere dianzi citate, furono i Cori della Rocca, scritti nel 1934 su richiesta della chiesa inglese per promuovere la costruzione di nuovi edifici religiosi nelle periferie operaie.  Amico di Ezra Pound fin dal 1915, esponente dell’“imagismo’” che rinnovò le lettere britanniche, considerò il poeta dei Cantos come suo “miglior fabbro”, dal verso dantesco dedicato al poeta provenzale Arnaut Daniel, creatore del linguaggio poetico dei trovatori. A Pound, Eliot dedicò la Terra desolata, poema rimaneggiato nella forma e largamente tagliato dall’amico ed estimatore. 

   Il profondo amore per Dante e il Medioevo italiano è alla base del titolo del poema, The waste land, sempre tradotto come “terra desolata”, ma probabilmente ispirato da un verso dantesco: “in mezzo mar siede un paese guasto (Inf. XIV, verso 94). Guasto come il senso delle disperata accidia che pervade l’opera. Guasto come il mondo intero, privo di significato, in cui al crollo dei valori tradizionali non segue la nascita di nuovi principi. Un mondo di morti viventi, che il poeta, già interiormente cristiano, coglie nel momento dell’esodo, dell’attesa indistinta di un secondo avvento. Significativo dello squallore che diventa guasto è il legame tra la Terra desolata e il poema premonitore del genio eliotiano, il Canto d’amore di J. Alfred Prufrock, in cui l’io narrante è il poeta ventottenne che parla di sé come di un vecchio senza speranze, disilluso, in bilico tra autoironia e disperazione, sino a prorompere nel verso “No, non sono il principe Amleto”.

Il mondo guasto è lo stesso sperimentato nella giovinezza spesa in un’atmosfera di religiosità falsamente puritana, mascherata nell’esteriorità degli atti, soddisfatta del successo mondano, di cui era espressione il fratello maggiore. In radicale contrasto con quell’ambiente, alla ricerca di valori permanenti, il giovane Eliot sembrò trovarli nell’opera di un filosofo inglese del tempo, Francis H. Bradley, avversario dell’utilitarismo, dell’edonismo e del formalismo kantiano, convinto dell’insussistenza di valori individuali fuori dalla comunità. 

   Dalla fine degli anni 10, Eliot scrisse diverse recensioni di teologia e di indagine religiosa per il periodico International Journal of Ethics, a comprova di come la ricerca spirituale fosse presente nell’animo suo ben prima della conversione. Simbolo di questa fase di passaggio dal vuoto di un mondo guasto alla lenta consapevolezza salvifica della verità cristiana è il personaggio di Sweeney, figura tragica e insieme grigia, immagine dell’uomo comune, mediocre, con la sua miseria morale, l’assenza di principi. Sweeney vive squallide avventure, il suo stesso nome richiama il maiale (swine, suino), la sua esperienza si risolve in un nefasto, meccanico senso della vita: “nascita, e copula, e morte”. 

Il momento di svolta avviene con la composizione del Gerontion, in cui il tema della rinascita, dell’uscita dal mondo guasto si definisce nell’attesa della pioggia, l’acqua che salva, purifica, rigenera: “Eccomi qui, vecchio in un mese arido/mentre un ragazzo mi legge, aspettando la pioggia.”

È la medesima attesa di un’intera civiltà che pervade e conclude la Terra desolata, preludio di una poetica che, dopo la conversione, si sarebbe trasformata progressivamente in meditazione religiosa. Esplicita diverrà la condanna per la fredda, materialistica intellettualità del deismo in cui crebbe, in favore di una religiosità fondata sull’incarnazione, la rivelazione e il riconoscimento della limitatezza dell’essere umano. Negli anni 30 Eliot accettò due commissioni dal vescovo di Chichester, che portarono ai Cori della Rocca, una sorta di sacra rappresentazione medievale dagli esiti poetici diseguali, e alla pièce teatrale Assassinio nella cattedrale. La vicenda di Thomas Becket, martire del Medioevo, arcivescovo ucciso da sicari reali nella sua chiesa di Canterbury fu concepita come una tragedia greca in era cristiana, con le donne in funzione di coro e l’immagine del Purgatorio dantesco. 

   Tutta la cultura di Eliot fu volta a mettere in relazione, legare, presentare idee e immagini nitide, pure, delineate, secondo la prassi letteraria dell’imagismo che egli chiamò “correlativo oggettivo”. La sua ricerca letteraria, morale, filosofica, spirituale avanzò negli anni sino a un verso rivelatore di East Coker, uno dei Quattro Quartetti, l’ultima opera capitale del poeta: “I vecchi dovrebbero essere esploratori”. 

Viene alla memoria un verso leopardiano della Quiete dopo la tempesta: “e chiaro nella valle il fiume appare.” Il cammino di Eliot ci sembra simile: nel Prufrock ogni cosa è indistinta, banale la condizione del protagonista, drammatico il grigiore morale della vita di un’umanità divenuta certa dell’inesistenza di altri universi, insostenibile la ripetitività dei gesti, delle azioni, la noia inevitabile dell’annegamento dentro la realtà, espresse anche nell’iterazione delle frasi. “Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte. / Ho conosciuto tutte le sere, le mattine, i pomeriggi/ Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;// E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti. / E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte.” La contemporaneità, sembra dirci Eliot, si risolve in noia, guasto, desolazione. Non appare, dopo la tempesta, il fiume sereno della fede nutrito di speranza.

Parla in Prufrock l’uomo contemporaneo, animale ammaestrato che corre nella gabbia, costretto a esperienze sempre nuove, forzato a alzare continuamente l’asticella, prigioniero di una corsa per sfuggire il fantasma del Nulla. Uomini alla deriva come detriti, la superbia che ammutolisce di fronte al nichilismo. Nella Volontà di potenza (che ormai sfuma nel suo contrario) Nietzsche così definisce il nichilismo, già analizzato nel personaggio di Bazarov da Ivan Turgenev in Padri e figli: “significa che i valori supremi si svalutano. Manca lo scopo. Manca la risposta al perché. Il nichilismo radicale è la convinzione di un’assoluta insostenibilità dell’esistenza.” Il XX secolo, e con più accanimento il primo tratto del XXI tacciono sui perché, li evitano accanitamente, si accontentano di scoprire le leggi fisiche della natura per utilizzarle a scopo di dominio. 

   Non vi è chi non veda l’aridità di un mondo siffatto, ricacciato talvolta nella superstizione come antidoto alla perdita dei valori. Nella Terra desolata tale è il ruolo di Madame Sosotris, la chiromante raffreddata ed imbrogliona, chiamata “la donna più saggia d’Europa”. La metafora della Terra desolata ricalca e chiarisce la precedente lirica Gerontion, il tema dell’attesa di pioggia, la rigenerazione, l’avvento, insieme con la necessità di attraversare il presente per ricercare la salvezza nel Tempo. 

Desolazione è innanzitutto sterilità. Il poeta ricorre alla leggenda del Graal(1), alla figura del Re Pescatore, reso impotente da una mutilazione o dalla malattia. La maledizione sarà scacciata solo all’arrivo di un cavaliere che chiederà il senso dei vari simboli che gli vengono mostrati. C’è un passaggio dalla sterilità fisica a quella spirituale che Eliot non sa ancora risolvere, ma diventa preludio della rigenerazione a seguito della (ri)scoperta del senso cristiano della vita, raggiunta nelle opere successive. Nella Terra Desolata centrale è la figura di Tiresia, l’indovino cieco, la concitazione di un incontro che si dispiegherà nell’aspettativa finale di rigenerazione, anticipata nell’allegoria della “morte per acqua”, cui è affidata la funzione di evidenziare la forza del pentimento (l’acqua che lava la colpa) indiscutibilmente cristiana.  Solo aspettativa, tuttavia, giacché la Terra desolata ha un finale sospeso, la speranza non è ancora approdata alla certezza: “Riuscirò alla fine a porre ordine nelle mie terre?”. 

fine prima parte…

(1) Il termine Graal venne introdotto per la prima volta nella letteratura medioevale fra il 1181 ed il 1190 per merito del romanziere Chrétien de Troyes, autore dell’opera Perceval ou le Conte du Graal. Diversi autori ritengono però che il mito del Graal sia ancora antecedente a questo periodo, ma da un punto di vista cronologico è la prima volta che se ne parla in un’opera letteraria.

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