“Uno scrittore deve avere la precisione di un poeta e l’immaginazione di uno scienziato”

 Vladimir Nabokov

«Io non penso in nessuna lingua; penso per immagini». Così parla, ai microfoni della Bbc, Vladimir Nabokov e non potrebbe tracciare miglior identikit al servizio della sua arte: è il 1962.

E sì, perché Vladimir Nabokov alle immagini pensava davvero. Immagini alate, anche. Difatti se si va al Museo di scienze naturali di Milano si incontra una vecchia bacheca con una collezione di farfalle blu, accanto a un nome inaspettato: Vladimir Nabokov. Lui: l’autore di Lolita, dalla scrittura abbagliante, «Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta. Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita». Questo è ciò che scrive dapprincipio il professor Humbert Humbert nelle sue memorie in cui confessa al suo avvocato di fiducia Clarence Choate Clark, tutta la storia d’amore per Lolita e che ne fa come una quasi degustazione di questo nome: lo scrive, lo riscrive e ne descrive proprio il passaggio che la lingua deve percorrere sul palato per pronunciare queste tre sillabe, prima di morire in carcere per trombosi coronarica, il 16 novembre 1952, qualche giorno prima della data stabilita per il processo.

Vladimir Nabokov è stato uno degli scrittori del Novecento, dalla vita eccentrica ed avventurosa quanto basta per raccogliere scandalo e successi non solo postumi. Nato nella Pietroburgo di fine Ottocento (1899), in una via di marmi elegante a due passi dal Palazzo d’Inverno, rampollo di una famiglia aristocratica, fuggì dalla Russia in seguito alla Rivoluzione, e dopo un passaggio europeo, nel 1940 sbarca negli Stati Uniti. Nabokov è già uno scrittore, un professore universitario millantato seduttore, un critico e un entomologo, un appassionato di scacchi, ma la fama arriverà solo con Lolita. Sarebbe difficile, per chi non ne è stato testimone, immaginare oggi la violenza dello scandalo internazionale, per oltraggiata pruderie, che “Lolita” provocò al suo apparire nel 1955. Il romanzo, scritto inizialmente in inglese, venne tradotto in russo ben dieci anni dopo. Fu la moglie Vera a volere fortemente che Lolita fosse pubblicato, controbattendo le stesse ritrosie del marito. Dal 1953 cominciò a presentare il manoscritto, respinto e bollato come pornografico. Fu accettato alla fine da un editore parigino ma la vera fama arrivò con la recensione di Graham Greene sul Sunday Times. Vi è una regola, a dir poco sciocca, secondo cui ciò che fa chiasso è inevitabilmente sprovvisto di una durevole qualità letteraria, tanta era allora l’ignoranza dell’opera di Nabokov che solo pochi capirono quel che oggi è un un’evidenza dinanzi agli occhi di tutti. “Lolita” è non solo un meraviglioso romanzo, ma uno dei grandi testi della passione che attraversano la nostra storia, dalla leggenda di Tristano e Isotta alla Certosa di Parma, ad Anna Karenina. Ma chi è Lolita? Questa «ninfetta» (geniale invenzione linguistica di Nabokov, poi degradata nell’uso triviale, quasi per vendetta contro la sua bellezza) è la più abbagliante apparizione moderna della Ninfa, uno di quegli esseri quasi immortali che furono i primi ad attirare il desiderio degli Olimpi verso la terra e a invadere la loro mente con la possessione erotica. Perché chiunque sia «catturato dalle Ninfe», – ricordiamoci di Eco e Narciso – secondo i Greci, è travolto da una sottile forma di delirio, lo stesso che coglie l’indimenticabile professor Humbert Humbert per la piccola, intensamente americana Lolita. Americana, Lolita: questi due nomi sono di fatto i protagonisti del romanzo, scrutati senza tregua dall’occhio inappagabile di Humbert Humbert e di Nabokov. Realtà geografica e personaggi sono arrivati a sovrapporsi con prodigiosa precisione, al punto che si può dire: l’America è Lolita, Lolita è l’America. E tutto questo, come solo avviene nei più grandi romanzi, non è mai dichiarato: lo scopriamo passo per passo, si potrebbe dire miglio per miglio, lungo un nastro senza fine di strade americane punteggiate di motel. “Lolita” apparve per la prima volta in inglese nel 1955 e solo dodici anni più tardi nella versione russa dello stesso Nabokov che ha una disciplina tutta particolare nello scrivere. Scriveva i suoi romanzi a matita su schede di cartoncino, in modo da poter tenere insieme i diversi capitoli, rielaborandone ciascuno a piacere, riservandosi di trovare collocazione a ciascuna parte solo dopo aver capito bene l’equilibrio e i rapporti fra tutte. I suoi libri non venivano scritti dal principio alla fine, ma si gonfiavano nelle varie parti a poco a poco. Per rendere conto di questo processo, il volume è uscito ovunque in un formato particolare: ogni pagina riporta in alto la fotocopia della scheda e in basso il testo dattiloscritto. «Non procedo in maniera consequenziale, non scrivo un capitolo dopo l’altro dall’inizio alla fine. Mi limito a riempire i vuoti del quadro». In fondo, è lo stesso obiettivo della pellicola diretta da Stanley Kubrick, meglio ancora, della sua campagna promozionale. Lì si trasforma la frase più taciuta, o bisbigliata, dai contemporanei («Come è stato mai possibile realizzarlo?») nello slogan-cappello di una minuziosa strategia degna delle migliori pubblicità multi soggetto, cosa che emerge con chiarezza sfogliando il pressbook inviato a tutte le sale cinematografiche. Il kit di lancio prevede spot radiofonici, trailer, dischi a 45 giri, strilli-stampa da selezionare e collocare con assolutissima cura perché, si legge tra le righe, la stampa locale è decisiva per «raggiungere gli obiettivi». Istruzioni prontamente declinate anche in Italia, ma con varianti rivelatrici: «Tra le signore che interverranno allo spettacolo delle ore 22», recita il flano di una prima, «saranno offerti omaggi di Celui di Jean Dessès, volumi Lolita editi da Arnoldo Mondadori e dischi Lolita Ja-Ja di Sue Lyon». I cadeau e il profumo dello stilista francese (il guru dello chiffon, quello della pubblicità «Se lei ama la griffe Jean Dessès, lei ha scelto due volte») nonché l’orario prescelto (le 22 dei gran gala) posizionano il “prodotto-Lolita” in fascia alta.

In un articolo sul supplemento letterario del «New York Times» si legge «nei circoli accademici Nabokov è sempre più menzionato in compagnia di nomi come Proust and Joyce». Eppure Vladimir Nabokov, la fama la cercava altrove. Una sua poesia, dal titolo Scoprire una farfalla, inizia così: «L’ho trovata e le ho dato il nome, perché conosco / la tassonomia latina: così sono diventato / il padrino di un insetto e il primo / ad averlo descritto; non voglio altra fama che questa». Le farfalle erano la sua passione. Lolita è stato scritto durante uno dei viaggi nell’Ovest americano che Nabokov ripeteva ogni anno per raccogliere farfalle.

Nel regno sereno dove stanno le anime dei grandi scrittori, penso che Vladimir Nabokov sorrida un paio di anni fa, un articolo su una delle riviste scientifiche più autorevoli, ha annunciato che la sua più audace teoria scientifica è stata confermata. Il suo nome resta per sempre nella scienza: lui ha compreso per primo la diffusione dell’Icaro azzurro (Polyommatus Icarus), la deliziosa farfalla blu che si può vedere al Museo di Milano. È «padrino di un insetto», la fama che cercava.

Vladimir Nabokov si è spento a Montreaux (Svizzera) il 2 luglio 1977 a causa di una polmonite

Aveva 78 anni.

BIBLIOGRAFIA

Lolita Vladimir Nabokov Traduzione di Giulia Arborio Mella Adelphi 1996, 26ª ediz., pp. 395

 

 

 

 

 

 

 

  • Aforisticamente La saggezza

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