” Mickey Spillane compie 100 anni dalla nascita. Pseudonimo di Frank Michael Morrison Spillane, nasce a New York, 9 marzo 1918. Il suo personaggio più conosciuto, protagonista di molte avventure seriali, è stato l’investigatore privato Mike Hammer, caratterizzato da un’indole maschilista e violenta. Mike Hammer ha tre passioni: le donne, il whisky, la Colt. Con lui il romanzo poliziesco abbandona il mondo della logica per entrare di forza in quello della “caccia”. Mike Hammer non riflette, spara.

   Le donne, il whisky, la Colt: le passioni di Mike Hammer, investigatore privato, sono tutte qui. Ma sono sufficienti per rendergli la vita indiscutibilmente intensa. E per farne uno dei personaggi di maggior successo della narrativa poliziesca internazionale. Creato nel 1947 da Mickey Spillane e apparso per la prima volta nel romanzo I the Jury (Ti ucciderò nella traduzione italiana edita da Garzanti), Mike Hammer è l’esito estremo e, per certi versi, parossistico a cui perviene la scuola dei duri del poliziesco americano. Poco a che vedere, beninteso, con Sam Spade o con Philip Marlowe. Come loro, certo. Mike Hammer si muove sullo sfondo di un’America urbana corrotta, in cui la violenza non è una scelta ma una necessità. A differenza di loro, tuttavia, Mike Hammer non possiede né malinconie esistenziali né più o meno struggenti nostalgie. 

Le buone maniere e i buoni sentimenti gli sono del tutto estranei. Così come i dubbi etici o le perplessità morali. MIKE Hammer non riflette, agisce. Lo fa con rabbia, con odio, con furore. Con una determinazione talmente ossessiva da risultare a tratti perfino sospetta. Ma anche un candore ed una sincerità in qualche modo stupefacenti. Con lui, e con le sue mirabolanti avventure, la detection poliziesca abbandona definitivamente il mondo dell’etica, della logica o dell’enigmistica per entrare a forza in quello della prassi. O, se preferite, in quello della caccia. Lo stesso Spillane, del resto, è lucidamente consapevole del carattere tutto pragmatico del suo personaggio, e lo considera anzi uno dei tratti salienti della sua americanità: «Voi europei», ha dichiarato lo scrittore in un intervista degli anni Settanta, «pensate troppo. Avete bisogno di Simenon, di psicologia, di deduzioni. Noi americani siamo diversi, siamo più impulsivi: bam, bam, ed ecco fatto».

Il personaggio Hammer nasce da qui: da una rilettura “impulsiva” dell’american dream elevato a sistema. I suoi modi spicci, il suo fastidio per le mezze misure, i suoi toni bruschi e per lo più privi di fair play sono la concretizzazione estrema del pragmatismo e dell’individualismo dell’America degli anni Cinquanta. Nello stesso tempo sono l’ultima dichiarazione di fedeltà per un’America che sta scomparendo sotto i colpi devastanti della modernità e che viene difesa ancora una volta a forza di pugni nello stomaco e di ciniche revolverate.

Solitario, rude e diffidente, perennemente innamorato della segretaria Velda, sempre in lotta contro tutti e sempre  sul filo del rasoio, con la fidata Colt sotto l’ascella e con il whisky a portata di mano, Mike Hammer non indaga, odia. Ed è disposto a tutto pur di placare le sue viscerali ansie di vendetta.

 

Le avventure che lo vedono protagonista si basano su intrecci narrativi molto semplici: qualcuno viene ucciso e il detective si dà da fare per vendicarlo. Nessun mistero su cui indagare. Nessun enigma da decifrare. Piuttosto, molta rabbia e molta azione. A ritmo vorticoso, con tagli duri e violenti. Perfino troppo. Ma nei romanzi di Spillane non c’è posto per le sfumature. Piuttosto c’è un enfatizzazione continua dell’attivismo aggressivo dei personaggi. I quali irrompono nel galateo tutto sommato asettico e pulitino della narrativa – anche poliziesca – degli anni Cinquanta con la forza di un uppercut rivolto al conformismo delle buone maniere e delle convenzioni: il loro linguaggio è uno slang sporco e colorito, che non disdegna le parolacce e le espressioni gergali. Le loro azioni non sono di quelle che si raccomanderebbero con orgoglio ai nipotini. E le loro imprese, è indiscutibile, si presentano spesso in maniera enfatica, iperbolica, ridondante. Ma soltanto chi pretende il realismo a ogni costo può sentirsi infastidito da tutto ciò.

I personaggi di Spillane, a cominciare da Mike Hammer, non hanno nulla di realistico. Né vogliono averlo. Piuttosto, sono la traduzione romanzesca dei personaggi dei fumetti. O dei superuomini del feuilleton ottocentesco. Per esistere devono essere esagerati. Il vitalismo è il segreto del loro successo. E la molla che li mette in azione è sempre di tipo reattivo.

Prendete per esempio Mike Hammer: raramente prende l’iniziativa. Non aggredisce, reagisce. E lo fa con tutto l’individualismo moralistico di cui è capace. Quando vede un bambino reso orfano sotto i suoi occhi, una brava ragazza massacrata, un caro amico barbaramente ucciso, è preso da un’indignazione che lo spinge immediatamente a cercare nella violenza la sua indispensabile revanche. Proprio come, per l’appunto, i vendicatori di torti nel romanzo popolare del secolo scorso. Quando invece ha di fronte a sé una bella ragazza, una di quelle che hanno «più curve di una strada di montagna» e che indossano solo abiti attillatissimi o provocanti négligé in colori pastello, Mike Hammer reagisce («Dopotutto, sono un uomo anch’io») dedicandosi ad Eros  con la stessa devozione totalizzante con cui, nel resto del suo tempo, si dedica a Thanatos.

Ruvido miscuglio di sesso e violenza , Mike Hammer nasconde un fondo di genuino candore: in The Big Kill (Il colpo gobbo, 1953) preferisce occuparsi personalmente di un neonato piuttosto che consegnarlo nelle mani impersonali delle istituzioni pubbliche. Analogamente in My Gun is Quick (Una ragazza e una pistola, 1956) resta sconvolto dall’eventualità che una giovanissima donna possa essere sepolta senza nome, vittima di un uomo senza volto. La scrittura che narra le sue azioni, certo, è spesso sovreccitata. I suoi gesti sono furibondi. Le sue azioni pullulano di impulsi improvvisi o di astratti furori. Eppure, nonostante le accuse di rozzezza e di atrocità, la ricetta di Spillane funziona: e i suoi libri hanno continuano a figurare, anche a distanza di anni, tra i meglio piazzati nella classifica dei best-seller.

   Nato e cresciuto in un turbolento quartiere di Brooklyn esattamente cento anni fa, il 9 marzo 1918, ex-scrittore di fumetti, acrobata di circo e giocatore di football americano, Spillane non ha mai fatto mistero di considerare la scrittura soprattutto un mestiere, o un’attività redditizia: «Non scrivo per divertirmi. Il posto dove preferisco vedere il mio nome è un assegno e non un libro. Se non ho bisogno di quattrini è inutile che scriva: ecco perché a volte lascio trascorrere anni senza scrivere una riga. Io sono uno scrittore, non un autore. E uno scrittore è come un fabbricante, un uomo d’affari. Io scrivo una pagina in pochi minuti e termino un libro in due settimane. Scrivo quel che si vede, ed è tutto». 

Questa assoluta sincerità, questa trasparenza così poco snobistica e così cinicamente consapevole del funzionamento del mercato delle lettere nella complessità della società contemporanea, è probabilmente una delle doti migliori di Spillane. La si ritrova, non a caso, nei suoi personaggi: non soltanto nei più celebre Mike Hammer, ma anche nelle figure “minori” venute dopo di lui, da Tiger Mann a Dog. Tutti leali fino al cinismo. Tutti sperduti e disorientati in una società massificata che obbliga l’individuo a fare salti mortali per sopravvivere. Tutti capaci di affrontare un mondo ostile senza paura, puntando al sodo. Un po’ rodomonteschi, forse, nel loro esibito e ostinato coraggio, nella lor smania di sostituirsi alla legge e di farsi giustizia da sé. Ma anche ingenui cavalieri erranti, alle prese con la vertigine di un mondo che cambia obbligati ad attrezzarsi in fretta alle dinamiche del cambiamento. Dalle loro avventura, certo, traspare una nostalgia  e un bisogno di ordine che ha suscitato, soprattutto in Europa, non poche perplessità. Ma una cosa è l’ideologia esplicita di cui sono portatori i personaggi, altra cosa è invece l’impatto emotivo trasmesso dai libri in cui questi personaggi compaiono. 

Di fatto, nonostante i reiterati appelli all’ordine, i romanzi di Spillane finiscono per lasciare nel lettore soprattutto l’immagine straziante e straziata di un mondo percorso da un disordine incontenibile. Più che un elogio dell’ordine, sono un amara ma lucida fenomenologia della crudeltà.

Lo stesso Mike Hammer, con il suo bondismo antelitteram e il suo smargiasso protagonismo, non riesce né a ordinare né a redimere il mondo in cui egli è dato di vivere. Il fatto che l’universo romanzesco di Spillane è strutturato come un circolo vizioso. La vendetta e la punizione del private eye non sono che uno scarico di violenza in tutto e per tutto analoga a quella che ha generato il delitto iniziale. Nonostante l’apparente manicheismo, insomma, Bene e Male si riflettono l’uno nell’altro come in un gioco di specchi, o come in un cerchio senza via d’uscita. Lungi dal consolare il lettore, Spillane lo sottopone a processi di continua delusione. E lo apparenta, da questo punto di vista, al destino dello stesso Hammer, sempre privato dei suoi sogni e costretto a desiderare di fuggire altrove. Neanche le donne lo salvano, o lo consolano. Spesso, anzi, lo tradiscono, o lo deludono. 

   Il più classico e ricorrente tra i finali di Spillane, non a caso, è quello che vede Mike Hammer solo di fronte a una donna. Quasi sempre bella, desiderabile, magari anche nuda. Ma assassina. Hammer, il piu1 delle volte, è costretto a ucciderla. A eliminare quello che era stato un suo oggetto di desiderio. Così finiscono, ad esempio, romanzi come Ti ucciderò,  La vendetta è mia, Il colpo gobbo, Bacio mortale. In casi come questi, la vendetta del detective non ripara nulla. Né rende il mondo più profumato o amabile. All’inizio dell’avventura successiva, Mike Hammer (o il suo alter ego di turno) si ritrova immerso negli stessi errori .

«Era una di quelle notti in cui il cielo si fa basso e sembra avvolgere il mondo in un ampio mantello grigio»: così comincia, ad esempio, Il colpo gobbo. Non è un bel mondo quello su cui si aprono i romanzi di Spillane. E non è molto differente dal mondo su cui gli stessi romanzi chiudono. Come dire, insomma, che il detective piu1 furente della narrativa poliziesca è anche il piu1 impotente a cambiare il mondo in cui glie è dato agire. Le sue avventure trasmettono al lettore soprattutto il senso di un affannarsi a vuoto: tanto che dietro il ghigno di Hammer sembra di scorgere a tratti, e sconsolatamente, l’eterno riaffiorare della maschera di Sisifo. 

   Non potevano di certo mancare le trasposizione cinematografiche dei libri di Mickey Spillane. Così ne furono tratte due serie televisive, una nel 1953 di 79 episodi interpretato dall’attore Darren McGavin  e una seconda nel 1982 di 48 episodi interpretato dall’attore Stacy Keach.

 

 

 

 

 

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