Sotto una pioggia battente due giovani donne Gianna e Clara, viaggiano nei dintorni del lago di Como in una 1100 nera con il serbatoio quasi a secco. Manca poco all’alba del 28 aprile 1945. Un destino comune unisce la bella ventiduenne che ha ancora sul corpo i segni delle torture dei nazifascisti e la bruna amante di Mussolini. Per entrambe èstata pronunciata una sentenza di morte.

   È il romanzo che si può leggere nel nuovo libro di Mirella Serri “Un amore partigiano – Storia di Gianna e Neri, eroi scomodi della Resistenza” (Longanesi, pagg. 218) vi è al contempo un intrigante storia di due donne Claretta e Gianna, la prima la donna del Duce l’altra partigiana che, con il compagno Neri contribuirono alla cattura di Mussolini e della Petacci. Il contorno è la lotta intestina che animò in quel periodo le lotte partigiane.

Luigi Canali, meglio conosciuto come “Capitano Neri”, intellettuale, attivo militante comunista e antifascista, capo carismatico della Resistenza comasca dove ebbe un ruolo attivo, come testimone, nell’arresto e nell’esecuzione di Mussolini. È il 7 maggio 1945 quando la sua figura sparisce nel nulla. È da quel fatto che Giuseppina Tuissi, detta “Gianna” inizia a domandare ai suoi compagni che fine abbia fatto il “Capitano Neri”. Gianna militante antifascista ebbe un ruolo di primo piano negli avvenimenti di Dongo durante l’arresto e la fucilazione di Benito Mussolini. Alta, slanciata, occhi azzurri, capelli neri che in quel periodo erano tinti di biondo, molto graziosa, dai partigiani chiamata anche la piccola Gianna per via della giovane età. Nata il 23 giugno 1923 ad Abbiategrasso dove fece l’operaia alla Borletti e poi impiegata all’ospedale di Baggio. Il padre Umberto era fabbro, il fratello Cesare e il fidanzato Gianni Alippi detto “Galippo”, erano attivi militanti antifascisti ed operavano nella resistenza. Il fidanzato venne sorpreso il 30 agosto 1944 mentre stava preparando un attentato contro la Muti, arrestato, torturato per tutta la giornata ed infine fucilato la sera stessa insieme a tre compagnia ridosso del muro di via Tibaldi a Milano.

   È il 23 giugno 1945 quando venne gettata da una scogliera al Pizzo di Cernobbio, la compagna di vita di Luigi Canali. Aveva solo ventidue anni.

Insieme avevano lottato per un ideale, condiviso gli orrori della carcerazione e della tortura, insieme avevano contabilizzato l’oro di Dongo sottratto al Duce. L’oro, i soldi nutrimento da sempre della corruzione e dell’ingordigia e dell’illegalità dell’uomo. Essi si accorsero, infatti, che il partito per il quale avevano sacrificato se stessi, era un universo fatto di violenza dove regnava la legge del terrore. Fu per questo che furono assassinati. Luigi Canali per aver rotto la legge dell’obbedienza assoluta, lei vittima per aver cercato la verità sulla sua scomparsa. Entrambi, dopo essere stati condannati a morte da un tribunale partigiano rosso, incriminati con l’accusa di essere traditori. Mirella Serri nel suo romanzo, solleva il coperchio su questa pagina del comunismo italiano a lungo rimossa. La tragica avventura di “Gianna”e “Neri”non è soltanto un episodio della Resistenza ma anche di di quella che per anni cercò di mantenere l’idea del mito. Italo Calvino ricordò che nei gruppi partigiani c’era di tutto: ladri, gentiluomini e assassini. Poi ci furono le violenze che “Gianna” e “Neri” subirono, in carcere, da parte dei nazifascisti. Nel libro della Serri, la figura dipinta dagli storici, anche di sinistra, come Franzelli, hanno dipinto Claretta come un tipo di donna interamente dedita al proprio uomo. Ma la vera personalità emerge dalle lettere che scrisse a Mussolini del periodo di Salò. Il Duce stesso riconosce che è la persona più odiata dagli italiani, più di lui stesso. Ed era la verità. Detestata tanto dai fascisti quanto dagli antifascisti. Claretta più antisemita e filonazista dello stesso Duce, sembra avere in pugno Benito. Gli chiede di lasciare la moglie, Donna Rachele, e lui negli ultimi tempi sembra essere disponibile a tale soluzione. Agli storici è sempre piaciuta la figura di Claretta, donna devota che si sacrifica per amore del suo Ben, come amava chiamarlo in privato. Gianna invece, come scrive la Serri, si sacrifica veramente per amore. Viene imprigionata dai partigiani garibaldini che, dopo la scomparsa di “Neri”, le impediscono di andare in cerca del suo uomo. Una volta liberata, lei cocciuta, insiste nella sua determinazione ed è perciò che viene uccisa proprio nel giorno del suo ventiduesimo compleanno. La madre di Canali incontrò Togliatti, e in seguito anche sua moglie Rita Montagnana. Togliatti promise che avrebbe reso giustizia, ma non fece nulla. Come sia potuto accadere che i presunti mandanti ed esecutori siano passati, nei libri di storia, come eroici protagonisti della lotta armata; è la propaganda che da subito si mise in moto per scrivere la storia dalla parte dei vinti.

   Di quella brutta storia vi sono molte vicende oscure, ma una cosa è certa la data del 27 aprile 1945 quando Luigi Canali incontrerà sulla sua strada colui che gli cambierà per sempre il destino: Benito Mussolini. È proprio il “Neri”, dopo che a Dongo venne fermato il Duce, gestisce la custodia del prigioniero. È lui che si oppone fermamente all’omicidio di Mussolini, sostenendo che si doveva formare un tribunale che concedesse al prigioniero il diritto di difendersi in un regolare processo. Infatti cercò di portarlo in salvo prima nella caserma di Germasino, poi a Moltrasio dove sarebbe dovuta giungere un’imbarcazione americana per portare via il Duce. Infine lo portò a Bonzanigo di Mezzegra nella casa di amici, i coniugi De Maria.È il “Neri”, dunque, uno fra quelli che vide cosa accadde veramente quel 28 aprile 1945 a Bonzanigo di Mezzegra, sia a Mussolini che alla Petacci. Con una scusa fu lasciato a Como, assieme a Walter Audisio (il fantomatico colonnello Valerio) che rimase a litigare per ore coi compagni di partito per farsi consegnare un camion (convinto ancora di andare a prendere Mussolini e gli altri gerarchi per condurli in carcere a Milano). Nel frattempo il comandante di tutte le brigate garibaldine, nonché numero due del partito comunista, Luigi Longo, salì in macchina con Michele Moretti (commissario politico comunista della 52^ brigata), Dante Gorreri e Alfredo Mordini il comandante “Riccardo”. Essi si diressero spediti nella casa dei De Maria per eseguire la sentenza di morte. Quando verso le 10, 10 e 30 del mattino Luigi Canali riesce a ritornare nella casa dei De Maria, accompagnato da Aldo Lampredi (rimasto apposta a Como per tenerlo a bada) troverà Mussolini già morto. Circa un’ora più tardi qualcuno farà fuoco anche a Claretta Petacci. Alle 16 e 10 i corpi di Mussolini e della Petacci verranno posizionati davanti al cancello di villa Belmonte a Giulino di Mezzegra, per la sceneggiata da tramandare alla storia, dove qualcuno, forse Moretti, sparerà sui loro cadaveri “in nome del popolo italiano”. Ecco, dopo quel tragico 28 aprile il “Capitano Neri” non si piegherà più alle direttive di partito cercando di far prevalere la sua onestà morale, s’opporrà fermamente all’uso che i comunisti vorranno fare dei documenti sequestrati a Dongo e di tutto l’oro requisito sui camion della colonna fascista.

   A distanza di mezzo secolo, i responsabili di quel terribile duplice omicidio sono ancora sconosciuti. La verità, comunque, fu quella che Luigi Canali detto il “Capitano Neri”era diventato uno scomodo testimone di fatti inenarrabili, ed un serio ostacolo alle ruberie comuniste e al loro strapotere che presto si sarebbe instaurato in Italia.

BIBLIOGRAFIA

   Mirella Serri “Un amore partigiano – Storia di Gianna e Neri, eroi scomodi della Resistenza” (Longanesi)

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