Il mistero delle lettere scomparse riapre il caso Gentile

«Rubate le lettere di Gentile»

A ottantadue anni dall’assassinio del filosofo, il trafugamento del carteggio con Carlo Diano riaccende interrogativi sulla sua morte e sulla memoria culturale del Paese

di Marcello Veneziani

La sparizione di alcune lettere di Giovanni Gentile al suo allievo Carlo Diano — tra cui una decisiva missiva del marzo 1944 in cui il filosofo dichiarava di essere consapevole del rischio mortale ma deciso a restare al proprio posto — riapre interrogativi irrisolti sull’assassinio del 15 aprile 1944 e sul clima culturale che lo accompagnò. Il trafugamento del carteggio, difficilmente spiegabile con motivazioni di studio, sembra piuttosto inserirsi in una più ampia rimozione della figura di Gentile dalla coscienza nazionale. Non solo un delitto politico, ma un possibile “parricidio culturale”: una vicenda che continua a interrogare la storia intellettuale italiana e il rapporto tra memoria, responsabilità e verità. (N.R.)


A ottantadue anni di distanza l’assassinio di Giovanni Gentile il 15 aprile del 1944 continua ad avere risvolti e strascichi sorprendenti. Come il trafugamento delle lettere di Gentile inviate al suo allievo Carlo Diano. Erano una ventina, tra le altre è sparita una missiva scritta un mese prima dell’assassinio, nel marzo del ’44, su carta intestata del Senato, in cui Gentile rispondeva da Firenze a Diano che lo invitava alla prudenza, dicendosi consapevole del rischio, ma diceva di non potersi più tirare indietro. Così la riassume Francesca Diano, figlia di Carlo e curatrice della sua opera e ora custode delle sue carte, che aveva letto a suo tempo la lettera: “io so che vogliono uccidermi ma questo è il mio posto, questo richiede la mia coscienza, io resto qui”. La lettera sparì, insieme ad altre; perché e chi le trafugò? Difficile che siano state sottratte per ragioni di studio e di ricerca, perché non potranno essere utilizzate e citate come fonti, altrimenti si scoprirebbe il furto. Dunque è logico pensare che siano state rubate, magari da ex allievi ingrati, solo per cancellare le tracce, per non riconoscere a Gentile l’eroica e vigile fermezza di andare incontro alla morte consapevolmente; o anche per tenere in vita la comoda tesi-depistaggio di un Gentile ucciso dai fascisti intransigenti. In ogni caso il fatto resta, il trafugamento delle lettere e la cancellazione di un passaggio importante che tocca la nostra cultura e la nostra storia intellettuale e civile in anni decisivi. Perché quello di Gentile, scrivemmo anni fa, non fu solo un assassinio compiuto da un commando di partigiani comunisti, guidato da Bruno Fanciullacci, un assassinio auspicato e poi esaltato dal leader del Partito Comunista, Palmiro Togliatti, ma fu soprattutto un parricidio culturale voluto dall’Intellettuale Collettivo, e in particolare da quegli intellettuali che avevano debiti di gratitudine nei confronti del filosofo e volevano cancellare le tracce di quella riconoscenza o di quella influenza di pensiero. Restano sospese le domande sulla sparizione di quel carteggio avvenuta qualche anno fa e recentemente rilanciata in un’intervista per Rai cultura a cura di Francesco Iannello, da sua figlia Francesca: chi aveva accesso all’archivio, allora custodito dalla moglie di Diano, che non era più lucida? Vi accedevano alcuni allievi di Diano, andati in cattedra. Solo stati loro a trafugare quelle lettere? Si può sbrigare la vicenda come pura mania di collezionismo, desiderio di possesso o c’è dell’altro, trattandosi di lettere del filosofo più controverso del 900 italiano, maestro di tanti discepoli spesso ingrati e smemorati, visto che ancora oggi sono contrastanti le versioni del suo assassinio? C’era forse in quelle lettere, inavvertito da sguardi estranei e superficiali, qualche indizio compromettente circa l’humus e l’identità dei suoi futuri sicari? O c’era “solo” il desiderio obliare un capitolo scabroso e infame della nostra storia culturale e civile? Francesca Diano si augura un ravvedimento, la restituzione anche anonima del carteggio.

A conferma di quel che Gentile diceva in quella lettera, ovvero la sua consapevolezza di essere considerato dai partigiani un obbiettivo da colpire, c’è un episodio raccontato da Jader Jacobelli in Croce Gentile dal sodalizio al dramma (Rizzoli, 1989, p.221, prefazione di Norberto Bobbio). Quando ultimò la sua ultima opera, Genesi e struttura della società, Gentile mostrò il dattiloscritto a un suo vecchio amico e allievo, Mario Manlio Rossi, schierato con gli antifascisti, e gli disse: “I vostri amici, se ora vogliono, possono uccidermi. Il mio lavoro nella vita è finito”. Gentile era dunque consapevole da tempo di essere nel mirino dei partigiani antifascisti, che non facevano mistero della loro avversione al filosofo, dopo l’estate del ’43. Aveva ricevuto minacce in quel senso già prima che si accingesse a scrivere la sua ultima opera, quando era stato preannunciato per il giorno di san Giovanni del ‘43, il suo discorso in Campidoglio, che fu considerato dai combattenti partigiani la sua condanna a morte, per il suo perdurante sostegno al fascismo, pur nella chiave della pacificazione nazionale. Gentile scriverà poi a sua figlia Teresina, come riferiva Primo Siena in un’antologia gentiliana (Gentile, ed. Volpe, 1966, ora nel grande carteggio La famiglia Gentile, edito da Le Lettere nel 2025), che non sarebbe rimasto tappato in casa: “Bisogna marciare come vuole la coscienza. Questo ho predicato tutta la vita. Non posso smentirmi ora che sto per finire”. Impressiona la sua consapevolezza della morte imminente e ciononostante il suo scendere in campo.

Diano ebbe con Gentile un legame di gratitudine e di affetto che perdurò per tutta la vita. Calabrese di nascita, studioso e ordinario di più cattedre all’Università di Bari e a Padova, dove morì nel 1974, Diano era stato protetto da Gentile perché aveva rifiutato di iscriversi al Partito Fascista. Gentile lo aiutò ad andarsene all’estero come lettore di lingua italiana nelle università scandinave. E lo aiutò poi a rientrarvi. Diano aveva un rapporto quasi filiale con Gentile (avendo perso il suo quando aveva solo otto anni) e mantenne questo legame d’affetto anche negli anni burrascosi della guerra. Lo testimoniano le lettere che Diano aveva indirizzato a Gentile nell’arco di vent’anni e che si conservano nell’archivio del filosofo siciliano. Tra l’altro è custodito un distico in greco di Diano dedicato a Gentile, vergato a mano sul verso di un biglietto privo di data, sul cui recto compaiono le parole: “Mi permetta di dedicare a Lei quest’inno che il cuore mi ha dettato quando da lei apprese la parola e la gioia della Vita”. Una testimonianza sul ruolo decisivo che ebbe Gentile sulla sua formazione spirituale. Diano fu un talento rinascimentale eclettico; oltre che filosofo e latinista, antichista e filologo, fu anche compositore, pittore, scultore. Pure la sua biblioteca di 6mila volumi, rimbalzata tra l’Università di Calabria e l’Università di Messina, è misteriosamente sparita; i suoi volumi preziosi furono sostituiti e fu perciò cancellato il riferimento al suo fondo librario.

Diano era convinto che la filosofia attualista di Gentile dovesse trasformarsi in fenomenologia: e lui si applicò allo studio di due categorie fenomenologiche, la forma e l’evento. Gli scritti teorici e letterari di Diano sono stati raccolti in un grande volume di oltre duemila (Opere, pubblicato da Bompiani nel 2022), con i contributi di Massimo Cacciari, che fu suo allievo devoto, e Silvano Tagliagambe. È l’opera di un umanista tra filosofia e letteratura, storia del pensiero e classici latini e greci, più vari inediti, poesie e il suo libro su Leopardi. La curatrice dell’opera monumentale è sua figlia Francesca che si dedica da anni, con passione e cognizione di causa alla riscoperta dell’eredità culturale di suo padre. In un passaggio della sua opera, Carlo Diano parla di Manara Valgimigli e ricorda che l’insigne studioso si era ritirato in una villa che portava il nome di sua figlia Erse, morta ancora giovane nel pieno dei suoi promettenti studi di filosofia e traduzione latina. Diano ha avuto una sorte inversa, che non sempre capita agli studiosi, di avere una figlia che persegue con amorevole ostinazione, a più di mezzo secolo dalla sua morte, la missione di rendere onore a suo padre e far conoscere il suo grande valore di studioso. Non sempre viviamo in una società senza eredi e di figli senza memoria.

La Verità – 14 giugno 2024
La Verità – 10 aprile 2026

 

 

Nota redazionale – Quando la verità diventa una sola

L’assassinio di Giovanni Gentile, avvenuto il 15 aprile 1944, non appartiene soltanto alla storia della guerra civile italiana. Appartiene anche alla storia di un’idea pericolosa: quella secondo cui l’avversario politico non è più un interlocutore, ma un ostacolo da eliminare.

Gentile non era un combattente, non era un gerarca armato, non era un uomo di apparato. Era un filosofo. Fu ucciso proprio per questo: perché rappresentava una legittimazione culturale, una voce autorevole, un punto di riferimento simbolico. La sua eliminazione segnò una soglia: quando si decide che un intellettuale deve morire per ciò che pensa, non si colpisce solo una persona, ma la possibilità stessa del confronto.

La vicenda non può essere ridotta a un episodio della violenza di guerra. Essa rivela qualcosa di più profondo: la tentazione, sempre presente nelle società ideologicamente polarizzate, di trasformare la verità in una proprietà esclusiva. Quando una sola verità pretende di occupare tutto lo spazio pubblico, l’avversario non è più qualcuno da discutere, ma qualcuno da tacitare.

Non serve arrivare alla violenza fisica perché questo meccanismo torni visibile. Anche oggi si avverte spesso una pressione culturale che tende a delegittimare, isolare, marginalizzare chi non si allinea al pensiero dominante. Cambiano gli strumenti, cambiano i linguaggi, ma resta la stessa logica: ridurre la complessità, semplificare il conflitto, trasformare il dissenso in colpa.

Per questo ricordare Gentile non significa riaprire una ferita ideologica del Novecento. Significa interrogarsi su una domanda attuale: una democrazia è ancora tale se non accetta che esistano più verità in dialogo tra loro?

Ogni epoca che pretende di possedere una verità definitiva corre il rischio di ripetere, in forme diverse, lo stesso errore. E ogni volta che l’avversario diventa un nemico morale assoluto, la storia ricomincia a parlare con un linguaggio che credevamo definitivamente consegnato al passato.

R.A.Q.

 

 

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