Italia e Russia, affinità oltre le guerre

«Russia e Italia, sorelle d’anima»

La comune eredità culturale resiste alle fratture politiche e sfida la nuova contrapposizione europea contemporanea.

di Marcello Veneziani

Mentre il confronto politico tra Unione europea e Russia restringe sempre più gli spazi del dialogo, Marcello Veneziani richiama una storia più profonda, fatta di cultura, letteratura e reciproco riconoscimento. Dai grandi scrittori russi, che nell’Italia vedevano una patria spirituale e un approdo dell’anima, emerge il ritratto di due civiltà accomunate da radici greco-romane e cristiane, capaci di parlarsi ben oltre le contingenze geopolitiche. Un invito a riflettere su ciò che l’Europa rischia di perdere quando anche l’arte e la cultura vengono trascinate dentro la logica dello scontro. (N.R.)


Da quando l’Unione europea ha dichiarato guerra alla Russia, immaginando di essere stata aggredita, non sono più permessi spazi di dialogo nemmeno a livello di arte, cultura e sport, ambiti un tempo impermeabili ai conflitti, alle guerre fredde e alle tensioni internazionali, zone franche e luoghi aperti di scambio nonostante le ostilità. Lo confermano i vertici europei, il riarmo, la retorica dei Volenterosi, le polemiche nostrane che vedono allineati governo, Fratelli d’Italia e il Pd sul fronte antirusso; la ridicola “multa” dell’Ue alla Biennale per aver osato tenere in vita quel canale di rispetto e di scambio sul piano artistico, lasciando ai russi il loro padiglione. Ma lasciamo stare le polemiche, ricordiamo piuttosto cosa ci stiamo giocando sul piano culturale e letterario. Noi europei, noi italiani.

I grandi scrittori russi hanno sempre considerato l’Italia una patria sorella. Hanno avvertito l’appartenenza a una comune civiltà, greca, romana e cristiana, seppur lacerata dallo scisma tra Roma e Bisanzio. L’Italia era il luogo ideale in cui venivano a ristorare le loro anime con l’arte e il paesaggio e i loro corpi per via del clima mite e salubre. Erano attratti dal sole e dall’arte, la storia e la cultura ma anche da una percezione di affinità caratteriale e popolare. Persino il cantore del populismo russo, Aleksandr Herzen, attraversando “il meridione estremo d’Italia” si ricordò dei villaggi e dei contadini russi. Un altro Alessandro, prima di lui, Puškin, vedeva l’Italia nel romanzo Evgenij Onegin, come un luogo ideale, “dove il cielo è più azzurro, dove il sole è più caldo” luogo di bellezza, di frutti e di sentimento, ma anche di “dolce vita” e di naturale eleganza.

All’Italia vista dalla letteratura russa come patria dell’anima, dedica un saggio su Rinascita, la storica rivista da poco rinata, Giorgio Starace. È da almeno tre secoli, nota Starace, che l’Italia esercita un fascino potente sugli scrittori russi; in particolare Roma e Firenze, Napoli e Venezia. I russi scoprirono l’Italia molto prima che la letteratura italiana scoprisse la Russia.

Gogol’ scrisse a Roma il celebre racconto Il Cappotto e gran parte del suo poema in prosa Le anime morte. Affascinato da Dante, da Tasso e da Raffaello, era invaghito dell’aria di Roma al punto che sognava di avere un naso gigantesco per respirare di più la sua bellissima aria. Gogol’ era ucraino, ma fa parte della letteratura russa; a conferma che sul piano culturale, come sul piano religioso, linguistico, storico, l’Ucraina è da secoli considerata nell’universo russo, non certo in quello europeo.

Fedor Dostoevskij s’innamorò di Firenze, in quel tempo capitale del neonato Stato italiano e in Italia portò a compimento L’Idiota. A proposito dell’unità d’Italia Dostoevskij notò che l’Italia era sempre stata un faro universale di civiltà, con la gloria di Roma imperiale, del Papato, dell’Arte e della Cultura; vederla ridotta dal processo unitario a un mediocre staterello, “un piccolo regno di second’ordine…un’unità meccanica, non spirituale” era per lui deludente. Lev Tolstoj portò l’Italia nel suo capolavoro Anna Karenina; lo colpì della vita italiana lo splendore dell’ozio, il dolce far niente; e dire che la percezione italiana della Russia, almeno al tempo degli Zar, era più o meno la stessa: una vita oziosa, pigra, soprattutto nelle classi agiate, come quella descritta da Goncarov in Oblomov, il possidente russo che somigliava per la sua indolenza ai nostri proprietari terrieri meridionali; due mondi vicini. A Roma Tolstoj fu colpito, scrive Starace, “più dalla povertà del popolo romano che dalle glorie dell’Impero”. Tolstoj s’inoltrò nella lingua italiana per leggere in lingua originale Dante. Tra Roma e Venezia trascorse giorni memorabili anche Ivan Turgenev e vi è traccia di quel soggiorno in alcuni suoi racconti e in poesie; memorabile è un volo onirico notturno descritto da Turgenev sulle rovine di Roma nel racconto mistico Fantasmi. Restò nei suoi scritti l’immagine di una “nazione poetica”. Anche Cechov, s’innamorò dell’Italia che battezzò “il paese delle meraviglie”, a partire dalla fiabesca Venezia, “un sogno a occhi aperti”. Amò Napoli e Firenze, Genova e Sanremo ma non fu conquistato da Roma. In tempi a noi più vicini, fu memorabile il soggiorno a Capri, in esilio dorato, di Maksim Gorkij, per ben sette anni. Trasformò Capri in un salotto russo, e vi passo pure Lenin, per ben due volte. Amò l’Isola e il nostro sole ma “a me manca la nostra terra”, diceva l’esule russo.

Il più grande pensatore russo, Pavel Florenskij, fu a lungo considerato il “Leonardo da Vinci” russo, per i suoi molteplici interessi scientifici, sperimentali, filosofici e letterari. Mistico, teologo e sacerdote, con una numerosa famiglia, perseguitato dal regime sovietico e ucciso dagli scherani di Stalin nel giorno dell’Immacolata del 1937, Florenskij studiò a lungo Dante e scrisse pagine originali sulla visione dantesca e sulla geometria non euclidea che il sommo poeta aveva intuito figurando l’Aldilà. Affascinata da Dante fu pure la poetessa Marina Cvetaeva che amava l’Italia, la riviera ligure e ci veniva sin dall’infanzia, e Anna Achmatova, affascinata da Roma e da Taormina e Iosif Brodskij, innamorato di Venezia, su cui scrisse un memorabile libretto, Fondamenta degli Incurabili. L’arte e la cultura uniscono la Russia all’Italia, ma oggi si vietano concerti, conferenze e mostre sui russi; che delitto e che castigo…

La Verità – 14 giugno 2024
(Panorama, n.31)

 

 

 

Commento Redazione Inchiostronero

Leggere l’articolo di Marcello Veneziani suscita un sentimento di autentica amarezza. Colpisce la consapevolezza di come un’ideologia sempre più rigida e un servilismo ormai quasi automatico nei confronti di Washington abbiano contribuito a produrre una delle più gravi lacerazioni culturali che l’Europa abbia conosciuto dalla fine della Guerra fredda. Non è soltanto la politica ad aver innalzato nuovi muri. A essere colpiti sono stati quegli spazi che, per loro natura, avrebbero dovuto rimanere immuni dalle contrapposizioni: la letteratura, l’arte, la musica, il teatro, la ricerca, il dialogo fra gli intellettuali. Ambiti nei quali per decenni si era continuato a costruire ponti anche quando i governi si fronteggiavano.

Fa male assistere a tutto questo. Fa male vedere recisi, quasi con disprezzo, quei fili invisibili che avevano legato italiani e russi attraverso un patrimonio comune di ammirazione reciproca. Le pagine di Puškin, Dostoevskij, Tolstoj, Gogol’, Čechov e di tanti altri testimoniano un rapporto profondo con l’Italia, considerata non semplicemente una meta geografica, ma una sorella d’anima, una patria della bellezza, dell’arte e della civiltà. Oggi tutto questo sembra essere improvvisamente sospetto, come se la cultura dovesse obbedire alle stesse logiche dello scontro geopolitico.

La conseguenza più dolorosa, tuttavia, non riguarda il presente. Riguarda il futuro. Perché le guerre finiscono, i governi cambiano, gli equilibri internazionali si modificano; ma le ferite inferte alla memoria collettiva e ai rapporti culturali impiegano molto più tempo a rimarginarsi. Una generazione che cresce nell’idea che un popolo debba essere respinto anche sul piano della cultura finirà inevitabilmente per trasmettere quella diffidenza ai propri figli. E così il danno rischia di protrarsi ben oltre gli eventi che lo hanno generato.

Ricostruire un dialogo politico sarà forse possibile. Ricostruire una fiducia culturale sarà infinitamente più difficile. Quando si spezzano legami che hanno richiesto secoli per formarsi, non bastano pochi anni per ricomporli. Ed è forse questa la perdita più grave: non quella di un’alleanza politica, ma quella di una fraternità spirituale che aveva saputo attraversare rivoluzioni, guerre mondiali e ideologie contrapposte, e che oggi rischia di essere sacrificata sull’altare di una contrapposizione destinata, temo, a lasciare il suo segno anche sulle generazioni future.

R.A.Q.

 

 

 

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