Eleganti, colte e raffinate, l’etère erano le sole donne che, ad Atene, potessero permettersi di svolgere una vita al di fuori delle mura domestiche.

Luciano di Samosata (capoluogo della Commagene di Siria), nato presumibilmente nel 120 d.C. scrittore e retore greco, così le descriveva: “Prima di tutto è curata ed elegante. E’ allegra con tutti, ma non ride fragorosamente… Sorride in maniera ammaliatrice, poi tratta gli uomini con abilità, senza ingannare quelli che le fanno visita o che la portano a casa loro, né si offre senza essere sollecitata. Nei banchetti a cui viene portata fa attenzione a non ubriacarsi… E a non buttarsi sul cibo in modo indecente. Parla solo se necessario, non ride dei commensali, guarda solo colui che l’ha pagata. Per questo la desiderano tutti. Quando è il momento di andare a letto con lei, non si mostra né troppo disponibile, né indifferente, cerca solo di rendersi gradevole al suo amante ti turno e di conquistarlo”.

Di questo genere di donne, nell’antichità ve ne erano, ma non molte. Infatti, c’è da distinguere tra etère (dal greco hetaìra “amiche, compagne”) e prostitute (pornai), meno fortunate delle prime, facevano quel mestiere per potersi procurare il cibo. Spesso di origini umili, catturate dai vincitori dopo le battaglie, i Greci davano per scontato il diritto di imprigionare e schiavizzare il maggior numero di persone catturate nella zona conquistata. Nella Grecia antica la prostituzione era legale e moralmente accettata. Molte erano dunque le donne prigioniere che venivano vendute all’asta, per essere poi messe a lavorare nei bordelli. A seconda dell’età, dell’aspetto, della personalità, ma anche del talento personale (e della fortuna), esse potevano diventare prostitute di diverso tipo. Erano molte coloro che offrivano i propri servigi nelle locande del Pireo, mentre, come si è detto, le più fortunate erano l’etère. Esse ricevevano gli uomini nella propria casa durante il giorno, mentre la sera partecipavano alle riunioni maschili (simposi), dove le mogli e le figlie non erano ammesse. Molti dipinti dei vasi, ci mostrano l’etère nei banchetti nude o succintamente vestite, mentre suonano il flauto o danzano. In questi banchetti si mangiava, si beveva, si dava, insomma, soddisfazione allo spirito e al corpo.

Frine, una delle cortigiane più ambite della Grecia del IV secolo, oramai ricchissima, propose il restauro delle mura di Tebe distrutte da Alessandro Magno i suoi conterranei rifiutarono irritati. Non perché non ne apprezzarono l’offerta, solamente per le condizioni che ella pose, una lapide con la scritta: “Alessandro l’ha distrutta, Frine l’ha fatta risorgere”. Non era possibile per i Tebani offrire ad una cortigiana tanto onore.

Il suo vero nome era Mnesarete cioè: “Colei che fa pensare”, molto ironico. Scappata da Tespie, piccola cittadina in provincia della Beozia, distrutta da una delle solite e innumerevoli faide fra città della Grecia. Di umili origini, sembrerebbe abbia fatto la raccoglitrice di capperi, secondo quanto scrisse Timocle poeta coevo, per sbarcare il lunario. Il suo soprannome: Frine significava “ranocchietta”, era dovuto per la morbidezza della sua pelle, che molti in Atene, sua città d’adozione, apprezzarono. Per i Greci di un certo livello sociale, avere accanto un’etèrea era uno status symbol. Infatti, la prima regola era quella di poterle mantenere. Così uomini politici, poeti, artisti, pagavano per averle accanto nelle occasioni ufficiali. Tali frequentazioni altolocate, permisero a Frine di farsi una cultura. Era questo che le distingueva da una donna di strada (pòrne). Il celebre pittore Apelle, vedendola un giorno uscire nuda dall’acqua la volle come musa per la sua Afrodite Anadiomene (“che sorge dalle acque”). Anche lo scultore Prassitele la prese a modella. Quando Frine gli chiese quale statua era la meglio riuscita, per reclamarla come compenso, rifiutandosi di rivelarla, essa usò l’astuzia. Lo fece chiamare da uno schiavo per avvertirlo che il suo studio stava andando a fuoco. Era una frottola, ma tanto bastò per spaventarlo a morte, tanto da temere per le statue di Cupido e il satiro (che Frine prontamente si fece consegnare). Di amanti pronti a qualunque cosa pur di tirarla fuori dai guai, Frine ne annoverava diversi, tra cui Iperide uno dei più famosi oratori del tempo. 

Fra il 350 e il 340 a.C. un certo Eutrias, si vociferava fosse un ex amante rancoroso, trascinò Frine davanti all’Areopago, il tribunale di Atene, con la grave accusa, punibile con la morte, per essersi bagnata nelle sacre acque di Eleusi e di aver venerato Isodaite, una nuova dea accusandola di empietà. Tale accusa veniva punita con la morte. Era motivata dall’esibizionismo della donna, che non perdeva occasione di posare nuda per le statue dedicate ad Afrodite e far sfoggio della sua ricchezza. Inoltre molte voci la facevano partecipe di culti orgiastici di tipo dionisiaco. Ma la vera ragione erano i suoi clienti, non per ultime le rispettive mogli gelose, che vedevano in quella donna libera e istruita, un’eterna rivale. Durante l’arringa finale, per essere certo di convincere la giuria, Iperide con un vero coup de théatre denudò Frine fino alla cintola, scoprendole il seno, domandò ai presenti esterrefatti: “Può una simile bellezza offendere gli dei?”. Non si sa con certezza se lo stratagemma funzionò, conosciamo invece come la menzionò Timocle, (commediografo greco del IV secolo) in una sua commedia posteriore al 340 a.C. “una brutta vecchia”; ciò dimostra che era sì scampata alla morte, ma non al naturale sfiorire della sua bellezza.

Un’altra concubina, fu la famosa e bella Aspasia di Mileto, una colonia greca dell’Asia Minore (odierna Turchia), compagna e amante del potente Pericle, uno dei padri della democrazia ateniese. Malgrado fosse donna e non ateniese di nascita, riuscì ad inserirsi nella società che contava, grazie alle sue doti di sapienza e di astuzia, come ci racconta Plutarco che scrisse: “Dominava sui più influenti uomini di Stato e ispirava ai filosofi una sincera e grande considerazione”. La sua casa fu il centro della vita letteraria e filosofica dell’Atene del V secolo. Maestra di retorica per uomini e filosofi del tempo. Platone, nel Menesseno, svela anche il rapporto tra Aspasia e Socrate del quale fu maestra e amante, tanto severa, nel redarguirlo quando si rivelava lento nell’apprendere. Sembra che esercitò una notevole autorità e influenza sulle decisioni politiche di Pericle, una di queste, fu quella di approvare una spedizione, nel 441 a.C., contro la città di Samo rivale di Mileto. La morale comune non considerava scandaloso avere una concubina, purché non la si trattasse come una vera moglie. Invece Pericle fece di Aspasia al tempo stesso una moglie e un’etèra, e la portava con sé in tutte le circostanze, sia pubbliche sia private. Dalla loro unione nacque un figlio, che Pericle iscrisse nei registri civici andando contro la legge da lui stesso voluta, in base alla quale un bambino poteva essere riconosciuto come “cittadino” soltanto se lo erano entrambi i genitori. Come tutti gli Ateniesi troppo potenti, Pericle aveva molti nemici. E i nemici di Pericle erano anche nemici di Aspasia. In una società ateniese dove le donne e le mogli erano relegate nel gineceo, una donna come Aspasia così influente e libera, generò sconcerto. Facevano notizia anche alcuni particolari apparentemente banali, per esempio il fatto che Pericle, uscendo o rientrando in casa, fosse solito baciare la sua donna con trasporto: evidentemente il gesto non doveva essere consueto. Così fu tacciata pubblicamente di empietà e lenocinio, pareva  procurasse altre femmine per il proprio amante o per altri suoi amici. Accuse che la misero a rischio dell’esilio o della pena capitale cui lo stesso Pericle riuscì a sottrarla.

Non si pensi che tutte l’etére cedettero alle blandizie del potere. Una certa Rodope “dalle guance rosa” per amore di uno dei suoi amanti, rifiutò la corte di un sovrano. Nata in Tracia tra il VII e il VI secolo a.C., fu condotta in schiavitù al porto egizio di Naucrati, dove si legò dapprima a Esopo, lo scrittore di fiabe, anch’egli schiavo come lei e forse appartenente allo stesso padrone un certo Xanthus dell’isola di Samo. Quando fu assassinato a Delfi in circostanze misteriose, Rodope rimasta sola, fu riscattata da un mercante greco di vini, certo Carasso di Mìtilene, fratello della poetessa Saffo. Di lui si innamorò tanto profondamente, che si narra: ogni volta che l’uomo partiva per affari, ella saliva sul tetto di casa e vi restava fino a che non rivedeva le vele delle navi fare ritorno (una Madama Butterfly ante litteram). Un giorno, mentre l’amato era in viaggio, Rodope pensò di fare un bagno nel Nilo. Mentre era in acqua un’aquila calò sui suoi vestiti e le sottrasse un sandalo che recapitò, per caso, nella corte d’Egitto a Melfi, proprio sulle ginocchia del faraone. Ammirato dalla bellezza della calzatura, il sovrano mandò a cercare la sua proprietaria, e i messi riuscirono a risalire a Rodope. Ma la giovane non aveva occhi che per Carasso, pertanto di fronte alla proposta di matrimonio del faraone, cortesemente rifiutò. Questa storia sembra riconducibile a un’antica fiaba della tradizione egizia, in considerazione del sandalo galeotto, sembrerebbe l’archetipo della storia di Cenerentola dove, in seguito, si sono ispirati: Charles Perraul, Gianbattista Basile e i fratelli Grimm per stendere la famosa fiaba. Ma contrariamente al lieto fine della sguattera che sposa un principe, la giovane Rodope venne a sapere che il suo amato Carasso l’aveva tradita, durante i suoi viaggi, con una bella ragazza greca.

E oggi, che fine hanno fatto l’etère dell’antica Grecia? Semplice, hanno cambiato l’etimologia, oggi si chiamano: escort (dal francese escorte “scorta” di compagnia) infatti, sono anch’esse istruite (molte pure laureate) capaci di disquisire su vari argomenti, conoscono diverse lingue. Per questi motivi le si vedono accanto a uomini d’affari, in trasferta di lavoro, che amano mostrarsi al fianco di una bella ragazza. Non di rado l’accompagnamento è seguito da incontri sessuali, che spesso sono il motivo principe del contratto con la ragazza in questione. Se la marchetta nella Grecia classica andava da 2 a 100 dracme, oggi andiamo da 1000 a 5000 euro e oltre.

Come si vede il comune denominatore è identico.

Featured image Jean-Léon Gérôme Frine davanti all’Areopago, 1861

 

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