“Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?” Domandava ogni giorno la regina al suo specchio, nella famosa favola di Biancaneve e i sette nani. La contessa Ezsébert Bàthory, faceva la stessa cosa. Ogni mattina nel suo castello di Csejthe in Slovacchia.

Ma quella mattina, in particolare, la contessa Bàthory aveva il viso teso e lo sguardo critico di fronte allo specchio. La sua giovinezza era passata, la bellezza che gli uomini le rubavano con gli sguardi presto sarebbe declinata inesorabilmente. E dunque che avrebbe mai fatto in quel castello, di quella vita, da sola? La rabbia che le montò dentro la vide riflessa nello specchio, mentre la sua giovane servetta che la stava pettinando le si rifletteva poco sopra. Carina, senza una ruga e giovane, tremendamente giovane. Le aveva tirato i capelli. Quella spudorata l’aveva fatto apposta, ne era certa! Si voltò e la colpì con uno schiaffo violento. Così violento da farle sanguinare il naso e, mentre quella scappava via piangendo, Ezsébert si guardò la mano macchiata di rosso. La fissò con più attenzione; dove il sangue l’aveva macchiata, la pelle pareva ora più liscia e luminosa. E’ dunque questo il segreto dell’eterna giovinezza? Si domandò. Un segreto tanto palese e di facile realizzazione. Si convinse infine, avendone già individuato la fonte.

Il sangue.

Era questo che aveva pensato la contessa. Molte donne sarebbero disposte a tutto pur di guardarsi allo specchio senza ansia, facendo uso di creme antirughe, massaggi, integratori, latte d’asina. Tutto, ma non il sangue di una vergine. Invece la “contessa Dracula” come sarà poi ribattezzata in Inghilterra, questa nobildonna ungherese non si fermava certo davanti a questi futili dettagli. Nata nel 1560 a Nyírbàtor (attuale Ungheria) in una delle più antiche e ricche famiglie della Transilvania, Ezsébert Bàthory aveva molti parenti potenti: un cardinale, alcuni principi, ed un cugino che era primo ministro d’Ungheria, il più famoso dei Bàthory fu Re Stefano di Polonia (1575-86). In quel periodo l’Ungheria e la Romania erano sconvolte da guerre sanguinose: da una parte gli Asburgo e, dall’altra i turchi ottomani che spingono per conquistare queste due nazioni.

Lo zio della neonata, un uomo violento e selvaggio è il Principe della Transilvania. Non è l’unico folle della famiglia, il fratello di Ezsébert è un maniaco sessuale inarrestabile, nessuna donna o bambina è al sicuro con lui nelle vicinanze. La zia incarcerata in quanto strega e lesbica, un altro zio è un alchimista e un adoratore del demonio. Come se non bastasse, la balia, alla quale viene affidata la Contessina, è dedita alla magia nera, e si dice utilizzi sangue e ossa di bambini per fare degli incantesimi.

Ezsébert non ha vita facile: la giovinetta soffre di convulsioni, di scatti d’ira e di attacchi di epilessia. Con l’adolescenza si dimostrerà anche una promiscua, tanto che a 14 anni, resta incinta di un contadino. Tutti questi sintomi, considerato che la malattia mentale non è una rarità tra i Bàthory, si può facilmente presumere che in Ezsébert sia già in atto qualche disturbo mentale. Ciò nonostante fu una donna colta, sapeva leggere e scrivere in ungherese, greco, latino e tedesco già a 15 anni, quando convolò a nozze con l’allora ventiseienne Conte Ferencz Nádasdy, soprannominato “l’eroe nero di Ungheria”. Anch’egli uomo crudele. Possedeva delle arnie piene di api, così per punire la servitù aveva escogitato un metodo a dir poco crudele. Faceva cospargere i servi di miele e li lasciava legati accanto ad un albero, mentre gli insetti suggevano e punzecchiavano la pelle.

Le atrocità compiute a spese della servitù e dei coloni in Ungheria furono in un certo senso legalizzate nel 1517, quando Istvàn Werboczy, un nobile esperto di legge, scrisse il cosiddetto Tripartitum. Il codice (valido fino al 1848) sanciva i privilegi di cui la nobiltà già godeva da tempo, rendendo legittimo, indirettamente, il ricorso alla forza per far valere i diritti dell’aristocrazia sui propri sottoposti.

Affermando che il diritto a governare è dato ai nobili per volontà divina, il testo garantiva l’eterna sottomissione dei coloni al proprio padrone: ribellarsi voleva dire commettere peccato contro Dio. Da parte loro gli aristocratici presentavano questo potere per sé e per i propri discendenti con il ricorso alla forza bruta: i servi potevano essere puniti (il codice non specificava come) e persino uccisi se avessero trasgredito agli ordini. In base ai capricci del nobile, poi, la severità poteva trasformarsi in sadismo.

Con il consorte, dunque, visse nel Castello Csejthe nella contea di Nyitra, in Ungheria. Durante le sue ripetute assenze, la balia Ilona Jò e la sovrintendente della servitù Dorottya Szentes detta Dorkó, la iniziarono alle arti dell’occulto. Tanto per iniziare, si procura una pergamena fatta di amnio (la membrana che protegge i bambini nell’addome della madre), sulla quale c’è scritto con il sangue un incantesimo del dio Isten.

Da brava aristocratica e vanitosa, la Bàthory si cambiava d’abito cinque-sei volte al giorno e passava ore ad ammirare la propria bellezza, guardandosi in numerosi specchi a figura intera. Le iconografie di István Csók e di William Scrots la dipinsero bellissima, anche se la sua vera ossessione era la paura di invecchiare. Utilizza ogni tipo di unguento e preparato che possa mantenere giovane e pallida la sua pelle. Esige che, chiunque la incroci, faccia un elogio alla sua bellezza. Non si sa se Nádasdy fosse stato complice della moglie, certamente le sue spettacolari e terrificanti torture contribuirono a insegnare alla contessa il “mestiere” delle torture. Inoltre era solito inviarle, durante i suoi lunghi spostamenti, quando è comandato a combattere in terre lontane, incantesimi e magie, in cambio la contessa, tiene con lui una fitta corrispondenza, nella quale gli confida tutti i rituali e le nefandezze che compie nel castello in sua assenza. Eccone uno spezzone tratto da quelle lettere: “Dorkó, mi ha insegnato un nuovo incantesimo. Si prende una gallina nera e la si colpisce con un bastone bianco, fino alla morte. Raccogliere il sangue della gallina e cercare di imbrattare con esso un abito del tuo nemico. Gli capiterà presto una disgrazia.” Nonostante questi scambi epistolari, la coppia non è fedele. Ezsébert ha numerosissimi amanti, anche se preferisce di gran lunga il sesso lesbico.

Ben presto la contessa forma un vero e proprio entourage di esperti di magia, alchimia e stregoneria. Vivono nel castello e le insegnano le loro arti. Tra essi vi è un nobile dalla pelle pallida e dai capelli lunghi e scuri, che pratica il vampirismo.

Si diceva che quest’uomo era un vampiro vero: di notte la contessa Ezsébert usciva con lui e tornava da sola, con del sangue intorno alla bocca.

Nel 1601 Nádasdy si ammala, perde una gamba per cancrena e, dopo 3 anni passati nel proprio letto, muore, lasciando vedova la contessa 44 enne. Con la morte di Ferencz ebbe inizio il periodo delle più grandi atrocità volute da Ezsébert Bàthory, per prima cosa, scacciò l’odiata suocera dalla sua dimora. In quel periodo, giovani donne e bambini cominciano a scomparire dai villaggi. I parenti disperati, non sanno cosa fare, né a chi rivolgersi: tutti hanno notato lo stemma di Nádasdy sulla carrozza che si è portata via i loro cari, ma puntare il dito contro un nobile potrebbe causargli molti guai. Anno dopo anno, continuano i rapimenti e i villici sono costretti a stare a guardare: si ricorda di una rivolta scoppiata nel 1524, sedata subito con il sangue dai nobili. Il loro misero destino era quello di subire in silenzio il loro volere, anche di quelli ritenuti pazzi.

Ezsébert Bàthory adescava le ragazze con la scusa di prenderle a servizio al castello. In seguito le sbatteva nelle segrete dei sotterranei. Ogni scusa era buona per infierire sui loro corpi. Aghi infilati sotto le unghie se non finivano il lavoro di cucito, il marchio del ferro da stiro sul viso se stiravano male, una moneta arroventata sulla mano se rubavano, le labbra cucite se urlavano troppo. Lasciate a digiuno per giorni e giorni, picchiate selvaggiamente, ustionate con ferri roventi, trafitte con spilli labbra e capezzoli, gettate nei campi d’inverno, nude e bagnate, a congelare; è in questo modo che centinaia di giovani ragazze lasciarono questa terra.

Durante gli anni che vanno dal 1604 al 1610 una misteriosa donna di nome Anna Darvulia, probabilmente una delle tante amanti diEzsébert, le insegnò nuove tecniche di tortura e dell’occulto. Dopo un grave ictus che la lasciò cieca, Darvulia abbandonò la corte della sua padrona trasferendo alla contessa il compito di continuare ciò che le aveva insegnato.

Ezsébert Bàthory, ora sulla cinquantina, era diventata ancora più imprudente. Cominciò a scegliere alcune ragazze della nobiltà più bassa, sopratutto con l’aiuto di Erzsi Majorova donna senza scrupoli della vicina città di Miava. Fu proprio la Majorova a consigliare la contessa ad interessarsi a ragazze di simil ceto, senza disdegnare le avvenenti contadinotte del luogo. Un complice testimoniò che, in certi giorni, Ezsébert ordinava di fare stendere sul pavimento della sua camera, completamente nude, delle innocenti adolescenti con l’intento di torturarle. Qualche ora dopo il sangue di queste sventurate scorreva come ruscelli in un pomeriggio di pioggia torrenziale: i servi per svuotare la stanza da quel liquido dovevano usare grossi secchi di legno e, dopo, coprirne le enorme chiazze rossastre con la cenere.

La sua fine si consumò 35 anni dopo, nella piccola città di Čachtice, là dove i bassopiani del Danubio incontrano la catena dei Piccoli Carpazi, nel castello in pietra che, insieme agli abitanti vicini, le era stato donato dal marito il giorno delle nozze. Quando, di nascosto, irruppero nel castello i soldati del conte György Thurzó, aristocratico luterano e suo confinante, nonché rappresentante di Mattia II d’Asburgo, re d’Ungheria e Boemia, reggente e futuro imperatore del Sacro romano impero. Colsero sul fatto la Báthory mentre torturava alcune ragazze; trovarono anche in molte stanze e nelle prigioni diversi cadaveri. Qui venne rinchiusa su ordine del viceré d’Ungheria, la penultima notte del 1610.

La accusarono di aver torturato e ucciso un numero imprecisato di ragazze e, a sottolineare le loro intenzioni, il giorno appresso scortarono nella vicina città di Bytča tre donne anziane e un giovane, membri della servitù e presunti complici della contessa. Mentre in giardino i soldati disseppellivano il cadavere nudo di una giovane brutalmente uccisa, i quattro servi rilasciarono (sotto tortura) una confessione completa dei delitti commessi. Per tre di loro non ci fu scampo.

Il giorno 7 gennaio, prima che fossero bruciate sul rogo, all’ex balia Ilona Jó e alla sovrintendente della servitù Dorottya Szentes, detta Dorkó, furono strappate le dita delle mani con le pinze; la terza serva, la lavandaia Katalin Beniczky, fu scagionata, mentre il tuttofare János Újváry, detto Ficzkó, in virtù della sua giovane età venne “graziato”. Nel senso che trovò la morte senza soffrire, appeso a un cappio, prima di essere gettato sul rogo.

Con la contessa Ezsébert Bàthory rinchiusa in una cella, ogni popolano desiderò la sua piccola vendetta sull’oppressore. Decine di testimoni si presentarono per aggiungere altri particolari di orrore alla già terribile vicenda: raccontarono di ragazze costrette a mangiare pezzi del proprio corpo staccati con le tenaglie. La contessa, dicevano, si univa volentieri alle torturatrici, con candele o aste di ferro roventi, seviziava le malcapitate e cuciva loro la bocca quando urlavano.

Le accuse di stregoneria, unite alla voce di chi diceva di averla vista chinata sul collo di una ragazza prima che morisse, contribuirono a creare il mito della contessa vampira, dedita ai bagni nel sangue delle vergini per restare giovane. Queste sue gesta, e non quelle del conte Vlad Tepes, secondo alcuni studiosi avrebbero ispirato lo scrittore irlandese Bram Stoker (1847-1912) nella creazione di Dracula.

Ma ci si chiede, dal momento che all’epoca la crudeltà sui propri sottoposti era una pratica diffusa e poco punita tra i nobili, al riparo da ogni conseguenza grazie al codice Tripartitum; ci si chiede se la contessa si limitasse a fare, con maggior solerzia, ciò che facevano tutti, perché processarla quindi? Gli storici hanno la risposta: perché nel 1604 diventò vedova e a quei tempi una donna sola non era autorizzata ad avere tanto potere. Soprattutto se le sue terre erano più vaste di quelle del re e i suoi parenti, tra cui il futuro principe di Transilvania Gábor Báthory, aspiravano a trasformare il principato in un territorio nazionale autonomo. Tutto questo infastidiva Mattia II almeno quanto le enormi proprietà di Ezsébert attiravano il conte Thurzó. L’organizzare processi atti a screditare i membri più fastidiosi o più potenti dell’aristocrazia autoctona era uno dei sistemi più utilizzati dalla corte asburgica. Il nobile Miklós Istvánffy, studioso e tutore nella famiglia Thurzó all’epoca liquidò le confessioni dei servi di Ezsébert Bàthory come “orribili dicerie”. Fortunatamente la sua testimonianza non entrò nel processo.

Il numero esatto delle sue vittime non è stato mai chiarito, ma dai suoi diari e i suoi appunti emergono 650 nomi accuratamente trascritti. Ma gli storici hanno portato le vittime in una soglia compresa tra le100 e le 350 donne.

Ezsébert Bàthory non fu mai condannata, non era convenzione uccidere i nobili, ma rimase per il resto della sua vita murata viva all’interno della sua stanza, nel castello di Csejthe. Nell’agosto del 1614, in una calda mattina, il suo carceriere, sbirciando dal foro della sua stanza, notò la scodella del cibo intatta, entrò nella cella e trovò la contessa, vestita di nero e agghindata a festa, morta sul suo letto.

Aveva 54 anni.

BIBLIOGRAFIA:

 Elisabeth Bàthory. La torturatrice” Quattrocchi Angelo. Golena editore 2005, pag. 93 €8,42

La contessa nera”  Johns Rebecca. Narratori Moderni. Traduzione dall’inglese di Claudia Marseguerra, 324 pagine.

Ezsébert Bàthory. La contessa sanguinaria” Gervasone Simona. Editore: 0111edizioni (collana LaNera) 2013, 222 p.

 

Featured image, Ezsébert Bàthory 8 August 1560 – 21 August 1614

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