Giganti solitari che nemmeno l’onda più violenta, di solito, riesce a piegare. Evocano solitudine e pensieri profondi che l’Oceano sempre fa scaturire nell’animo di un sognatore, ma sono anche torri panoramiche dove, a volte, è possibile pernottare. I fari hanno qualcosa di romantico e misterioso che, da sempre affascina e incuriosisce chi guarda oltre la loro funzione reale e ne considera l’aspetto simbolico. 

   IL FARO NELL’ANTICHITÀ 

   La storia dei fari ha da sempre affascinato l’immaginario collettivo, sono antichi come il tempo, nascono in epoche lontanissime, e la loro evoluzione va di pari passo con l’evolversi della navigazione. All’inizio sono solo dei semplici falò alimentati con fascine di legna che vengono tenuti accesi durante tutta la notte sulle colline prospicienti zone pericolose per la navigazione o ingressi di rade e porti, poi si evolvono attraverso i secoli fino a diventare quelli che oggi conosciamo. Di essi si ricordano quello famoso di Alessandria d’Egitto costruito nel III secolo a.C. Costruito dall’architetto Sostrato di Cnido in Caria, figlio di un certo Deisifane. La torre si ergeva con i suoi 120 metri proprio all’ingresso del porto su un’isoletta, il cui nome era Pharos (da cui il nome Faro).

   Assai presto si diffuse nel mondo antico la fama della torre luminosa sorta sulla spiaggia dell’Egitto, torre che in verità era annoverata tra le più colossali costruzioni dei re greci.
La torre di Alessandria non fu la sola nell’antichità a rappresentare il primo sistema nautico inventato dall’uomo per la sicurezza sul mare. Altra analoga realizzazione fu per esempio il cosiddetto “Colosso di Rodi”, enorme costruzione di forma umana all’ingresso del porto dell’ “isola delle rose”, annoverata fra le sette meraviglie dell’antichità.
   Particolare curioso del faro originale antico era la capacità del sistema di emettere anche suoni, quasi fosse un antenato dei moderni “fog horn” (corni da nebbia). Infatti un ingegnoso sistema di contenitore con acqua, riscaldata dal braciere, consentiva la fuoriuscita di getti vapore che funzionavano né più né meno come le attuali sirene delle navi. Un altro faro di grandi dimensioni, di cui ancor a metà del ‘700 esistevano imponenti rovine, fu costruito sulla Manica a Boulogne dall’imperatore Caligola. I romani ne costruirono anche nell’Adriatico, uno a Brindisi, un altro in prossimità della foce del Po, di cui esiste ancor oggi il basamento di metri 7 x 7 posto su pali, un altro ad Ancona.

   L’EVOLUZIONE DEI FARI

   Nel 1782, il fisico svizzero Aimè Argand, costruì un bruciatore composto da una decina di stoppini alimentati a olio, che avevano una durata di dieci giorni. Questo tipo di lampada fu esportato oltre oceano. Nello stesso periodo, la figura del guardiano del faro, diventò sempre più diffusa e indispensabile. Le famiglie dei guardiani si trasferirono nei fari, trascorrendo la loro vita in località isolate e in balia del mare.
I segnali emessi erano in origine esclusivamente luminosi, e stabili. L’applicazione di uno specchio (e poi di una lente) alla fonte luminosa, in modo da estendere la portata luminosa del manufatto, fu per lungo tempo la sua unica evoluzione sostanziale. Si aggiunsero poi meccanismi di rotazione, lenti per la colorazione della luce e così via.
«Il Faro era allora una torre argentea, nebulosa, con un occhio giallo che si apriva all’improvviso e dolcemente la sera». Così lo vede Virginia Woolf (1882-1941) nel suo romanzo del 1927 “Gita al Faro” (To the lighthouse), ma già Omero (VIII secolo a.C.) nel XIX libro dell’Iliade paragone lo sfavillio dello scudo dell’irato Achille ad uno di quei fuochi che dalle alture rendono sicura la via ai naviganti. Sono anche entrati a far parte del mito: antichi autori, da Ovidio a Virgilio ci raccontano la storia di Ero, la sacerdotessa di Afrodite e del suo amante segreto, Leandro, che ogni notte attraversa a nuoto l’Ellesponto per raggiungerla, guidato da una fiaccola che lei regge tra le mani per illuminargli la via. Ma una notte il vento spegne la fiamma e Leandro, senza più una guida, si perde tra i flutti, mentre Ero, disperata, lo segue.
Ecco l’importanza della luce nella notte, la prima immagine del fuoco che guida nel buio della notte, vitale per chi solca il nero mare, elemento ancora sconosciuto.
E’ solo intorno al 300 a.C., come abbiamo visto, che improvvisamente fanno la loro comparsa i due più famosi fari dell’antichità: il Colosso di Rodi ed il faro di Alessandria, i primi ed unici esempi di fari monumentali, considerati due delle meraviglie del mondo.

   Con l’impero romano nascono le prime torri in pietra, con un fuoco acceso sulla sommità, che si espandono non solo nel Mediteranno, ma dovunque arrivasse la conquista Romana. A La Coruña, in Spagna, si trova un faro le cui fondamenta risalgono al II° secolo d.C., all’epoca dell’imperatore Traiano, Alla caduta dell’impero seguono e secoli bui del Medioevo, anche molte luci sul mare si spengono, e in quel periodo, soprattutto nel Nord Europa, sono i campanili dei monasteri a svolgere questa funzione.
   Anche la Statua della Libertà, donata dai Francesi al Governo Americano nel 1886, dal quello stesso anno e fino al 1902 era a tutti gli effetti il faro di New York, gestita dal Servizio Fari Americano ed è stato il primo a essere elettrificato alla fine del 1800. In seguito la sua luce non era più sufficiente a illuminare l’ingresso del porto ed è rimasta al suo posto come simbolo della città.
Anche la storia dell’illuminazione dei fari è lunga e travagliata, i combustibili cambiano nei secoli, dalle fascine di legna, al carbone, alle candele di spermaceti, quella materia grassa che si trova all’interno del cranio dei capodogli e che hanno la particolarità di non fare fumo, all’olio di balena e di oliva, a seconda delle latitudini, per poi, arrivare, dalla metà del 1800, ai derivati dal petrolio ed infine all’elettricità. Molti sono stati i sistemi usati per ampliare la luce e renderla sempre più visibile, mentre lungo le coste si accendevano le luci delle città, molti i nomi di scienziati che hanno messo a punto lanterne sempre più sofisticate, ma è stato Augustine Fresnel (1788-1827) con l’invenzione della sua lente rivoluzionaria, quella che porta il suo nome e ancora oggi viene usata in tutti i fari del mondo, a portare la luce dei fari ad una portata fino ad allora inimmaginabile.

   LA COSTRUZIONE

   Anche la costruzione dei fari lungo le coste o sui fondali solidi e sommersi, dove si costruiscono generalmente i fari a torre, la cui altezza dipende dalla portata geografica che si vuole conseguire. L’azione del vento e delle onde determina in molti casi seri problemi di stabilità e impone di ricorrere a particolari tecniche costruttive (blocchi di pietra incastonati a coda di rondine, calcestruzzo armato, ecc.) e di eseguire continui controlli sullo stato della struttura. Dove non è disponibile un fondo roccioso il faro è generalmente innalzato su massicce fondazioni, costituite da cassoni riempiti di calcestruzzo, e in tal caso si preferisce adottare strutture a traliccio d’acciaio, più leggere di quelle in muratura ed ugualmente resistenti; in mare aperto si costruiscono sovente muri perimetrali frangiflutti. Il più famoso faro italiano è la “Lanterna” di Genova, costruita nel 1139 e rifatta, nella sua veste attuale, nel 1543: posta all’imboccatura del porto, è costituita da una torre quadrangolare in muratura alta 120 m in grado di emettere luce bianca a gruppi di due lampi con periodo di 20 secondi e portata di 27 miglia e dotata di un radiofaro marittimo con portata di 70 miglia.

   I fari italiani costituiscono una risorsa storica e culturale per il nostro patrimonio architettonico ma anche per il paesaggio costiero regionale.
Ogni faro è univoco nel contesto della sua posizione geografica, sono progettati per durare nei secoli e segnare i caratteri del luogo esaltandone i valori ambientali e naturali attraverso il loro stile e la loro natura architettonica.
Un patrimonio poco conosciuto, studiato in maniera specialistica da pochi.

 

UNA SERIE DEI FARI PIÙ BELLI DEL MONDO

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