Il gatto potrebbe benissimo essere il migliore amico dell’uomo, ma non si abbasserebbe mai ad ammetterlo.
Doug Larson

Il gatto è forse l’animale che più ha ispirato l’opera di scrittori, pittori e scultori che, sedotti dalla sua personalità enigmatica e indecifrabile, dalle sue movenze sinuose ed estremamente eleganti, dal suo spirito un po’ domestico e un po’ selvatico, lo hanno rappresentato in tutte le forme artistiche, dalla pittura alla letteratura, dal cinema alla musica. Adorato nell’antico Egitto, sfruttato all’epoca romana, odiato nel medioevo e riabilitato nel Rinascimento il gatto simboleggia da sempre la libertà e l’indipendenza.

L’ammaliante testa di gatto che raffigurava la dea egizia Bast sono le prime rappresentazioni pittoriche sono quelle che lo immortalano nelle vesti di

dea egizia Bast

una divinità, oltre alle innumerevoli sculture realizzate nell’antico Egitto che alludevano alla sacralità del gatto, risalenti a tre o quattromila anni, è da qui, probabilmente, che trae l’origine del suo atteggiamento altezzoso e impertinente.

La natura indipendente e libera del gatto, soprattutto se paragonata all’indole fedele del cane, ha portato ad attribuire a questa bestiola il simbolo della libertà. Per l’uomo medievale che credeva che gli animali fossero stati creati da Dio per servire ed essere governati dagli esseri umani, il gatto doveva costituire una fastidiosa anomalia: per quanto addomesticato, ogni gatto era comunque riluttante all’obbedienza e alla fedeltà.

I Romani, addirittura, lo fecero scendere “dall’Olimpo” per sfruttare le sue straordinarie caratteristiche di abile cacciatore, inoltre si riteneva che fosse sacro a Diana e si racconta anche che la dea della caccia, per sfuggire al terribile Tifeo, avesse assunto le fattezze di un gatto. Secondo alcuni, in quanto abile cacciatore, il gatto può essere paragonato a Gesù cacciatore di anime e, per questo motivo, spesso compare nei dipinti di carattere religioso. L’animale è anche attributo della Madonna perché un’antica leggenda narra che la notte in cui Cristo venne al mondo una gatta diede alla luce i suoi cuccioli.

Anche nel mondo islamico, il gatto era molto amato. Questa predilezione affonda le sue radici nella tradizione (secondo alcuni antichi racconti Maometto amava i gatti e li trattava bene, e così anche altri profeti musulmani) ma che ha anche significati di carattere culturale e simbolico (un animale attento alla pulizia come il gatto non poteva che distinguersi positivamente rispetto alle altre creature). Un pellegrino europeo reduce da un viaggio nel Medio Oriente individuò nell’amore per i gatti una delle differenze più profonde tra musulmani e cristiani, affermando che “a loro piacciono i gatti, a noi piacciono i cani”.

L’avvento del Medioevo segnò una drastica battuta d’arresto nella millenaria storia d’amore tra gatto e uomo. Nell’immaginario collettivo, il gatto è da sempre fedele compagno delle streghe, ai piedi delle quali assiste durante la preparazione di mortifere pozioni magiche. Si credeva che tra i loro artifici vi fosse quello di assumere sembianze feline. Considerato incarnazione del maligno patì, al pari delle streghe, persecuzioni, torture e roghi.

Queste credenze erano così diffuse e radicate che papa Innocenzo VIII nel 1484 arrivò a dichiararlo solennemente: “il gatto è l’animale preferito del diavolo e idolo di tutte le streghe”. Un chiaro esempio di quella malsana visione si nota nella seguente opera di Jacopo Da Ponte detto il Bassano. 

Jacopo Da Ponte detto il Bassano

Nel dipinto si nota, infatti che, a differenza del cane, accovacciato placidamente sotto i piedi di Gesù, il gatto, la cui espressione appare malvagia, striscia accanto al traditore Giuda. Persino le opere prodotte poco dopo la fine del Medioevo mostrano per lo più quella visione distorta che l’indottrinamento clericale aveva recato con sé. Anche in pieno Rinascimento, l’influenza della Chiesa è ancora viva in alcuni artisti.

 

 

La rivalutazione giunse insieme al genio di Leonardo da Vinci che arrivò a definire “il capolavoro della natura” il piccolo felino: a lui dedicò studi in cui lo raffigura nei suoi

Leonardo da Vinci. Studio di gatti.

atteggiamenti abituali, come la lotta, il gioco, la pulizia personale, oppure la caccia. Attraverso numerosi studi, Leonardo realizzò dei disegni in cui l’enigmatico felino assurse a modello da ritrarre persino nel contesto di un’immagine religiosa.

Alla fine del 1500 si notò un cambiamento del costume, soprattutto nelle famiglie nobiliari. Tuttavia, tranne nelle sopracitate opere di Leonardo e nel dipinto ad olio “Adamo ed Eva” del massimo esponente rinascimentale tedesco Albrecht Düre,

Albrecht Düre. Adamo e Eva

il gatto diventò realmente uno dei protagonisti dell’arte solo durante il periodo moderno.

Prima di allora la sua figura venne ritratta per lo più marginalmente in contesti sacri che, a causa dell’insolita presenza dipinta, accompagnarono il titolo con il nome generico dell’animale. Nei dipinti di Federico Barocci il felino domestico appare frequentemente e non solo nel quadro “Madonna della gatta”.

Federico Barocci,

Collocato al centro della tela assume quel ruolo moderno che si addice ad ogni gatto che si rispetti. Il suo è un ruolo da primadonna compiaciuta di dominare le scene di una rappresentazione religiosa che secondo gli studiosi rimandava ad un episodio realmente accaduto. L’opera fu commissionata da papa Clemente VIII, ospite del ducato d’Urbino. E, proprio nell’anno in cui il dipinto venne commissionato, il duca di Urbino aveva perso la moglie. A causa di un accordo siglato con il papa, se non vi fossero stati eredi, alla morte del duca tutti i suoi averi sarebbero finiti nelle mani dello Stato Pontificio. Il pericolo indusse il duca a risposarsi con una cugina quattordicenne che qualche anno dopo gli diede un figlio. E di tale vicenda il pittore ne trasse quel noto capolavoro usando la figura di Giuseppe che nell’apocrifo “Libro sulla natività di Maria” veniva definito anziano, così come lo era il duca. Si nota infatti Giuseppe accanto ad una giovanissima ragazza che coccola il proprio bambino. E il gatto si muove a suo agio, così come già accadeva nelle famiglie nobiliari del tempo, mostrando che il Medioevo delle persecuzioni era ormai un lontano ricordo.

Francisco Goya

Francisco Goya nel quadro “Gatti che litigano”  pose in primo piano il nostro amico felino in uno dei momenti più affascinanti e inquietanti del suo comportamento, spesso definito “la posizione della strega”, dove i due gatti che si affrontano con i dorsi arcuati e il pelo ritto. Sembra quasi di sentirli.

 Quel momento di rabbia felina che il grande William Burroughs nel suo libro “Il gatto in noi”, descrisse in modo sublime: «La rabbia di un gatto è meravigliosa: brucia di pura fiamma felina, il pelo ritto e scintille sfavillanti di blu, gli occhi fiammeggianti che lanciano saette.» 

Con il passare degli anni ben pochi furono gli artisti che riuscirono a sfuggire al fascino del gatto.

Tralasciamo il periodo illuminista che, tranne qualche caso, a causa della razionalità a tutti i costi insita nel movimento, non si mostrò molto attratto dalla figura sfuggente di quel misterioso animale difficilmente catalogabile.

Naturalmente non tutti gli artisti aderirono all’Illuminismo e il grande pittore Jean Siméon Chardin donò alcuni meravigliosi dipinti che vedevano protagonista il gatto. Una delle opere da menzionare è “Gatto con la razza”  realizzato nel 1728.

Jean Siméon Chardin

Al di là della pittura, molti furono i pittori vissuti tra l’Ottocento e il Novecento, che, oltre a ritrarre gli splendidi felini, tennero accanto a sé uno o più esemplari di gatti.

Henri Matisse, uno dei maggiori esponenti dei “Fauves”, trascorse la sua vita insieme ai gatti. E molte sono le sue opere che videro protagonisti i suoi deliziosi compagni di vita.

Paul Gauguin

Anche nelle opere di Paul Gauguin l’affascinante animale venne raffigurato in alcune sue splendide tele ove, accanto a figure umane pensierose o fiori recisi la cui vitalità è ormai destinata a svanire, venne affiancato quell’animale spesso in movimento o preoccupato essenzialmente di se stesso in un sano egoismo che sembra sottolinearne la sua superiorità rispetto a noi, schiacciati spesso da piccoli e grandi problemi quotidiani.

Dunque è impossibile resistere al fascino del gatto, fascino che in modo particolare conquista per gli artisti che vedono riflessa in quella personalità indipendente e inafferrabile la loro stessa anima.

Il gatto ama il silenzio e manifesta il bisogno di avere dei propri spazi in cui sonnecchiare o lasciar vagare la mente oltre quello che a noi umani riesce comprensibile. La sua personalità poliedrica sfugge ad ogni vano tentativo di reale penetrazione e che l’arte e la letteratura abbiano dedicato un ampio interesse verso questo animale non reca alcuna meraviglia. E se a carpire la personalità di questo piccolo felino nel suo lato più animalesco, sensuale, mistico, diabolico e rassicurante molti sono stati gli artisti a sbizzarrirsi, si può tranquillamente affermare con serena rassegnazione che comprendere il gatto è impossibile. Ed è proprio questo particolare a renderlo l’animale più ritratto nella storia dell’arte.

A cercare di imprigionarne la mutevole essenza del suo animo hanno provato in molti, ma non si può non concordare con Leonardo da Vinci che lo definì un capolavoro. E i capolavori, si sa, dovrebbero semplicemente essere contemplati. Infatti la maggioranza degli artisti che hanno provato ad immortalare il gatto ne hanno contemporaneamente ospitati moltissimi, così come fece il disegnatore e cartellonista francese Théofile Steinlen, la cui casa venne soprannominata “l’angolo dei gatti“. Ed i suoi gatti diventarono famosi attraverso i manifesti realizzati dal noto disegnatore che fu il primo a riuscire a ritrarli in animato e realistico movimento.

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4 Commenti

  1. Paolo

    14 ottobre 2017 a 7:33

    Articolo meraviglioso! Complimenti!

    rispondere

    • Riccardo Alberto Quattrini

      14 ottobre 2017 a 12:14

      Grazie signor Paolo. Ma è stato facile avendo un bellissimo gatto dal pelo semi-lungo bianco e rossiccio, che di nome fa Biondo.

      rispondere

  2. Giuseppina DIEGOLI

    8 ottobre 2017 a 21:09

    Per chi ama i gatti è assolutamente da leggere io il mio lo amo immensamente ❤️❤️❤️❤️❤️

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    • Riccardo Alberto Quattrini

      9 ottobre 2017 a 10:27

      Carissima Giuseppina, anch’io ho un bellissimo gatto a pelo semi lungo, si chiama Biondo, anche se il manto è bianco e rossiccio.

      rispondere

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