Imporsi delle sofferenze era per gli asceti un modo di elevare l’anima a Dio. La storia del cristianesimo è ricca di personaggi e di episodi che documentano questa pratica finalizzata alla vittoria dello spirito contro le tentazioni della carne. Ma quanto è sottile il confine che passa tra queste azioni e il piacere sessuale che da esse ne può ricavare?

È opinione comune che il medio evo abbia provocato una svolta fondamentale nella concezione e nella pratica della sessualità in occidente. Dopo l’epoca greco-latina, in cui la sessualità, il piacere della carne sono valori positivi, e in cui regna una grande libertà sessuale, si arriva alla condanna totale della sessualità e alla severa regolamentazione della sua pratica. Fautore principale di questa svolta è il cristianesimo.

 

PER I PADRI DELLA CHIESA LOTTARE CONTRO IL PIACERE SIGNIFICAVA TENDERE ALLA PADRONANZA DI SÉ

 

Cilici, digiuni e flagellazioni della carne sì, con le mortificazioni della carne stessa. I sistemi utilizzati nella religione cristiana per punire e reprimere gli istinti corporei, e non solo quelli sessuali, affondano le radici nella notte dei tempi. Il precetto della lotta al desiderio, che ha segnato il cristianesimo medievale e moderno sino a non troppo tempo addietro, si inscrive in una tradizione di riflessione sul piacere che già in età antica era stato oggetto di riflessione da parte di pensatori e filosofi quali Platone e Aristotele. Per i padri del pensiero occidentale lottare contro il piacere significava tendere alla completa padronanza di sé, ma su questa concezione i cristiani inserirono il rifiuto della carne perché in antitesi allo spirito: il corpo era il carcere dell’anima.
La conservazione della verginità e la lotta contro il desiderio sessuale cominciarono così a occupare un posto fondamentale nella morale del cristianesimo delle origini: reprimere gli istinti sessuali attraverso pratiche di mortificazione corporale quali il digiuno, la flagellazione, la vestizione del cilicio, divenne parte fondamentale della vocazione cristiana alla ricerca dell’ascesi individuale.
Per chi peccava non restava che la via della penitenza, che, dunque, cominciò a occupare gran parte dell’esistenza dei fedeli dai primi secoli dell’era cristiana: un impegno che nasceva dalla convinzione che si dovesse lottare contro le tentazioni del mondo, tra lacrime e spasmi di dolore, fino allo sfinimento.
Fra il III e IV secolo l’arma più diffusa contro le tentazioni corporali fu il digiuno, che assunse un ruolo fondamentale nelle norme per i cenobi scritte da San Cassiano e da San Benedetto. Tuttavia, si fece strada nelle gerarchie ecclesiastiche la convinzione che la massa dei fedeli non avrebbe mai potuto “tenere il ritmo” penitenziale dei monaci, né tantomeno seguire il modello austero dei padri del deserto, che conducevano una vita ascetica fatta di pesanti privazioni del sonno e del cibo. Ai laici veniva proposta una pratica di continenza un poco più morbida, ma la cui trasgressione poteva avere serie ripercussioni sulla vita del peccatore: la penitenza comportava la proibizione di ogni attività sessuale, una forte limitazione dell’alimentazione, l’imposizione di un comportamento mesto.

   Peccati e punizioni

A partire dal secolo VI, dall’era anglosassone si diffusero in tutta Europa i cosiddetti libri penitenziali: veri e propri cataloghi di peccati, ognuno dei quali classificato e descritto con dovizia di particolari, declinato in ogni possibile variante. Per ogni peccato veniva indicata con precisione l’adeguata penitenza, per lo più giorni, mesi, addirittura anni, di digiuno a pane e acqua, al punto che spesso penitenza e digiuno vennero usati come sinonimi. Attraverso l’uso dei penitenziali si diffuse ancora di più la cultura dell’avversione al piacere e della mortificazione della carne: le colpe relative al comportamento sessuale di laici e chierici occupavano, ovviamente, un posto speciale fin dai penitenziali più antichi, accanto a delitti oggi considerati incomparabilmente più gravi, quali l’omicidio e il furto. Nel penitenziale di San Colombano, ad esempio, dei secoli VI-VII, la stessa penitenza di dieci anni di digiuno veniva impartita in pari modo al chierico omicida così come al chierico sodomita. Nell’opera di Beda, composta nell’VIII secolo, la casistica sessuale è esemplare con ben 42 voci di diversi peccati che occorrono sotto il capitolo dedicato alla fornicazione: se l’uomo è giovane e la donna è vergine, se la colpa è stata commessa occasionalmente, se i due giovani hanno 20 anni, se la donna è vedova, se le relazioni colpevoli hanno portato a una nascita, se un religioso ha relazioni con una donna laica, e via così.
Lentamente, al volgere dell’anno Mille, il digiuno come penitenza venne superato da altre forme di costrizione, più spirituali, ma la privazione del cibo continuò a essere il mezzo di ascesi individuale più diffuso. È di certo Santa Caterina da Siena, al secolo Caterina Benincasa, vissuta nella seconda metà del XIV secolo, la personalità che più di tutte fece della rinuncia al cibo una cifra della propria esistenza. Terziaria dei Domenicani, fin da giovanissima il suo proverbiale digiuno – che portò molti suoi contemporanei a parlare di possessione diabolica – fu spinto secondo il suo biografo fino a livelli estremi. Iniziato con pane e acqua a soli sedici anni, dopo un lustro di penitenze ricevette la visione del Cristo che le intimava di ammorbidire la propria vita di stenti. Per tutta risposta la reazione di Caterina fu quella di abbandonare persino il consumo di pane per giungere al digiuno totale intorno ai 25 anni: beveva acqua fredda e masticava unicamente erbe amare, che poi sputava. Di fronte all’imposizione del cibo, che spesso i suoi confessori le intimavano per paura che il suo stato di salute ne risentisse, la santa acconsentiva, ma poi era costretta a vomitare.
Oggi un simile atteggiamento, meno illustre, ma piu1 esplicitamente legato alla repressione sessuale da è arte del penitente, è quello di una giovane, Colomba da Rieti, vissuta nella seconda metà del XVI secolo. Dopo molti anni di isolamento volontario e di digiuni ripetuti, a soli 21 anni Colomba fuggì da casa per raggiungere Spoleto; nemmeno lei seppe spiegare il perché di quella fuga al proprio confessore, autore della sua biografia. Sulla strada incontrò un uomo che la rassicurò e le offrì di alloggiarla in casa propria, insieme con la moglie e la figlia. In realtà Colomba trovò ad attenderla due ribaldi: i tre l’avevano scambiata con una nobile fuggita di casa, per il ritrovamento della quale il padre aveva promesso una ricompensa. Accortosi dell’errore i tre pensarono bene di approfittare comunque della ragazza: ma quando le strapparono i vestiti di dosso e videro quel corpo magro ed emaciato, persero ogni istinto di aggressività sessuale.
La ragazza indossava una cintura di castità di ferro, incrociata a un cilicio tramite due catene che le stringevano il petto. Sul corpo, inoltre, i segni della flagellazione. Uno spettacolo che atterrì i tre manigoldi spingendoli alla fuga.

   Colpi di verga anche sul viso

Non solo digiuno, dunque, ma anche mezzi di punizione corporale, quali il flagello e il cilicio, erano all’ordine del giorno nella quotidiana pratica ascetica dei religiosi medievali e moderni.
Facendo qualche passo indietro, ricordiamo che in alcuni casi, come nel penitenziale di Burcardo di Worms (XI secolo), uno dei piu1 importanti dell’intero medioevo, un giorno di digiuno poteva essere sostituito da venti colpi di flagello.
Le antiche regole monastiche prevedevano la flagellazione per i monaci che avevano disobbedito al superiore, ma fu solo nel corso dell’VIII secolo, grazie a San Colombano, che la flagellazione cominciò a essere praticata come vera e propria espiazione penitenziale. Fu Pier Damiani a portare in auge la flagellazione volontaria come mezzo di condivisione delle pene subite dal Cristo con un’operetta intitolata “Dell’eccellenza della flagellazione”, rivolto ai monaci di Monte Cassino, ma ben presto divenne un classico; ciò contribuì a far passare nella prassi quotidiana e domestica ciò che avrebbe dovuto essere una prescrizione per soli religiosi. Nella vita di san Domenico il Corazzato (così detto per aver vissuto diversi anni della sua vita rinchiuso in una corazza di ferro che gli tormentava le carni), redatta dal Damiani nel 1062, la flagellazione assume quasi un valore erotico: «Secondo la sua abitudine non lasciava passare un solo giorno senza recitare due salteri (cioè le preghiere del breviario che scandiscono la giornata dei monaci) e senza flagellarsi nel frattempo, nudo, con le due mani, con fasci di verghe. Domenico superava nelle sue mortificazioni molti altri santi che, per flagellarsi, si servivano di una sola mano: lui usava le due mani per combattere meglio contro le tentazioni carnali. Un giorno, dopo il vespro, venne a trovarmi in cella: “Maestro”, esclamò, “oggi ho fatto quello che credo non essere mai riuscito a fare: ho recitato otto salteri in un giorno e una notte”. La sua faccia era segnata dai colpi, e livida, con strisce lasciate dalla frusta, come una macina logora». I colpi di verga, infatti, potevano essere assestati su qualsiasi parte del corpo, non solo sulla schiena. E sul viso evidentemente valevano di più, facevano più soffrire.

La diffusione della flagellazione come rito espiatorio fu tale che nel corso della seconda metà del XIII secolo in tutta Europa si diffuse il movimento dei Flagellanti, che spinse lunghissime e partecipate processioni di fedeli ad attraversare le città infliggendosi dolorosissime punizioni con la frusta. Il movimento si protrasse fino al XVI secolo.
Del resto, altri illustri esempi di costrizione, quali, appunto il cilicio, non mancano di certo. In origine si trattava di una veste di lana grezza, tessuta in modo grossolano e con vistosi nodi lungo le maglie, che produceva un doloroso prurito ed escoriazioni sanguinolente sulla pelle. In seguito, la maglia di lana venne sostituita da una maglia metallica corredata di ganci che si infilzavano nella carne: poteva assumere la forma di una cintura oppure di una fascia da stringere intorno a un braccio o a una gamba.
Ecco rappresentava la volontà di infliggersi un dolore acuto e continuo che avrebbe dovuto ricordare senza sosta la penosa condizione della vita terrena e avvicinare il penitente alle sofferenze patite da Gesù sulla croce. Illustri esempi, dicevamo, non mancano: San Bernardo di Chiaravalle, san Francesco d’Assisi, San Tommaso Moro, Santa Caterina da Siena, San Francesco di Sales. Quest’ultimo, in particolare, nella sua celebre opera “Filotea” riserva poche ma esplicite parole alla pratica della mortificazione, costituita da digiuno, flagellazione e uso del cilicio, da utilizzare con moderazione: “Se puoi sopportare il digiuno, farai bene a digiunare anche in giorno non comandato dalla Chiesa: così oltre il frutto del digiuno, che è elevar la mente, reprimere la carne, praticare la virtù, meritarci un premio in cielo, si ottiene pure il vantaggio di poter sempre comandare alla gola e tenere l’appetito sensuale e il corpo soggetti alla legge dello spirito. (…)

L’uomo moderno della disciplina (la flagellazione, ndr) ha un’efficacia straordinaria a risvegliare la devozione. Il cilicio doma il corpo, ma non lo possono usare le complessioni delicate e coloro che debbono sopportare disagi.
Tuttavia, in alcuni giorni speciali di penitenza lo possono portare tutti, se così sembra alla prudenza del confessore. Da queste parole si evince come anche per un grande vescovo come il Sales, vissuto a cavallo fra XVI e XVII secolo, le tentazioni fossero sempre in agguato e rivelano quanto fosse profonda la fiducia nell’efficacia della volontaria sottomissione al dolore per espiare un peccato o una trasgressione commessa contro Dio o contro la Chiesa o per allontanare i pensieri impuri.
Eppure fra molti devoti dediti alla vocazione ascetica della mortificazione non mancano esempi illustri di piccole e grandi furbizie. Notevole il caso di Enrico IV di Borbone, che per farsi incoronare re di Francia abiurò la propria fede calvinista per abbracciare il cattolicesimo.
Quando nel 1595 gli fu imposto di fare penitenza con la flagellazione per suggellare il proprio pentimento pensò bene di incaricare due suoi ambasciatori di farsi fustigare al suo posto, cosa che regolarmente avvenne.

BIBLIOGRAFIA

Il peccato e la penitenza nel medioevo”. C Vogel, Torino 1970
La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal medioevo a oggi”. R.M. Bell, Roma-Bari 1987
Penitenze nel medioevo. Uomini e modelli a confronto”. M.G. Muzzarelli, Bologna 1994
Storia delle punizioni corporali”. G.R. Scott, Milano 2006

 

Immagine: La Flagellazione di Cristo (1606-1607) Caravaggio. Musée des Beaux-Arts a Rouen.

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