Quand’ero ragazzo era un fatto corale. Moriva un vicino di casa e tutti assistevano, aiutavano. La morte veniva mostrata. Si apriva la casa, il morto veniva esposto e ciascuno faceva così la sua conoscenza con la morte. Oggi è il contrario: la morte è un imbarazzo, viene nascosta. Nessuno sa più gestirla. Nessuno sa più cosa fare con un morto. L’esperienza della morte si fa sempre più rara e uno può arrivare alla propria senza mai aver visto quella di un altro. È per questo che ci appare tanto drammatica e incomprensibile.

Filosofare è imparare a morire

Montaigne

La potenza della tecnica, il consumismo sopravvissuto alla crisi: tutto porta a una rimozione della fine. Si vive e basta. Ma come? I dolori, le sofferenze di molta gente, investono le nostre coscienze. Chi di noi ha voglia di pensare alla propria morte, o a quella di chi gli è caro, specie se gode di buona salute e ne ritiene remota la possibilità? Nessuno. Un’istintiva, e provvidenziale, rimozione ci spinge a guardare ai giorni che scorrono come se fossero infiniti, pur sapendo che non lo sono affatto e che in qualsiasi momento una malattia o un incidente, e alla lunga la vecchiaia, ci obbligheranno a fare i conti con la nostra finitezza.

All’apice del pensiero filosofico antico, tanto occidentale quanto orientale, ampio spazio è dedicato alla morte e in particolare al prepararsi a morire come forma di saggezza e di consapevolezza che dà significato alla vita stessa che si è vissuta. «Filosofare è imparare a morire». Questo pensiero di Montaigne, definisce i limiti e grandezze della filosofia.

Se il primo dovere del filosofo sta nell’imparare a saper morire, guai a lui se negli ultimi istanti dell’esistenza non dovesse affrontare il trapasso della vita alla morte con animo pienamente cosciente, ci sarebbe da disperare dell’utilità della meditazione filosofica!

La modernità, poggiata sui basi certe del potere tecnologico e del consumismo edonista, la morte è rimossa per eccellenza, non solo a livello psicologico, ma anche sul piano delle pratiche sociali.

Morire sembra essere diventato inammissibile, quasi un reato, anche quando ci sarebbero le condizioni per desiderarlo: infermità e dolori insopportabili, degrado irreversibile del corpo e della mente, stadi terminali di patologie incurabili.

Chiesa e Stato, forti di una scienza medica che sa rianimare e tenere in vita i corpi, prolungandone la durata biologica come insieme di funzioni organiche, ma che non distingue la vita della persona come capacità di relazionarsi a sé e agli altri, nella propria integrità e dignità. La modernità ha dunque rimosso la morte. È una morte vissuta in solitudine, privata di rituali di passaggio, in balia dei bollettini medici, del dolore fisico e della paura.

Non fu così per i filosofi di un tempo. Il cammino che li condusse alla saggezza, è legato al concetto di rassegnazione che essi analizzavano al pensiero di dover morire. Alla rinuncia ai piaceri e agli incanti della vita e all’abbandono degli onori e delle vanità di questo mondo per giungere alla riva estrema in serenità perfetta. Il romanziere russo Boris Pasternak disse che «tutta la filosofia si presenta come lo sforzo immenso per superare il problema della morte e del destino». Il filosofo Fontanelle (1657-1757) agli amici che lo circondavano e che gli chiedevano che cosa sentisse, il centenario morente rispose: «Sento una difficoltà d’essere».

«La morte di Ivan Il’ic» di Tolstoj è un testo spartiacque, quella del conte russo è una morte allo stesso tempo antica e moderna, perché ci troviamo in presenza di due diverse antropologie, quella antica che accetta il trapasso e ne fa un momento di possibile riconciliazione con sé, con i propri cari e con il mondo, in una prospettiva umanistica ancora prima che cristiana, e quella moderna che dipende dalla medicalizzazione fino a diventarne ostaggio.

Ci si trova dunque in presenza di una massa di “mortali” spaventati dall’idea stessa della morte, e di una esigua schiera di pensatori per i quali la morte appare come un tema centrale che dà luogo a “variazioni” e meditazioni modulate all’infinito, con due poli decisamente opposti, l’angoscia, la disperazione delle filosofie umanistiche che temono la fine dell’esistenza dando prova di una inquietudine permanente davanti alla morte – e la gioia, la serenità dei sistemi filosofici per i quali esiste una speranza autentica di una vita futura.

L’individuo moderno è lasciato solo davanti alla morte

sul confine fra ciò che si considera naturale e ciò che è artificiale, nel confronto impari con la ricerca biologica e medica che tale confine allarga e sposta di continuo. La rappresentazione del senso della morte è diventata tabù, almeno quanto nell’Ottocento lo era la rappresentazione del sesso.

La Rochefoucauld (filosofo francese 1613-1680) scrisse: «Il sole e la morte non possono guardarsi in faccia», con questa frase egli tracciò una linea di demarcazione tra chi non ha paura di morire e l’immensa folla degli astanti, perpetuamente assillati dal timore pusillanime di un decesso prematuro.

Dire che «gli uomini non pensano che a questo» pare dunque largamente giustificato, dove «questo» sottintende forse o l’amore (Eros) o la morte (Thanatos). Il pensiero della morte rimane l’ossessione permanente di quattro quinti dell’umanità.

Tutti noi ci chiediamo quanto tempo ci resta ancora da vivere. Quanto tempo? Non ci è dato saperlo. Ora ipotizziamo di dover vivere a lungo, cambierebbe qualcosa? Cambierebbe se lo sapessimo per tempo, ma anche così, giunti a quella fatidica data saremmo ancora più spaventati per la certezza che essa ci dà. È il non sapere quella data che la morte da carattere alla vita. Poiché la morte costituisce essenzialmente una chiusura del tempo della prova, e del tempo in cui ci è stato concesso, essa riflette una incredibile preziosità su tutti i momenti della nostra vita. Questa è la vera funzione della morte.

Ma la grande originalità della nostra epoca (da una cinquantina d’anni a questa parte) è l’occultazione della morte,
 

il cui posto è stato volutamente ristretto – nascosto, quasi totalmente soppresso – nella civiltà contemporanea. La morte è diventata un argomento tabù. Il lutto è scomparso (l’abito da lutto, un tempo di regola, è diventato facoltativo), le tombe sono meno visitate e fiorite. Il periodo di lutto che seguiva la morte (ci si asteneva dal partecipare a spettacoli, cene feste) si è accorciato. Non si muore più a casa propria, circondati dai familiari e dagli amici, ma si muore all’ospedale, come straforo, nascosti a tutti ad eccezione dei “professionisti della morte”, medici infermieri e imprenditori delle pompe funebri, che organizzano il prima e il dopo morte per il meglio comfort dei sopravvissuti.

Lucrezio, discepolo di Epicuro chiarisce l’atteggiamento del filosofo quando dichiara: «Come non rendersi conto che nella vera morte non ci sarà un altro me stesso che, rimasto vivo, possa deplorare la mia diparita». La morte, dunque, non può essere oggetto né di una definizione precisa , né di un pensiero chiaro. L’uomo e la morte non si incontrano mai perché o si è ancora vivi e non ci si è incappati, oppure la morte è già sopravvenuta e allora è l’io che non è presente per accorgersene. Socrate esprime questa idea nei seguenti termini: «Finché ci siamo, lei non c’è, e quando viene, non ci siamo noi».

Non c’è che il famoso Lazzaro che dopo la resurrezione avrebbe potuto venire a spiegarci che cosa è la morte, anche se è anche colui che l’ha provata per ben due volte.

Dobbiamo accettare di morire, ma dobbiamo desiderare di vivere. Dobbiamo accettare di morire, ma dobbiamo desiderare di vivere per sfruttare il talento della vita. Perché 5 minuti in più in questo mondo vogliono dire 5 minuti di possibilità di merito. Vogliono dire allungare la strada per il raggiungimento del migliore coronamento di noi stessi. La morte di coloro che nella vita hanno indovinato tutto, quelli che hanno fatto il loro dovere, i miti e gli umili di cuore. Per costoro nel momento del loro tramonto essi sono raccolti, con una fedeltà impressionante e tutti i colori della loro vita, prescindendo dal tipo di malattia che hanno avuto, dai dolori più o meno forti, sono trapassati con serenità e speranza. Si è saputo che un Generale del nostro esercito ebbe la disavventura di essere stato sepolto da una valanga, egli raccontò cosa successe quando avvertì la fine, senza avere nulla di danneggiato. Era sepolto, e a un certo momento ha avvertito i sintomi che indicavano l’avvelenamento dovuto al fatto che lì sotto si respira soltanto anidride carbonica e manca l’ossigeno. Così pensò che poteva campare ancora sei o sette minuti. Ed ecco in quel momento, come se una luce infinita si fosse accesa dentro di lui, ha visto tutta la sua vita, tutta, i particolari di essa gli si sono messi davanti come una carta geografica che egli vedeva tutta insieme e nei minimi particolari e si sentiva perfettamente lucido e cosciente, cosa che in tutta la sua vita non aveva mai sentito e provato. Né prima né dopo. E allora capì tutto quello che non aveva mai capito prima. Chiese perdono a Dio, e si sentì subito bene. Proprio nel momento in cui si spegneva, lo hanno dissepolto. Allora perse conoscenza, ma era incominciata la dedizione, credendo di aprire gli occhi nell’aldilà, si trovò ad aprirli in questo mondo.

Ci sono stati tanti casi di pre-morte, ma questa è davvero impressionante.

Alla trama ordita dalla morte non c’è che da opporre la trama ordita dalla vita, la trama della realizzazione. Si dice dormire il sonno dei giusti. La notte scende ma il cuore è colmo di gioia e di speranza e attende il sorgere della nuova alba senza tremore.

«Io ho l’anima mia distesa e tranquilla: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima mia».

Salmo 131,2.

 

 

 

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Un commento

  1. antonio rapelli

    11 febbraio 2018 a 17:25

    LA MORTE OCCULTATA:

    A chi gli chiedeva un pensiero sulla morte Einstein rispondeva:La tragedia della vita non è la Morte ma ciò che muore dentro ogni uomo col passare dei giorni.

    rispondere

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