«Chi vorrà considerare con attenzione la qualità delle acque di uso pubblico per le terme, le piscine, le fontane, le case, i giardini suburbani, le ville, la distanza da cui l’acqua viene, i condotti che sono stati costruiti, i monti che sono stati forati, le valli che sono state superate, dovrà riconoscere che nulla in tutto il mondo è mai esistito di più meraviglioso».

Plinio il Vecchio (23-79 d.C.)

La mitologia vuole che Roma sia nata da una sfida e da un fratricidio. Da quando due gemelli, che arrivarono dal fiume e lo scelsero come approdo e ne segnarono un confine dove sfidarsi. 

Sappiamo poi come andò a finire.

Dunque, Roma nasce dal e sul Tevere, non solo secondo la mitologia ma anche per le più recenti acquisizioni storiche. I primi insediamenti romani si dissetavano con la sua acqua. È infatti in prossimità del suo corso che sono sorti, così come hanno continuato a fare, fino a qualche secolo fa. 

Nel 1553, ad esempio, Papa Clemente VII andò a Marsiglia e le testimonianze raccontano che portò con sé diverse scorte di acqua di fiume che, all’epoca, veniva ritenuta salubre. Una storia che non stupisce se si pensa che, fino agli anni Cinquanta, la gente ci faceva il bagno.

Lo storico Sesto Giulio Frontino, soprintendente agli acquedotti romani sotto l’impero di Nerva, racconta nel suo De aquae ductu urbis Romae, – l’opera contiene notizie storiche, tecniche, amministrativo-legislative e topografiche sui nove acquedotti esistenti all’epoca -, parliamo del 40 a.C. dell’Impero Romano. Il Tevere non era la sola forma primitiva di approvvigionamento idrico. È documentata anche la presenza di moltissime sorgenti di cui, la maggior parte, ancora oggi distribuiscono acqua. Come la Fonte di Giuturna che si trova al centro del Foro romano, oppure quella del Tempio siriaco Lucus Furrinae al Gianicolo.

Nel 311 a. C. venne costruito il primo acquedotto, quello dell’Aqua Appia che fu il primo per l’approvvigionamento idrico della città di Roma che, fino ad allora, si serviva delle acque del Tevere, dei pozzi e delle sorgenti. L’intero percorso, completamente sotterraneo a 15 m di profondità, misurava 11,190 miglia romane (ca. 16,5 km.). Fu un prodigio d’ingegneria idraulica realizzato dai censori (censura era il magistrato di allora. N.d.A.) Caio Plauzio e Appio Claudio aveva una portata giornaliera di 841 quinarie, poco più di 34.000 m3 che giungevano a Roma ogni giorno. 

Siamo negli anni dell’espansione, la città cresce assieme ai suoi abitanti e alle loro necessità, tra usi termali e domestici a Roma c’è sempre più bisogno d’acqua. Così nel corso del tempo la rete idrica della città verrà ampliata con la costruzione di altri 10 acquedotti. Tra questi c’era l’acquedotto “Aqua Alsietina”. Costruito nel 2 a.C. da Augusto per il servizio della naumachia. Le naumachie erano simulazioni di battaglie navali svolte in bacini naturali o artificiali allagati per la circostanza, dove si rievocavano famose battaglie storiche. I naumacarii, cioè gli attori combattenti, erano nemici caduti schiavi, o gente assoldata al momento, o marinai pagati o criminali condannati a morte cui veniva risparmiata la vita se dimostravano abilità e coraggio. L’acquedotto era probabilmente destinato fin dall’origine ad un tale scopo: l’acqua infatti non era potabile, e quando non veniva utilizzata per la naumachia era impiegata a scopi agricoli e per l’irrigazione dei “giardini di Cesare”, il parco che lo stesso Cesare volle fosse reso pubblico dopo la sua morte. In considerazione del notevole salto di quota che l’acqua compiva scendendo dal Gianicolo, sembra probabile anche una utilizzazione per il movimento delle pale dei mulini di Trastevere. Mulini che fin dal II secolo d.C. esistevano sul fianco del Gianicolo, che da San Pietro in Montorio scende ripido verso il Tevere, e sfruttando la caduta dell’acqua, che l’Imperatore Traiano aveva derivato dalla zona dei monti Sabatini.

L’acqua nell’Urbe iniziò a scarseggiare proprio nel periodo peggiore: quello delle invasioni barbariche. Durante l’assedio dei Goti a Roma nel 537 d.C., sotto il re ostrogoto Vitige, che ordinò il taglio degli acquedotti per impedire l’arrivo dell’acqua potabile alla città e assetarla. La mancanza d’acqua fermò anche i mulini del Gianicolo che furono riattivati, in una nuova posizione, solamente nel XVI secolo quando papa Paolo V Borghese (1607-1612) costruì l’acquedotto del lago di Bracciano.

Fu infatti l’Imperatore Traiano nel 108 d.C. che iniziò il prelievo dalle alture dei Sabatini, lungo l’arco nord-occidentale del lago di Bracciano. Largamente riutilizzato sotto Paolo V, che lo ricostruì nel 1608, è per questo che tutti lo conoscono come “Acquedotto Paolo”. In realtà nasce, in età traianea, come “Aqua Traiana”. Quello era uno dei periodi di massimo splendore dell’Impero ed ogni abitante aveva a disposizione ben 1.000 litri di acqua potabile al giorno. 

Oggi ce ne spettano poco più di 400.

Non si deve pensare che tutto funzionasse alla perfezione. I guasti, come oggi, c’erano anche all’ora. La tecnica del trasporto dell’acqua non li scongiurava ma, allo stesso tempo, ne garantiva la riparazione. Il sistema di rigenerazione di allora era molto differente dall’attuale perché prevedeva un percorso aereo su arcuazioni in muratura o in galleria, così da individuare immediatamente le perdite. Oggi, invece, le condutture sono sotto terra ed è molto più difficile accorgersi del danno ed effettuare la manutenzione. Insomma, come dimostrano le strade spesso allagate, le possibilità d’intervento immediato non sono certo frequenti. 

Gli acquedotti romani, dunque, furono costruzioni molto sofisticate, il cui livello qualitativo non ebbe eguali per oltre 1000 anni dopo la caduta dell’Impero Romano.

La foto: Scorcio del Parco degli Acquedotti a Roma.

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2 Commenti

  1. Antonio Rapelli

    28 luglio 2017 a 16:24

    Cesare amava la scienza della guerra, dell’edificare, dell’idraulica.
    Per l’idraulica aveva una vera passione.
    Nel “De Bello Gallico”, tra le pagine dei racconti bellici, si sofferma lungamente e dettagliatamente sulla costruzione di un ponte sul Reno, messo in piedi in soli 10 giorni. La rapidità era una delle sue principali doti, che esigeva anche dai suoi ingegneri da lui seguiti giornalmente nella costruzione del ponte, mentre infuriava la battaglia.
    Cesare attribuiva all’acqua e agli acquedotti un’importanza vitale. L’acqua disseta, è ponte, è muro, congiunge, contiene, traghetta.
    L’acquedotto romano è la prova più concreta di civiltà e di intelligenza che ci lascia quest’uomo oltre alle sue sbalorditive vittorie sui campi di guerra.
    Beato quel popolo che ebbe un “dittatore” illuminato come Cesare.

    rispondere

    • Riccardo Alberto Quattrini

      28 luglio 2017 a 16:52

      Purtroppo di grandi uomini non ci sono più donne incinte. Sciascia fu grande nel dividere l’umanità in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà, che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, e di questi ce ne sono tantissimi.

      rispondere

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