“Alcuni uomini possiedono per loro natura una ragione sviluppata solo fino al punto di poter obbedire alle direttive altrui. Questi sono gli schiavi.”

Aristotele.
Inghilterra, prima metà dell’Ottocento, Matthew Faulkner (nome immaginario) corre a perdifiato verso la fabbrica di coperte, e piange. Sono le cinque del mattino, e ben due miglia di strada separano il sobborgo dove vive dallo stabilimento tessile in cui lavora. E’ un periodo intenso per la produzione e Matthew avrebbe già dovuto trovarsi davanti alla tessitrice meccanica, a ripetere qui movimenti sempre eguali fino alle 9 di sera, con un breve intervallo per il pasto. Invece, tornato a casa troppo stanco la notte prima, oggi si è svegliato più tardi. Per questo piange: sa che per il ritardo come minimo gli toccherà la cinghia. Ad altri, per esempio quelli che rallentano il ritmo o si addormentano sfiniti, capita di peggio: bastonate, capelli rasati a zero, mani infilate a forza sotto le spolette delle filatrici fino a farle sanguinare e altro ancora. Matthew piange perché ha solo otto anni.

Era questo lo scenario che si presentò agli occhi del tedesco Marx quando iniziò il suo esilio in Inghilterra. La prima potenza industriale del mondo ispirò così il futuro padre del comunismo. La Rivoluzione industriale aveva travolto il mondo contadino e artigiano, con contraddizioni sconcertanti, alimentando una massa umana abbruttita dai ritmi di un capitalismo rapace e ancora senza regole. Le pesantissime condizioni delle masse operaie furono denunciate da intellettuali e politici di tendenze liberali o socialiste dell’epoca, scrittori come Charles Dickens, Arthur Conan Doyle ma anche Friedrich Engels, amico e collaboratore di Marx, scrisse un crudo reportage su una situazione che conosceva da vicino, in quanto suo padre era comproprietario di un cotonificio a Manchester.

Quella situazione non nacque certo dal nulla. L’invenzione cardine fu quella del motore a vapore. Esso consentiva potenze maggiori di quelle finora disponibili. Se, ad esempio, un cavallo in corsa può produrre 8 kW per brevi tratti, ma per una intera giornata non può produrre più di 0,7 kW. Il motore a vapore, quindi, ha facilitato l’estrazione e il trasporto del carbone, aumentando così la potenzialità del motore stesso. Un altra applicazione fu quella di muovere il mantice nelle fonderie o usato fin dal 1787 nelle filande. Nella primitiva industrializzazione (XVI-XVII sec.), le attività manifatturiere erano sparse per le campagne, nelle quali veniva sfruttata l’energia delle acque correnti per azionare i macchinari. A causa di questa dislocazione, il prodotto veniva preparato dalle donne nelle fattorie e ritirato da “proto-industriali” che si spostavano da una fattoria all’altra sia per ritirare il prodotto finito sia per distribuire la materia prima.

Il nuovo sistema industriale, invece, prevedeva l’impiego di operai che lavoravano all’interno delle fabbriche e la sostituzione delle fonti di energia tradizionale (animali, vento e acqua) con fonti combustibili (carbone) che permisero l’introduzione delle macchine a vapore. L’Ottocento fu dunque un’epoca di grandi trasformazioni: in cinquant’anni la popolazione europea lievitò da 188 a 247 milioni di abitanti, quella inglese nell’arco di un secolo da 9 a 41 milioni.

Nebbia ovunque, […] Nebbia giù per il fiume che corre insudiciato tra le file di navi e le sozzure che giungono alla riva di una grande (e sporca) città. […] Luce a gas che balugina nella nebbia in diversi punti delle vie”. Queste sono le prime righe di Casa desolata romanzo di Charles Dickens, (1812-1870).

Con l’avvento della meccanizzazione si alimentò la fame di ferro e carbone per costruire e far funzionare i nuovi marchingegni a vapore. Dalla Germania all’Inghilterra, dal Belgio alla Francia si inauguravano impianti minerari, che per schiere di ex agricoltori significarono passare il resto dell’esistenza nelle viscere della terra, come ben descrisse lo scrittore Émile Zola nel romanzo Germinale. Nel 1884, per scrivere il romanzo, Zola ha visitato una miniera sita nella cittadina di Anzin a Nord della Francia la più importante dell’epoca. Il suo personaggio Étienne Lantier, dall’alba al tramonto nella semioscurità e col piccone in mano, tra l’aria viziata dei cunicoli divisi da paratie da aprire e chiudere, aiutati da baby-scavatori di 5 o 6 anni, con il pericolo costante del grisou, la micidiale miscela infiammabile di metano e aria. Come una premonizione, il romanzo precedette di vent’anni la catastrofe mineraria di Courrières, dove persero la vita 1099 minatori.

Nel ‘700, prima dell’avvento della Rivoluzione industriale, si pensava che il progresso tecnico e scientifico che circolava sulla stampa, avrebbe garantito una vita migliore per tutti. Uno di questi, Jeremy Bentham un politico radicale e un teorico del diritto anglo-americano, pensava che: democrazia e libera iniziativa, se mediati dalla finalità del bene comune, potevano dare la felicità. Un ottimismo che si ritrova nella Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti: “Noi riteniamo che queste siano verità autoevidenti; che tutti gli uomini sono nati uguali, che sono dotati dal loro creatore di diritti inalienabili, che fra questi vi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità”. Ben presto (e prima di Marx) qualcuno si accorse che le cose non sarebbero state semplici.

Adeguarsi, divenne il verbo di allora per stare appresso al nuovo che avanzava. Anche in paesi dove il ferro e il carbone scarseggiavano, come l’Italia, la Rivoluzione chiese il suo tributo. In Sicilia la domanda di zolfo delle nascenti industrie francesi e inglesi fece fiorire per circa un secolo le solfatare. “Se non fosse stato per il bisogno del sonno, lavorare anche di notte non sarebbe stato niente, perché laggiù, tanto, era sempre notte lo stesso”. In una delle sue novelle Luigi Pirandello (1867-1936), il cui padre si era arricchito commerciando zolfo, tratteggia così il mondo delle solfatare di Sicilia. Vi erano bambini che trascinavano sacchi da 25 chili anche per 40 chilometri al giorno. Erano quasi 200, soprattutto nel Centro-sud dell’isola. La Sicilia borbonica, ricca di zolfo, fiutò l’affare già all’inizio dell’800. Le condizioni di lavoro erano al limite della sopportazione umana, esse ingoiavano nelle loro viscere puzzolenti 40 mila minatori, adulti e “carusi”. Si trattava di bambini di tra i 5 e gli otto anni, ceduti dalle famiglie con contratti di “soccorso morto” o “affittanza di carne umana”. Con una piccola somma poteva disporre per anni di piccoli schiavi. Uno sfruttamento crudele e disumano che terminerà solo nei primi decenni del ‘900, e solo per motivi puramente economici: il declino del settore per la concorrenza Usa.

Lo zolfo serviva per ricavare acidi e coloranti, oltre che combustibili e minerali utili per l’industria tessile. Fu proprio Marx, nel Capitale, a descrivere il lavoro alienante di questa categoria di operai. In precedenza, i ritmi nei campi o in bottega erano dettati dalle stagioni o dalle richieste dei clienti, ma le fabbriche dovevano funzionare anche per 18 ore al giorno in base ai tempi imposti dal ciclo produttivo e dalle macchine. Gli ambienti delle filande erano tra i più insalubri: capannoni con finestre quasi sempre chiuse, temperature intorno ai 30 gradi aria satura di residui di fibre, che entravano nei polmoni e si infilavano persino nelle ciotole del pranzo. Engels scrisse di operai condannati a respirare “più polvere di carbone che ossigeno, per lo più dall’età di sei anni”, e per questo in breve privati di “forza e gioia di vivere”. Il tutto in una cornice: “di alcolismo, sifilide e malattie polmonari diffuse ai limiti del verosimile”.

Dunque ammalarsi in fabbrica era assai facile, morire ancora di più, se si considera che a metà del XIX secolo, in Inghilterra, il 75% della forza lavoro era formata da donne e bambini, stesse proporzioni si trovavano negli stabilimenti di Svizzera, Belgio, Germania, e una ventina d’anni più tardi anche in Italia. Era la miseria che spingeva le famiglie stesse a spedire bimbi e ragazze nelle fabbriche. Non da meno erano le parrocchie anglicane, che praticamente vendevano alle fabbriche, grazie a contratti di apprendistato coatto che poteva durare fino a sette anni, interi “plotoncini” di orfani. La giustificazione era che il lavoro li avrebbe sottratti ai vizi della strada. Naturalmente venivano pagati molto meno degli adulti, ed erano più agili di questi ultimi. Si è scoperto grazie a certi documenti dell’epoca, che nelle manifatture di Litton (contea di Somerset) i sorveglianti erano soliti stringere tra le unghie le orecchie dei bambini fino a trapassarle, mentre un altra punizione consisteva nell’appenderli per i polsi e lasciarli così appesi sopra una macchina in movimento. Perdere una mano in quelle circostanze era cosa assai facile e diffusa. Chi rischiava maggiormente erano i bambini, impiegati nella raccolta dei bioccolidi cotone nei cotonifici. Il bioccolo è il fiocco di lana non filato. Questi bambini, soprannominati scavergers (spazzini), stavano sdraiati per ore sotto le macchine in movimento, con il costante terrore di alzare troppo la testa e vedersi strappare le ciocche di capelli, o qualcosa di più, dagli ingranaggi in moto.

L’urbanista inglese Lewis Mumford (1895-1990) scrisse: “L’industrializzazione, la principale “forza creativa” dell’Ottocento, inaugurò il più orribile ambiente umano che il mondo avesse mai visto”. Nel corso dell’800 un inglese su due andò a vivere in città. Un caso significativo fu quello di Manchester, che in pochi decenni passò da piccolo centro a mezzo milione di abitanti inglobando tutta una serie di slum (baraccopoli) quartieri dormitorio cresciuti in modo caotico intorno alle fabbriche, nella totale assenza di servizi adeguati. Intere famiglie abitavano un unica stanza (cellar) senza finestre o con piccole prese d’aria. La promiscuità portava a violenze e soprusi. Se l’alcol scorreva a fiumi, in tavola di solido c’era ben poco: un piatto di patate e avena, un po’ di pudding fatto con farina e acqua. La carne la si vedeva solo a Natale. La vita media, in un tale contesto, non superava i 45 anni. La Gran Bretagna, che ospitò Marx e che fece da apripista alla lotta sociale, dovette comunque aspettare parecchi anni prima che associazioni operaie riuscissero a far penetrare nel mondo del lavoro civiltà e diritti umani. Il vero “spettro” che si aggirava per l’Europa non era quello del comunismo, ma quello della fame.

 

Bibliografia

Novelle per un anno –  Luigi Pirandello, vol. II, tomo II 

Narrativa moderna e contemporanea – Oscar Mondadori 688 pagine 

Etica nicomachea (Testi a fronte)

di Aristotele – A cura di Carlo Mazzarelli/ Bompiani editore.

Focus Storia – Scoprire il passato, capire il presente

rivista mensile di cultura, maggio.

Perché Marx aveva ragione – by Terry Eagleton. Pubblicato da Armando.

La prima rivoluzione industriale – Le vie della civiltà

Phyllis Deane tradotto da C. Rosio

Edizione 3Editore Il Mulino, 1990

Featured image, Sheffield, Inghilterra.

 

 

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