Nella persona che ride la pelle del volto si tira, le guance si gonfiano e il colore della pelle si fa più acceso, le sopracciglia si sollevano e si arcuano, il naso si allarga, gli occhi brillano, le pupille si dilatano e gli angoli della bocca si sollevano. A volte la bocca si apre alla risata lasciando scoperti i denti.

(Pasquinelli)

   Partendo dal divertente libro di Pedro Gonzàlez Calero: “Rido, ergo sum”; un archivista, documentarista, professore di filosofia e burattinaio frustrato. Vive a Madrid, è repubblicano e ateo. Non gli sarebbe tuttavia dispiaciuto vivere nell’Atene del V secolo a.C. e passare i suoi pomeriggi in compagnia di Socrate. Egli nel suo libro si chiede: la filosofia è compatibile con l’umorismo? È possibile penetrare le complessità del reale e sciogliere i segreti della conoscenza a suon di spiritosaggini? I filosofi sono tutt’altro che austeri e privi di humour. Alcuni di loro si rivelano veri maestri d’ironia. È stato appurato che i bambini ridono molto di più rispetto agli adulti: un bambino ride in media circa 300 volte al giorno rispetto ad un adulto medio, che ride solo circa 20 volte al giorno; tuttavia questo può dipendere dal carattere di una persona.

   Una vera e propria incazzatura no, ma un po’ d’irritazione la susciterebbe, in Platone, sapere che per milioni di liceali di tutto il mondo lo studio della filosofia comincia con una sua barzelletta contenuta nel dialogo Teeteto. Riguarda Talete, abitualmente presentato per primo tra i filosofi presocratici, ed è lo stranoto episodio che vede il milesio cadere in un pozzo ed esser preso in giro da una servetta: «Ti preoccupi tanto delle cose che stanno in cielo, però non vedi dove metti i piedi». S’irriterebbe, il più brillante allievo di Socrate, poiché lui il riso non lo sopporta: nella sua Repubblica ideale non ha cittadinanza. Come Platone più o meno la pensano Protagora, Epitteto, la Bibbia, le regole monastiche medievali.

Dunque, la filosofia è compatibile con l’umorismo? È possibile penetrare le complessità del reale e sciogliere i segreti della coscienza a suon di spiritosaggini? I filosofi, in verità, sono tutt’altro che austeri e privi di humor. Alcuni di loro si rivelano veri maestri d’ironia. Se dunque, come dice Pascal, “burlarsi della filosofia è già fare filosofia”, è possibile raccontare i più alti esiti della storia del pensiero attraverso le arguzie e gli aneddoti di cui i filosofi sono stati protagonisti.

   Ultima settimana del novembre 1327. Il novizio Adso da Melk(1) accompagna in un’abbazia dell’alta Italia frate Guglielmo da Baskerville, incaricato di una sottile e imprecisa missione diplomatica. Ex inquisitore, amico di Guglielmo di Occam e di Marsilio da Padova, frate Guglielmo si trova a dover dipanare una serie di misteriosi delitti (sette in sette giorni, perpetrati nel chiuso della cinta abbaziale) che insanguinano una biblioteca labirintica e inaccessibile. Per risolvere il caso, Guglielmo dovrà decifrare indizi di ogni genere, dal comportamento dei santi a quello degli eretici, dalle scritture negromantiche al linguaggio delle erbe, da manoscritti in lingue ignote alle mosse diplomatiche degli uomini di potere. La soluzione arriverà, forse troppo tardi, in termini di giorni, forse troppo presto, in termini di secoli. È una breve sunto del noto romanzo di Umberto Eco, Il nome della Rosa uscito nel 1980 che grazie alla trasposizione cinematografica, ebbe un successo planetario. Ma cosa mai cela quell’austera biblioteca di così terribile per determinare ben sette delitti? Il male assoluto viene da un libro, un opera considerata perduta che potrebbe far crollare tutta la Cristianità. In un passo fondamentale si assiste a un dialogo molto significativo tra due monaci dell’abazia: Jorge da Burgos il bibliotecario cieco, egli osserva che non è lecito ornare di immagini ridicole i libri che contengono la verità. Venanzio, devoto conoscitore di Aristotele, aveva parlato delle arguzie e dei giochi di parole come strumenti per scoprire meglio la verità, e che pertanto il riso non doveva essere cosa cattiva se poteva farsi veicolo di verità. Venanzio gran conoscitore del greco, disse che Aristotele aveva dedicato specialmente al riso il secondo libro della Poetica. È a questo punto che si concentra e si comprende il senso di tutto il romanzo. La Poetica risalente al 330 a.C., è il primo esempio della civiltà occidentale di un analisi dell’arte distinta dall’estetica e dalla morale. Il filosofo tratta della tragedia e dell’epica, ma anche della commedia e del riso, come dice Venanzio nel romanzo, ma non ne fa cenno. Forse una parte dell’opera è andata perduta? O forse non è stata mai scritta? Jorge è più sicuro che si tratti del secondo caso: «Perché», dice «la provvidenza non voleva che fossero glorificate le cose futili», come appunto il riso e la commedia. Ma nel romanzo Eco ribalta la storia, e crea uno pseudobiblion (un libro mai scritto ma citato come vero) nel quale scopriamo che nella biblioteca del convento è custodita l’unica copia esistente proprio del secondo libro della Poetica aristotelica! Appena messe le chiavi sul prezioso testo, si legge: «Nel primo libro abbiamo trattato della tragedia e di come essa suscitando pietà e paura produca la purificazione di tali sentimenti. Come avevamo promesso, trattiamo ora della commedia (nonché della satira e del mimo) e di come suscitando il piacere del ridicolo essa pervenga alla purificazione di tale passione». Non sembrano argomenti scabrosi: perché mai un testo del genere è stato tenuto segreto anche a costo di parecchie vite umane? Dov’è la sua pericolosità? È proprio Jorge a spiegarlo. «Ogni libro di Aristotele ha distrutto una parte della sapienza che la cristianità aveva accumulato lungo i secoli… Ogni parola del Filosofo ha capovolto l’immagine del mondo. Ma egli non era giunto a capovolgere l’immagine di Dio. Se questo libro fosse diventato materia di aperta interpretazione, avremmo varcato l’ultimo limite.» E più avanti dice: «nel libro di Aristotele si ribalta la funzione del riso, la si eleva ad arte, le si aprono le porte del mondo dei dotti, se ne fa oggetto di filosofia, e di perfida teologia […] La Chiesa può sopportare l’eresia dei semplici, i quali si condannano da soli, rovinati dalla loro ignoranza […], ma questo libro potrebbe insegnare che liberarsi dalla paura del diavolo è sapienza.» La legge si impone attraverso la paura, il cui nome vero è timor di Dio…

  Le riflessioni di Aristotele sul riso, dal mondo greco in poi, il tema del riso ha suscitato l’interesse dei filosofi (e non solo!). Le ragioni di tale attenzione sono difficili da stabilire: l’argomento appare complesso, multiforme e misterioso al tempo stesso. Il riso esprime, infatti, differenti stati mentali di non sempre facile decifrazione: gioia, derisione, ironia, affetto, aggressività, comprensione, scherno. Elementi fondanti, ad esempio, del Carnevale, festa che fonda le sue origini nel rinnovamento simbolico, dove il caos sostituiva l’ordine costituito, il Carnevale è la celebrazione del travestimento: di quella promiscuità ribelle che sovverte l’ordine naturale e morale stabilito da Dio: “La donna non si vestirà da uomo, e l’uomo non si vestirà da donna poiché il Signore, il tuo Dio, detesta chiunque fa queste cose” (De.22:5). La condanna è estesa ad ogni licenza dalla propria identità spirituale e dalle responsabilità etiche (So.1:89). Però, una volta esaurito, l’ordine e la morale riemergeranno in tutta la sua potenza. Se il mondo antico si mostrò piuttosto benevolo verso gli effetti prodotti dal riso, il pensiero cristiano, la Scolastica(2) in testa, condanna, senza appello, ogni sfumatura del fenomeno. È soprattutto la valenza gioiosa e giocosa, che impone una decisa censura e un richiamo a un austero rigore nella condotta. Il riso è interpretato da molti autori di questa filosofia come leggerezza inaccettabile: viene bandito dai luoghi di studio e di lavoro (i monasteri) perché giudicato espressione di chi è privo di contegno. Si assiste, dunque, alla sua demonizzazione: il riso distoglie dalla preghiera e dalla meditazione, dal contatto con Dio, che richiede il concorso della sola fede. L’excursus storico ci porta a tempi più felici, addirittura gloriosi. Siamo tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento. Nel Rinascimento il riso ha il suo momento di gloria. Lo scrittore Rabelais, autore di Gargantua e Pantagruel, sottolinea la funzione rivoluzionaria e dissacrante di questa particolare forma di espressività umana, il riso vince la paura esorcizzandola, scioglie ogni tensione esistenziale, rassicura e conforta gli animi. I due protagonisti dell’opera ricorrono all’uso terapeutico del riso, come antidoto all’angoscia e al dolore. (Una scoperta dei giorni nostri dove sono nate delle cliniche ad hoc), per anestetizzare angoscia e dolore. Un altro grande autore che nel suo capolavoro, L’elogio della Follia – parliamo ovviamente di Erasmo da Rotterdam(3) -, s’inventa la figura del saggio folle che guida gli uomini e li illumina sugli aspetti più risibili dell’esistenza: «Mi avete applaudito con un riso amabile e pieno di benevolenza, tanto che tutti voi presenti mi sembrati ebbri del nettare degli dei omerici con accompagnamento di nepente, mentre prima ve ne stavate seduti cupi e preoccupati». Per merito della follia (stultitia) l’uomo può abbandonarsi a comportamenti eccessivi, spontanei, dettati dall’istinto, solo in questo modo può accettare la tragicità dell’esistenza.

Per Pascal smaschera il fatuo, l’inutile, la superficialità, l’ipocrisia (11esima Lettera Provinciale) e viene impiegato con funzione polemica contro il lassismo gesuita. Cartesio fornisce del riso una spiegazione fisiologica: è l’afflusso d’aria emesso dai polmoni con spinta del sangue proveniente dalla milza che esercita una pressione sui muscoli della gola, del diaframma e del petto. La riduzione del riso a processo meccanico comporta per il filosofo Descartes una perdita del controllo razionale e priva l’uomo del suo contegno.

   Ci sono pensatori che non mostrano la stessa benevolenza. Per Hobbes(4), ad esempio, ridere è sinonimo di vanità, il riso è “tratto caratteristico della pusillanimità”, espressione di vanità, una sfida aggressiva e inaccettabile. Mentre per il padre dell’Illuminismo: François-Marie Arouet, meglio conosciuto come Voltaire. Nel Dizionario Filosofico leggiamo che l’uomo «è il solo animale che piange e che ride… Gli studiosi hanno sostenuto che questo riso nasce dall’orgoglio, che ci si crede superiori rispetto all’oggetto della nostra derisione… Chiunque rida prova unicamente gioia in quel momento».

Per Kant il riso ha una funzione terapeutica, produce armonia tra mente e corpo; è un fenomeno psichico che scatena una reazione fisica, si origina dalla scoperta di un’incongruità, da una realtà che ci appare come totalmente differente dalla nostra aspettativa. Per lui c’è però un riso di scherno e uno benevolo, mentre “Il sogghigno ha la stessa valenza dell’odio”.

   Arriviamo ai giorni nostri, ai pensatori e agli intellettuali che hanno compiuto profonde riflessioni sul concetto di riso e quel che ne deriva, a esempio le fondamentali differenze tra “umorismo”, “comicità”, “ridicolo”. Probabilmente il miglior esempio non solo del significato che può assumere il termine umorismo, ma anche dell’importanza che la comicità e l’umorismo hanno assunto nel rapporto tra riflessione e pratica artistica, è quello che nel 1908 Pirandello pubblicò attraverso un saggio dal titolo “L’umorismo”. Pirandello afferma che i concetti e gli ideali a cui vorremmo uniformarci per restare coerenti, altri non sono che maschere che l’umanità indossa per fissare la vita in forme stabili. Ma mentre costruiamo le nostre maschere, immobili, rigide; dentro di noi la vita continua come un flusso incessante, indistinto, irruente. Capita quindi che le maschere crollino, come se fossero fisicamente investite e distrutte dal flusso violento della vita. Secondo Pirandello, ciò permette di riconoscere e di mostrare agli altri la contraddizione da cui il crollo deriva.

In effetti, trovare l’equilibrio fra cuore e cervello non è impresa da poco. “Questo mondo è una commedia per quelli che hanno cervello, ma una tragedia per quelli che hanno cuore”, dice lo scrittore gotico del ‘700 Horace Walpole. Ridere consapevolmente e non come degli idioti, è una cosa seria. Sviluppa il pensiero critico, chiede di mettere fra parentesi i propri interessi particolari, di aver pazienza, coraggio, rispetto per l’altro. Del resto, se le cose andassero sempre bene, non si riderebbe più. Twain e Nietzsche hanno davvero poco in comune, ma al proposito la pensano allo stesso modo. “In Paradiso non si ride”, sostiene il primo, mentre per il secondo gli uomini sono gli unici animali che ridono perché sono quelli che soffrono davvero. La natura eclettica e nichilista del riso gli consente di essere buono anche quand’è cattivo, altruista quand’è cinico, costruttivo quando mena bastonate a destra e sinistra. Avviene con la satira (quella autentica), infiltratasi con arguzia nelle pieghe di ogni civiltà, dribblando le leggi non scritte del costume e della morale, fino a sbeffeggiare persino la morte.

NOTE

(1) Adso da Melk è un personaggio immaginario, co-protagonista e narratore nel romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco.

(2) Scolastica è il termine con il quale comunemente si definisce la filosofia cristiana medioevale, in cui si sviluppò quella scuola di pensiero detta anche scolasticismo.

(3) Erasmo da Rotterdam, in latino Desiderius Erasmus Roterodamus (Rotterdam, 1466/1469 – Basilea, 12 luglio 1536), è stato un teologo, umanista e filosofo olandese.

(4)Thomas Hobbes (Westport, 5 aprile 1588 – Hardwick Hall, 4 dicembre 1679) è stato un filosofo e matematico britannico, sostenitore del giusnaturalismo e autore nel 1651 dell’opera di filosofia politica Leviatano.

(fonti Wikipedia)

 

BIBLIOGRAFIA

González Calero Pedro Rido ergo sum. Ponte alle Grazie. (2008)

Aristotele Poetica Laterza 1998. Pascal Lettere provinciali Bur 1989.  Voltaire Dizionario filosofico Einaudi 1995.

Erasmo da Rotterdam Elogio della Follia Oscar classici. (1992)

Featured image, Francois Rabelais – Portrait

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