Sanremo è lo specchio della società italiana

La Sad

SANREMO SPECCHIO DELLA SOCIETÀ ITALIANA…

CHE SQUALLORE DI SOCIETÀ!


Sanremo è lo specchio della società italiana. Una sentenza, ripetuta ogni anno, che suona come una condanna. Non della musica italiana, completamente assente al Festival, ma della società che mette in campo una sfilata di casi umani. Nessuno, o quasi, che canti perché sappia cantare, perché abbia il piacere di farlo. Testi pessimi, ripetitivi. Musica inesistente. Parole biascicate, semi incomprensibili e questo è l’unico aspetto positivo.

 

 

 

 

Capite? Per Amadeus una gonna indossata da un uomo rompe gli schemi?!. (f.d.b.)

 

 

 

 

 

Una sfilata di “maranza” ripuliti, per riprendere la definizione che si sono dati i membri della teppaglia di giovani che spaventa Milano e che si sta estendendo alle altre città. Teppaglia impunita e che si rafforza quotidianamente grazie all’impunità. E se i maranza di origine garantita sono quasi sempre immigrati di seconda o terza generazione, gli imitatori sono italiani doc.

Tutti sicuri di poter fare ciò che vogliono. Aggressioni, accoltellamenti, rapine, borseggi. D’altronde l’allarme sociale, per i media politicamente corretti, non è rappresentato dalla teppaglia in libertà, ma da due giovani sposi che, al loro matrimonio a Varese, hanno fatto il saluto romano agli invitati: eh sì, sono questi i veri problemi. D’altronde anche a Sanremo, prima dell’inizio del Festival, i conduttori si sono esibiti nell’imperdibile Bella Ciao.

Il Battaglione Azov che combatte (ora meno) in Ucraina considerato dai giornalisti nostrani “BUONO” e studioso dei concetti kantiani.

Solo dopo il rituale hanno potuto dare il via all’esibizione di interpreti dei drammi individuali, della propria tristezza esistenziale, della propria inutilità superata solo grazie ai mega contratti ottenuti da un sistema che non premia la mediocrità solo perché la mediocrità rappresenterebbe già un salto di qualità impensabile ed irraggiungibile dalla gran parte dei sedicenti artisti.

Loredana Bertè

 

 

 

 

 

 

 

 

Non a caso per trovare un briciolo di musica bisogna ricorrere all’inossidabile Bertè. O agli ospiti esterni. Un grandissimo Allevi, gli interpreti di Romagna mia. Non proprio il nuovo che avanza. Ma il nuovo avanza di sicuro. Nel senso che è un avanzo non recuperabile e non riciclabile. Non va bene neppure nel bidone dell’umido.

Ed allora si ritorna sul palcoscenico dell’Ariston invece di organizzare un pullman con buona parte dei cantanti per condurli da altrettanti psicologi. Una terapia di gruppo che farebbe bene agli artisti e permetterebbe di evitare uno spettacolo deprimente.

Però bisogna riconoscere alla RAI il coraggio dell’autolesionismo. Perché mandare in onda programmi dedicati alla musica di Battisti, di Bertoli, di Battiato, di De André significa farsi del male quando poi a Sanremo si fanno sfilare (cantare è un verbo che non si addice, visti i confronti) personaggi musicalmente imbarazzanti.

Andrea Marcigliano
Augusto Grandi

 

 

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