Due figure bibliche per raccontare l’uomo moderno, sospeso tra disincanto e fuga.

«Sara e Giona: il futuro che non crediamo e il presente da cui fuggiamo»
Il riso di Sara e la fuga di Giona come metafora dell’Occidente smarrito
Redazione Inchiostronero
Nel racconto biblico, Sara ride alla promessa di un futuro impossibile; Giona fugge da un compito che non vuole assumere. Due gesti antichi che tornano oggi con una forza sorprendente. In un tempo che non crede più alle promesse e non ha più il coraggio delle responsabilità, Sara diventa il simbolo del disincanto contemporaneo, Giona quello della rinuncia morale. Il saggio esplora la loro figura come specchio dell’uomo moderno — ironico, scettico, spaventato — e come chiave per leggere una civiltà che ha smarrito sia l’attesa sia la risposta.
Introduzione — L’epoca del riso e dell’evasione
Viviamo in un’epoca in cui il riso è diventato una strategia di sopravvivenza.
Non il riso libero, luminoso, ma quello storto, che nasce quando non sappiamo più cosa farcene delle promesse — e neppure delle minacce. È un riso che assomiglia a una smorfia: un modo per prendere distanza dal mondo, per non lasciarsi ferire, per tenere a bada l’attesa.
Oggi si ride per non credere, come Sara, e si fugge per non rispondere, come Giona.
Due gesti antichi che la modernità ha trasformato in posture quotidiane. Perché credere costa, e rispondere pesa. Così ci proteggiamo con il sarcasmo, con l’ironia amara che disinnesca tutto, perfino i desideri. E quando l’ironia non basta, cerchiamo la fuga: distrazione, rumore, movimento, pur di non restare dove una scelta ci chiede il volto.
Siamo diventati maestri nell’arte dell’evasione: dall’impegno, dalla complessità, da ciò che ci chiama.
E insieme cultori di un riso che non nasce dalla gioia, ma dalla diffidenza.
In questo paesaggio interiore — fatto di difese sottili e stanchezze profonde — le figure di Sara e Giona tornano a parlarci con una chiarezza sorprendente. Lei ride dell’impossibile, lui scappa dal necessario. E fra i due si apre la mappa di un presente che teme tanto il futuro quanto il presente stesso.
Sono figure antiche che ci guardano, come se sapessero qualcosa di noi che noi stessi fatichiamo ad ammettere:
che il nostro riso è paura, e la nostra fuga è desiderio di non essere chiamati per nome.
Sara — Una vita tra fragilità e coraggio, oltre il riso
Prima del suo riso, Sara è una donna che ha attraversato deserti, paure e scelte difficili.
La Genesi la presenta come una figura di straordinaria resilienza: lascia la sua terra, affronta l’incertezza del viaggio, sostiene Abramo nelle sue decisioni — anche quando queste comportano rischi enormi. In Egitto, la sua bellezza la espone al desiderio del faraone, e solo un intervento divino la sottrae a un pericolo reale:
«Geova colpì il faraone e la sua casa con gravi piaghe» (Gen 12:17).
Non è la storia di una vittima passiva, ma quella di una donna che vive in un contesto duro, in cui la forza si misura con la capacità di resistere.
Abramo stesso, pur amandola profondamente —
«So bene che sei una donna di bell’aspetto» —
sa che la sua vita è legata alla sua. Eppure Sara non è definita solo dalla sua avvenenza: la tradizione la ricorda anche per una “bellezza interiore”, una qualità di carattere capace di radicarsi nella fede e nella lealtà, qualcosa che 1 Pietro 3:1-5 rivendica come valore superiore a qualunque ornamento esterno.
È una bellezza fatta di forza morale, di fiducia, di capacità di sostenere un cammino senza garanzie.
Perciò, quando arriviamo al celebre episodio del suo riso, non stiamo incontrando una donna superficiale o capricciosa, ma una vita intera che si comprime in un istante.
Sara ride perché ha visto molto, ha sofferto molto, ha creduto molto.
Il suo riso non è disprezzo: è fatica. È il sorriso sottile di chi teme che la speranza, una volta ancora, si riveli un inganno.
Dopo anni di attese, di promesse rinviate, di cammini pericolosi, come non comprendere quel moto istintivo?
Il riso di Sara è il gesto di una donna che protegge il proprio cuore, non un simbolo di incredulità sterile. È un modo umano — profondamente umano — per prendere distanza da ciò che potrebbe ancora ferire.

E proprio qui sta la sua grandezza:
da quel riso nasce un dialogo.
La promessa divina non la condanna: la raggiunge.
La invita a non ridurre la propria storia alla disillusione.
La chiama per nome.
Sara non è un’icona fragile: è un carattere.
È una donna che accetta di attraversare la propria ambivalenza, che vive la tensione tra la speranza e la paura, tra la fiducia e il timore di illudersi. E questo la rende incredibilmente vicina a noi:
la sua fede non è ingenua; è una fede che lotta.
Per questo è una figura così attuale:
non rappresenta la docilità, ma la complessità;
non la perfezione, ma la verità;
non la certezza, ma il cammino.
E quando infine la promessa si compie, non è solo la nascita di Isacco:
è la nascita di una nuova possibilità per lei stessa — la conferma che la vita può sorprendere anche chi ha imparato a difendersi.
Il riso di Sara non è più un muro: diventa una soglia.
La vita di Sara non si chiude con il prodigio della maternità.
Secondo la tradizione biblica, la sua storia si estende ancora a lungo: muore a 127 anni, quando Isacco — il figlio inatteso — ha ormai raggiunto l’età adulta. Sono anni silenziosi, poco narrati, ma densi di significato: anni in cui Sara vede compiersi ciò che aveva temuto, riso, atteso e infine abbracciato.
La Bibbia conserva la memoria della sua morte come un evento solenne, non accessorio. Abramo ne piange la scomparsa — è una delle rare volte in cui la Scrittura si sofferma sul lutto di un patriarca — e decide di seppellirla in un luogo preciso, scelto con cura: la Tomba dei Patriarchi, a Ebron.
È un dettaglio rilevante, perché quel luogo, che oggi custodisce le memorie di Abramo, Sara, Isacco, Rebecca, Giacobbe e Lea, verrà venerato per millenni da ebrei, cristiani e musulmani.
Non è solo una sepoltura: è la radice di una memoria condivisa, un punto in cui tre fedi riconoscono una stessa antenata.
Così la storia di Sara non termina nel riso, né nella gravidanza miracolosa, né nella fatica della vita nel deserto.
Termina in un luogo che diventa eredità, in una memoria che attraversa popoli e secoli.
La sua figura, così umana nelle sue paure e nel suo scetticismo, diventa con il tempo simbolo di una promessa che supera la fragilità dei singoli e si allarga ai discendenti, alle generazioni, alla storia stessa.
C’è qualcosa di profondamente poetico in questa traiettoria:
dalla donna che ride per non credere,
alla madre che vede compiersi un destino inatteso,
alla matriarca che riposa nel cuore di un luogo sacro per tre religioni.
Sara attraversa il tempo come una figura insieme fragile e luminosa.
La sua morte non chiude una vicenda: la consegna al futuro.
Giona — La fuga come malattia spirituale
La storia di Giona si apre con una chiamata e, subito dopo, con una fuga:
«Giona si alzò per fuggire… lontano dal volto del Signore» (Gio 1,3).
Non discute, non negozia, non protesta: semplicemente si sottrae. È un gesto netto, quasi impulsivo, come se la sola idea di essere coinvolto in qualcosa di troppo grande lo spingesse a correre nella direzione opposta.
Giona non fugge per malvagità, ma per timore: teme la complessità di ciò che gli viene chiesto, teme l’efficacia della propria parola, teme la responsabilità che comporta essere ascoltato.
Nella sua fuga si riconosce il tratto più tipico della nostra epoca: la tentazione di evitare ciò che potrebbe cambiarci.
Giona si imbarca verso Tarsis, la città invisibile che rappresenta ogni altrove possibile. E nella stiva della nave si addormenta, mentre sopra di lui infuria la tempesta. Il suo sonno non è riposo, è rifiuto: un modo di spegnersi per non vedere il mondo che reclama la sua presenza.
Quando viene gettato in mare — gesto che lui stesso suggerisce — la narrazione introduce una delle immagini più memorabili della Bibbia: un grande pesce lo inghiotte.
Non è un castigo, ma una clausura.
Non una fine, ma un confine.
Il ventre del pesce è il luogo in cui tutte le fughe terminano.
Buio, profondo, senza vie d’uscita, è lo spazio dove Giona non può più mascherarsi né distrarsi. È una notte interiore che custodisce e costringe allo stesso tempo: un deserto liquido in cui l’uomo incontra ciò che ha cercato di evitare.
Lì Giona prega — non una preghiera di rito, ma il grido asciutto di chi non ha più scuse né alibi. È il momento in cui la sua fuga si scioglie e viene restituita alla verità di un desiderio antico: tornare alla vita, ma in modo autentico.
Quando il pesce lo rigetta sulla riva, Giona non emerge come un eroe trasformato, ma come un uomo ricondotto a sé stesso, privato delle sue giustificazioni.
La sua missione non è diventata più facile: è diventato più difficile evitarla.
E così cammina verso Ninive, la città che aveva rifiutato, non perché ora sia coraggioso, ma perché non può più sostenere la finzione della fuga.
Ma la storia di Giona non è la storia di una vittoria morale.
Anche dopo aver compiuto il suo compito, resta fragile, inquieto, incapace di accettare che il mondo possa cambiare senza il suo controllo. È un profeta riluttante fino alla fine, un uomo che continua a imparare ciò che già sapeva: che non si può scappare da ciò che ci riguarda.
Giona è la figura della rinuncia morale tipica dell’uomo contemporaneo:
sa ciò che dovrebbe fare, ma non vuole farlo;
sente la chiamata, ma la evita;
intuisce il senso, ma sceglie il sonno.
La sua fuga è una malattia spirituale, ma anche una diagnosi: il nostro tempo, come Giona, vive sospeso tra ciò che lo chiama e ciò da cui scappa.
E come lui, scopre che nessuna fuga è abbastanza lunga da mettere a tacere la voce che continua a domandare: “Dove stai andando davvero?”
Due gesti speculari — Non crediamo più, non rispondiamo più
Il riso di Sara e la fuga di Giona potrebbero sembrare due movimenti opposti: una ride, l’altro scappa.
Eppure la loro distanza è solo apparente. I due gesti provengono dallo stesso luogo interiore: la paura del coinvolgimento.
Sara non vuole più esporsi alla promessa, Giona non vuole più esporsi al compito. Lei teme la delusione, lui teme la responsabilità. Entrambi temono di essere toccati da qualcosa che potrebbe cambiare la loro vita.
La Bibbia li mette su due strade lontane, ma la loro umanità li avvicina. Sara dice:
“Non accadrà.”
Giona dice: “Non voglio che accada.”
Il risultato, però, è identico: immobilità.
Il futuro è bloccato dal riso che non crede, il presente dalla fuga che non risponde.
Questa specularità illumina una dinamica profondamente nostra: abbiamo smarrito la fiducia nel domani e la capacità di incontrare l’oggi.
Viviamo in un tempo che diffida di tutto — delle istituzioni, dei legami, delle parole — e che allo stesso tempo elude ogni forma di responsabilità.
Non crediamo più e non rispondiamo più: due facce della stessa paralisi.
Sara rappresenta la frattura della promessa, il sentimento diffuso che nulla possa veramente cambiare.
Giona rappresenta la frattura dell’impegno, l’idea sempre più radicata che ogni compito sia troppo oneroso, troppo incerto, troppo rischioso.
In questa paralisi condivisa si intravede la condizione dell’uomo contemporaneo:
non è ostilità verso la vita, ma una specie di stanchezza profonda, una riserva cauta nei confronti del mondo. È come se ci muovessimo in una penombra interiore in cui ogni passo sembra eccessivo e ogni luce sospetta.
Sara e Giona diventano così due specchi che si riflettono: lei vieta al futuro di entrare, lui vieta al presente di chiedere. Tra questi due divieti si consuma un’intera visione del mondo, fatta di attese ridotte all’osso e di responsabilità spostate sempre un po’ più in là.
Il riso di Sara e la fuga di Giona, pur così diversi, ci ricordano che in fondo temiamo la stessa cosa: essere coinvolti nella vita senza avere la garanzia di uscirne indenni.
Preferiamo proteggerci dalla speranza e sottrarci al dovere. È la doppia grammatica dell’epoca: scetticismo e rinuncia.
Finché qualcosa non rompe la simmetria.
Per Sara sarà una nascita inattesa; per Giona, una città che cambia nonostante lui. Due eventi che ricordano a entrambi — e a noi — che la vita possiede una forza che supera le nostre difese.
La promessa non dipende dal nostro riso, né il compito dalla nostra fuga.
E forse la somiglianza più profonda fra Sara e Giona è proprio questa:
la realtà che li raggiunge comunque, nonostante il sorriso incredulo dell’una e il passo indietro dell’altro.
La voce che resta — La domanda che non possiamo eludere
Sara ride e Giona fugge, ma né il riso né la fuga hanno l’ultima parola.
La Bibbia mostra con una sobrietà che disarma come la vita continui a bussare, anche quando noi scegliamo di tenerla fuori. Le difese di Sara e l’evasione di Giona sono tentativi di rinviare un incontro, non di cancellarlo. A entrambi, infatti, la realtà si ripresenta: ostinata, discreta, inevitabile.
Per Sara la promessa non si ritira solo perché lei non ci crede.
L’annuncio rimane lì, davanti a lei, come un seme che insiste nonostante il terreno arido. La sua incredulità non neutralizza ciò che la vita vuole ancora offrirle. È una logica sorprendente: ciò che è possibile non dipende da quanto lo reputiamo credibile, e ciò che ci riguarda davvero trova sempre un varco, anche attraverso il nostro scetticismo.
Per Giona, allo stesso modo, la fuga non spegne la voce che lo chiama.
La tempesta non è una punizione, ma la forma concreta che prende la realtà quando ci rifiutiamo di ascoltare. È come se il mondo intero si facesse eco di una domanda a cui Giona tenta di sottrarsi:
«Dove stai andando?»
E nel ventre del pesce, quando ogni via di fuga è esaurita, Giona scopre che il silenzio non annulla la domanda: la amplifica.
Questa è forse la verità più nuda che la narrazione trasmette:
ci sono parole che non possiamo eludere, perché non vengono dall’esterno ma da ciò che siamo.
Sara non può sottrarsi al desiderio di credere ancora, anche se lo nasconde sotto il riso; Giona non può sottrarsi alla responsabilità di essere se stesso, anche se la rifugia nel sonno e nella distanza.
In questo, la loro vicenda ci interroga direttamente.
Possiamo dubitare, rimandare, sviare, proteggerci. Ma prima o poi la vita ci ripresenta il nodo essenziale:
che cosa desideri davvero?
che cosa rifiuti di affrontare?
qual è la voce che continui a sentire, anche quando fai finta di non sentirla?
Non è una voce morale, né minacciosa. È una voce interna, discreta e tenace, che ci appartiene. Una voce che non pretende risposte immediate, ma non accetta di essere cancellata. Una voce che non ci chiede eroismi, ma verità.
E così il riso di Sara e la fuga di Giona diventano due lati dello stesso cammino:
il punto esatto in cui finisce la difesa e inizia la domanda.
Una domanda che, per quanto cerchiamo di evitarla, resta, ritorna, ci segue.
E che, prima o poi, ci costringe a riconoscere che non si può vivere all’infinito rifiutando la promessa o eludendo il compito.
La voce che resta non è un’ombra che incalza: è un invito.
Un invito ostinato a smettere di nasconderci dalla vita e a incontrarla, finalmente, senza le nostre riserve più profonde.
Conclusione — Tra il riso e la fuga, la possibilità della presenza
Sara ride per difendersi dal futuro; Giona fugge per difendersi dal presente.
Due gesti diversi che nascono dalla stessa radice: la paura di essere coinvolti nella vita, senza garanzie. Eppure, proprio lì dove crediamo di proteggerci meglio — nelle nostre ironie e nelle nostre fughe — lasciamo scoperti i punti più vulnerabili: il desiderio e il compito.
Il riso di Sara, così come la fuga di Giona, non riescono a neutralizzare ciò che li chiama.
La promessa continua a cercare Sara; la responsabilità continua a cercare Giona. È una lezione antica, ma lucidissima: la vita non si lascia chiudere fuori.
E quando torna, non lo fa con violenza, ma con una tenacia discreta, come un bussare che non pretende nulla e allo stesso tempo chiede tutto.
Ciò che accomuna Sara e Giona è la scoperta che la loro difesa non basta.
Sara, pur ridendo, accoglie una nascita che riapre il tempo; Giona, pur fuggendo, vede accadere ciò che voleva evitare. Entrambi comprendono che la realtà avanza comunque, con una forza che supera il nostro scetticismo e le nostre esitazioni.
La loro vicenda ci suggerisce che esiste sempre una possibilità di presenza, anche fragile, anche tardiva.
Presenza non come entusiasmo forzato o ottimismo ingenuo, ma come atto minimo di disponibilità: smettere di ridere per non credere, smettere di fuggire per non rispondere. Restare, almeno un momento, davanti a ciò che ci riguarda.
Forse il nostro tempo ha bisogno proprio di questo:
non di promesse giganti, non di compiti titanici, ma di una piccola, coraggiosa sospensione delle difese.
Un istante in cui concediamo al futuro di toccarci e al presente di chiamarci.
Tra il riso e la fuga si apre un varco: quello di un’umanità che non rinuncia del tutto alla speranza e non abdica del tutto alla responsabilità. È in quel varco che può nascere una presenza nuova — più sobria, più umile, più vera.
Una presenza che non pretende di dominare la vita, ma semplicemente di esserci, finalmente.
Nota dell’autore
Questo testo nasce dal desiderio di interrogare due figure bibliche spesso considerate marginali e invece straordinariamente attuali.
Sara e Giona non sono modelli morali, ma specchi: mostrano le nostre difese più intime — il riso che maschera la sfiducia, la fuga che evita la responsabilità — e ci ricordano che la vita continua a chiamarci anche quando facciamo di tutto per non ascoltare. Scrivere di loro è stato un modo per raccontare la fragilità del nostro tempo senza rinunciare alla possibilità di una presenza più autentica, più umana, più vigile.
Bibliografia essenziale
– La Bibbia, Genesi 18; Libro di Giona
– André Wénin, Da Adamo a Abramo. Antropologia e teologia della Genesi, EDB
– Erri De Luca, Giona, Feltrinelli
– Paul Beauchamp, L’uno e l’altro Testamento, EDB
– Abraham J. Heschel, Dio alla ricerca dell’uomo, Borla
– Guido Ceronetti, Il libro di Giona, Adelphi
– Luigino Bruni, La trasparenza del testo. Letture bibliche, Città Nuova
