Una parola tedesca per raccontare uno dei sentimenti più antichi e meno confessati dell’uomo.

Schadenfreude. Ritorno al convento, di Eduardo Zamacois y Zabala , 1868. Il dipinto raffigura un gruppo di monaci che ridono mentre un monaco solitario lotta con un asino.

 «Schadenfreude. La parola che dà un nome alla gioia per il male degli altri»

Una riflessione filosofica sul piacere della disgrazia altrui.

Redazione Inchiostronero


Nota redazionale

Esistono parole che sembrano impossibili da tradurre perché racchiudono un’intera esperienza umana. Schadenfreude è una di queste. Composta dai termini tedeschi Schaden («danno», «disgrazia») e Freude («gioia»), indica il piacere che talvolta si prova di fronte alla sfortuna altrui. Da questa parola prende avvio una riflessione filosofica sul risentimento, sull’invidia e su quella parte nascosta della natura umana che preferiamo non riconoscere, ma che continua a interrogarci.

La gioia per il male altrui

Perché la disgrazia degli altri, talvolta, ci procura una segreta soddisfazione?

È una domanda scomoda. E forse proprio per questo merita di essere posta.

Quasi nessuno ammetterebbe di aver provato piacere davanti al fallimento di un collega, alla caduta di un personaggio potente o all’umiliazione di un avversario. Eppure basta osservare le conversazioni quotidiane, i titoli dei giornali o le reazioni sui social network per accorgersi che la sfortuna altrui suscita spesso un interesse che va ben oltre la semplice curiosità. Talvolta, dietro quella curiosità, si nasconde una silenziosa soddisfazione.

I tedeschi hanno dato un nome preciso a questo sentimento: Schadenfreude. È una parola composta da Schaden, «danno», «disgrazia», e Freude, «gioia». Nessun termine italiano riesce a racchiudere con la stessa precisione questa particolare emozione: il piacere che può nascere di fronte alla disgrazia di un altro essere umano. I tedeschi non hanno inventato questo sentimento. Gli hanno semplicemente dato un nome.

Il moralista francese François de La Rochefoucauld, con la lucidità che caratterizza le sue Massime, scriveva:

«Nelle disgrazie dei nostri migliori amici c’è sempre qualcosa che non ci dispiace».

È una frase che continua a inquietare perché non parla di uomini malvagi. Parla di tutti noi. Nessuno ama riconoscersi in quelle parole, eppure tutti ne comprendono immediatamente il significato.

Molti secoli prima, Publilio Siro aveva osservato con altrettanto realismo:

«È umano gioire della rovina del proprio nemico».

La sua massima risale all’antica Roma e dimostra che non siamo di fronte a un sentimento nato nella modernità. Cambiano le epoche, cambiano i costumi e gli strumenti con cui assistiamo alla caduta degli altri, ma questa oscura inclinazione continua ad accompagnare la storia dell’uomo.

Sarebbe tuttavia un errore identificare la Schadenfreude con l’odio. L’odio desidera il male dell’altro; la Schadenfreude nasce quando quel male è già avvenuto e viene accolto con una soddisfazione, talvolta appena percettibile. L’odio vuole colpire. La Schadenfreude aspetta che sia la realtà a colpire al suo posto. Si può odiare qualcuno senza gioire della sua rovina. E si può invece provare una fugace soddisfazione per il fallimento di una persona che non si odia affatto: un rivale, un collega più fortunato, un campione sempre vincente o un personaggio pubblico che sembrava intoccabile.

È proprio questa ambiguità a rendere la Schadenfreude un sentimento tanto sfuggente quanto universale. Non richiede necessariamente un nemico. Le basta un confronto. Quando qualcuno che appariva più ricco, più brillante, più influente o semplicemente più fortunato inciampa, la distanza che ci separava da lui sembra improvvisamente ridursi. Non abbiamo conquistato nulla, eppure proviamo un senso di sollievo.

La Schadenfreude non appartiene dunque soltanto all’odio. Abita una zona più profonda dell’animo umano, dove il confronto con gli altri finisce per diventare il metro con cui giudichiamo noi stessi. Per comprenderla non basta condannarla. Occorre chiedersi perché una simile emozione trovi spazio anche dentro persone che, in ogni altro momento della loro vita, si considerano oneste, compassionevoli e incapaci di fare del male.

Non è odio. È risentimento.

Se la Schadenfreude non è odio, quale sentimento la alimenta?

La filosofia offre una risposta che va ben oltre la semplice psicologia: il risentimento.

L’odio è immediato. Divampa, si manifesta apertamente, desidera colpire l’avversario. Il risentimento, invece, è lento. Non cerca lo scontro, ma sedimenta nell’animo. Si nutre di confronti continui, di umiliazioni, di occasioni perdute, della convinzione che altri abbiano ricevuto ciò che a noi è stato negato. Non dimentica. Attende.

Se la Schadenfreude è il volto visibile di questo sentimento, il risentimento ne rappresenta il volto nascosto.

Fu Friedrich Nietzsche a cogliere con straordinaria lucidità la natura di questa passione. Nella Genealogia della morale scrive una delle frasi più celebri della filosofia moderna:

«Il risentimento diventa creatore e genera valori.»

Non è un’affermazione astratta. In altre parole, il risentimento non si limita a soffrire la realtà: la riscrive. Nietzsche osserva che chi non riesce ad affermare la propria forza finisce spesso per trasformare la propria impotenza in un giudizio morale. Ciò che non può raggiungere viene svalutato; ciò che non può conquistare viene dichiarato indegno. Il risentimento non cambia la realtà: cambia il modo di interpretarla.

Su questa intuizione tornerà qualche decennio più tardi Max Scheler, dedicando al tema un’intera opera, Il risentimento nella edificazione delle morali. La sua definizione è diventata un classico:

«Il risentimento è un autoavvelenamento psichico.»

È un’immagine di straordinaria efficacia. Il risentimento non ferisce anzitutto l’altro; corrode lentamente chi lo coltiva. Nasce quando emozioni come l’invidia, la gelosia, il desiderio di vendetta o il senso di inferiorità non trovano una via d’uscita e rimangono imprigionate nell’animo. Col tempo non scompaiono. Si trasformano in un filtro attraverso il quale ogni successo altrui viene percepito come un’offesa personale.

È proprio in questo momento che compare la Schadenfreude. La disgrazia dell’altro non crea il risentimento; gli offre semplicemente l’occasione di manifestarsi. La caduta di chi appariva più forte, più ricco, più fortunato o semplicemente più felice produce una soddisfazione silenziosa, quasi liberatoria. Per un istante, il confronto sembra riequilibrarsi.

La Schadenfreude rappresenta così il volto visibile del risentimento. Non nasce da un’esplosione di rabbia, ma da una lunga attesa. È il premio che il risentimento assegna a se stesso quando la sorte compie ciò che esso non ha mai avuto il coraggio o la possibilità di fare.

Comprendere questo passaggio significa spostare il problema dal comportamento alla coscienza. E se il risentimento nasce dal confronto, allora la domanda successiva diventa inevitabile: perché il successo degli altri riesce, talvolta, a metterci tanto profondamente in crisi?

Perché il fallimento degli altri ci consola?

Perché il fallimento degli altri ci consola? Perché, talvolta, il successo altrui riesce a inquietarci più dei nostri stessi insuccessi?

La risposta non è semplice, ma ha a che fare con una caratteristica profondamente umana: viviamo continuamente nel confronto. Raramente valutiamo ciò che siamo in modo assoluto. Misuriamo il nostro valore osservando quello degli altri. La nostra felicità, spesso, non dipende soltanto da ciò che possediamo, ma anche da ciò che possiedono coloro che ci circondano.

Arthur Schopenhauer colse con straordinaria lucidità questo meccanismo quando scrisse:

«L’invidia negli uomini è naturale; tuttavia è insieme un vizio e una sventura.»

Poche parole bastano a descrivere una contraddizione che attraversa ogni epoca. L’invidia nasce spontaneamente dal confronto, ma finisce per imprigionare proprio chi la prova.

È importante, tuttavia, distinguere l’invidia dalla Schadenfreude. L’invidia desidera ciò che appartiene all’altro. La Schadenfreude si accontenta che l’altro lo perda. Sono sentimenti diversi, anche se spesso procedono insieme. L’una guarda verso l’alto; l’altra attende che ciò che è in alto precipiti.

Molti secoli prima, anche Aristotele aveva intuito questa dinamica. Nella Retorica osserva:

«L’invidia è un dolore causato dalla prosperità di persone simili a noi.»

È un’intuizione di straordinaria modernità. Non invidiamo chi appartiene a un mondo irraggiungibile; invidiamo il collega promosso al nostro posto, il vicino che sembra più fortunato, l’amico che ha ottenuto il riconoscimento desiderato. Il confronto diventa tanto più doloroso quanto più piccola appare la distanza che ci separa dall’altro.

Ed è proprio qui che la Schadenfreude trova il terreno più fertile. Quando quella persona cade, qualcosa dentro di noi sembra rilassarsi. Non perché abbiamo conquistato nuove qualità o raggiunto nuovi traguardi. Nulla è realmente cambiato nella nostra vita. È il nostro sguardo ad essere cambiato. La distanza che ci umiliava sembra essersi improvvisamente accorciata.

Si tratta, però, di un equilibrio fragile e illusorio. La caduta dell’altro non accresce il nostro valore, così come spegnere una luce non rende più luminoso chi le sta accanto. Eppure la mente umana continua a cercare conforto in questo inganno, perché è più facile ridurre chi ci supera che innalzare noi stessi.

La Schadenfreude rivela così una delle debolezze più profonde dell’uomo: affidare la misura della propria dignità allo sguardo rivolto verso gli altri. Finché il nostro valore dipenderà dal confronto, ogni successo altrui potrà apparire come una sconfitta personale e ogni sua caduta come una compensazione.

È a questo punto che il sentimento individuale smette di essere soltanto un fatto privato. Quando viene condiviso, applaudito e amplificato da una folla, la Schadenfreude non cambia natura: cambia scala. È ciò che accade oggi nello spazio pubblico, dove la disgrazia degli altri si trasforma sempre più spesso in spettacolo.

Dalla tragedia greca ai social network

Saremmo in errore se pensassimo che la Schadenfreude sia un prodotto della società digitale. Internet non l’ha inventata. Le ha semplicemente offerto un palcoscenico senza confini.

Molto prima dei social network, il piacere per la caduta degli altri attraversava già la storia dell’umanità. Era presente nelle tragedie greche, dove il pubblico assisteva alla rovina degli eroi travolti dalla loro hybris; nelle arene e nelle esecuzioni pubbliche, dove la sofferenza diventava spettacolo; nelle piazze medievali, affollate durante i supplizi; perfino nel pettegolezzo, quella forma quotidiana di narrazione che spesso trae alimento dagli errori e dalle disgrazie altrui. Cambiano gli spettatori. Non cambia lo spettacolo.

Il filosofo e antropologo René Girard ha offerto una chiave di lettura particolarmente illuminante. Secondo la sua teoria del desiderio mimetico, non desideriamo gli oggetti soltanto per il loro valore, ma perché li vediamo desiderati da altri. È il confronto a generare rivalità, e la rivalità, quando diventa collettiva, cerca quasi sempre una vittima su cui scaricare le tensioni.

Girard scrive:

«Gli uomini si odiano proprio perché adorano gli stessi dèi.»

Dietro questa affermazione si nasconde un’intuizione decisiva: ciò che ci divide non è tanto la differenza, quanto la somiglianza. È proprio tra i simili che nasce la competizione più aspra. Quanto più gli uomini competono per gli stessi riconoscimenti, tanto più la caduta di uno di essi viene vissuta come una liberazione per gli altri.

Del resto, già la tragedia greca ricordava quanto fragile fosse la fortuna degli uomini. Sofocle fa dire al coro dell’Edipo re:

«Non chiamare felice nessun uomo prima della sua morte.»

È un monito contro l’illusione di considerare definitiva la prosperità di qualcuno. Ogni ascesa può trasformarsi in caduta, ed è forse anche per questo che il destino degli eroi continua, ancora oggi, ad affascinare gli spettatori.

I social network hanno moltiplicato questo meccanismo fino a renderlo permanente. Un errore, una frase infelice, una fotografia fuori contesto o una notizia incompleta possono trasformarsi, nel giro di poche ore, in un processo pubblico. Migliaia di persone partecipano al giudizio, condividono, commentano, ironizzano. La caduta di uno diventa lo spettacolo di tutti.

La velocità è la vera novità del nostro tempo. Se un tempo la fama richiedeva anni per essere costruita e altrettanti per essere distrutta, oggi bastano pochi minuti perché una reputazione venga demolita davanti a milioni di spettatori. La Schadenfreude non ha cambiato natura; ha soltanto trovato strumenti infinitamente più potenti.

La gogna, in fondo, non è scomparsa. Ha cambiato piazza. Non si svolge più davanti al patibolo, ma sullo schermo di uno smartphone. E, come accadeva un tempo, la folla continua a provare un sottile senso di appartenenza mentre assiste alla caduta di chi, fino al giorno prima, sembrava intoccabile.

Quando questo accade, la Schadenfreude smette di essere un sentimento individuale e assume un volto apparentemente rispettabile. Si presenta come giustizia, come indignazione morale, come difesa dei valori comuni. Oppure, dietro il desiderio di punire, continua a nascondersi il piacere di vedere qualcuno cadere?

Quando la giustizia si trasforma in spettacolo

Esiste una differenza sottile, ma decisiva, tra il desiderio di giustizia e il piacere della punizione.

La giustizia non cerca la sofferenza del colpevole, ma il riconoscimento della responsabilità e il ristabilimento dell’ordine violato. La Schadenfreude, invece, non si accontenta che sia fatta giustizia: desidera assistere alla caduta dell’altro. È qui che il confine morale diventa più difficile da riconoscere.

Molte volte crediamo di indignarci per amore della giustizia. Eppure, se osserviamo con sincerità le nostre reazioni, scopriamo che ciò che ci trattiene davanti a una notizia non è sempre il bisogno di verità. Talvolta è la soddisfazione di vedere finalmente umiliato chi appariva potente, ricco, famoso o invincibile.

Hannah Arendt ha più volte richiamato l’attenzione sulla necessità di distinguere la giustizia dalla vendetta. La punizione appartiene al diritto: ha regole, limiti e finalità precise. La vendetta, invece, appartiene alle passioni. Non vuole ristabilire un ordine; vuole appagare un sentimento. Confondere queste due dimensioni significa trasformare la giustizia in una risposta emotiva, anziché in un principio di civiltà.

Lo aveva intuito anche Cesare Beccaria quando, nel Dei delitti e delle pene, scriveva:

«È meglio prevenire i delitti che punirli.»

La sua riflessione ricorda che la giustizia non nasce dal desiderio di infliggere sofferenza, ma dalla tutela della società e della dignità umana. Quando la pena diventa spettacolo, smette di educare e comincia a soddisfare gli istinti della folla.

Quando queste due dimensioni si confondono, il rischio è enorme. La giustizia cessa di essere un principio e diventa uno spettacolo. Non interessa più che i fatti siano accertati con equilibrio; interessa assistere alla demolizione pubblica del colpevole, reale o presunto che sia.

La storia è ricca di esempi. Le esecuzioni pubbliche attiravano folle entusiaste ben prima dell’invenzione della televisione. Oggi il meccanismo è cambiato soltanto nella forma. Il giudizio precede ormai l’accertamento dei fatti. La sentenza viene spesso pronunciata prima dei tribunali, nelle piazze digitali, dove milioni di persone esprimono giudizi immediati e irrevocabili. La reputazione viene distrutta in poche ore e il processo mediatico finisce per sostituire quello giuridico.

La Schadenfreude trova in questo contesto il suo ambiente ideale. Può travestirsi da indignazione civile, da difesa della legalità, perfino da superiorità morale. Ma il criterio per distinguerla rimane semplice: chi cerca giustizia desidera che emerga la verità; chi è dominato dalla Schadenfreude desidera soprattutto assistere alla sofferenza dell’altro.

È una differenza che riguarda ciascuno di noi. Perché il confine tra giustizia e vendetta non passa anzitutto nei tribunali o nei mezzi di comunicazione. Passa nella coscienza di chi osserva.

Ed è proprio questa coscienza che, nell’ultimo passaggio della nostra riflessione, è chiamata a interrogarsi: è possibile sottrarsi alla Schadenfreude o essa appartiene inevitabilmente alla natura umana?

Possiamo liberarci della Schadenfreude?

Se la Schadenfreude accompagna l’uomo da millenni, ha ancora senso domandarsi se possiamo liberarci di essa?

La filosofia invita alla prudenza. Non esistono emozioni che possano essere semplicemente cancellate. Esse appartengono alla nostra natura e accompagnano ogni epoca, ogni cultura, ogni individuo. Il problema, dunque, non è eliminarle, ma comprenderle. Soltanto ciò che viene riconosciuto può essere governato.

Fu Baruch Spinoza a esprimere questa idea con una frase divenuta uno dei manifesti della filosofia moderna:

«Non ridere, non piangere, non detestare, ma comprendere.»

È un invito che conserva tutta la sua forza. Comprendere non significa giustificare. Significa osservare le passioni senza lasciarsene dominare. La Schadenfreude non è un peccato da confessare né una colpa da nascondere. È una possibilità della natura umana. Ignorarla non la elimina; al contrario, la rende più difficile da riconoscere quando si manifesta.

Anche Marco Aurelio, nelle sue Meditazioni, richiama continuamente l’uomo a un esercizio di vigilanza interiore.

«La migliore vendetta è non assomigliare a chi ci ha offeso.»

In questa frase non vi è alcun moralismo. C’è piuttosto l’idea che la nostra libertà non dipenda dai comportamenti degli altri, ma dalla capacità di non permettere che essi determinino il nostro carattere.

La Schadenfreude diventa pericolosa proprio quando smettiamo di riconoscerla. Si presenta sotto forme rispettabili: una battuta, un sorriso, un commento sarcastico, una condivisione apparentemente innocente. Quasi mai si dichiara apertamente. Preferisce nascondersi dietro la convinzione di avere semplicemente assistito a un atto di giustizia.

Riconoscere questo sentimento significa allora recuperare una forma di libertà. Non perché da quel momento saremo immuni dal confronto, dall’invidia o dal risentimento, ma perché potremo impedirgli di trasformarsi nel criterio con cui giudichiamo gli altri e, in fondo, anche noi stessi.

Forse è proprio questo il compito della filosofia. Non quello di costruire uomini perfetti, ma uomini più consapevoli. La Schadenfreude continuerà probabilmente ad abitare il cuore umano. Ma tra provare un’emozione e lasciarle governare il nostro giudizio esiste uno spazio prezioso: è lo spazio della coscienza. Ed è lì che si misura, ancora oggi, la nostra autentica libertà.

Conclusione

La parte più nascosta di noi

Alla fine di questo percorso filosofico, la Schadenfreude appare per ciò che realmente è: non una curiosità linguistica né una semplice debolezza morale, ma una finestra aperta sulla complessità dell’animo umano.

Abbiamo imparato a darle un nome, a distinguerla dall’odio, a riconoscere il ruolo del risentimento, dell’invidia e del confronto sociale. Abbiamo scoperto che questo sentimento attraversa la storia, dalle tragedie greche fino ai social network, cambiando forma ma non sostanza. Ogni epoca ha trovato il proprio modo di assistere alla caduta degli altri; ogni epoca ha dovuto confrontarsi con il sottile piacere che essa può suscitare.

La filosofia non ci chiede di fingere che questa emozione non esista. Ci invita piuttosto a riconoscerla, perché soltanto ciò che viene portato alla luce può essere compreso e, forse, governato.

La Schadenfreude non ci rende mostri.

Ci ricorda, più semplicemente, che l’essere umano non è fatto soltanto di compassione. Accanto alla capacità di condividere il dolore degli altri vive anche la tentazione di trovare conforto nelle loro sconfitte. È una contraddizione che nessuna civiltà è mai riuscita a eliminare del tutto.

La vera differenza non sta allora nel provare o meno questo sentimento, ma nel modo in cui decidiamo di rapportarci ad esso. Possiamo lasciarcene guidare, trasformandolo in sarcasmo, disprezzo o spettacolo. Oppure possiamo riconoscerlo come una delle nostre ombre interiori, senza permettergli di diventare il criterio con cui giudichiamo il mondo.

Forse è proprio questo il compito più autentico della filosofia: non promettere uomini migliori, ma uomini più consapevoli.

La civiltà, infatti, non consiste nell’eliminare le zone oscure della natura umana. Consiste nel riconoscerle e nel non lasciare che abbiano l’ultima parola.

Le ombre appartengono alla natura umana. Scegliere di non seguirle appartiene alla libertà.

La Redazione

 

 

 

 

Per approfondire

La parola tedesca Schadenfreude è entrata ormai anche nel lessico della psicologia contemporanea e degli studi sul comportamento sociale, ma le sue radici affondano nella filosofia morale, nella letteratura e nella riflessione sull’invidia, sul risentimento e sulla giustizia. Le opere qui indicate costituiscono alcuni dei riferimenti fondamentali per esplorare questi temi.

Bibliografia essenziale

  • Genealogia della morale, trad. it., varie edizioni.
  • Il risentimento nella edificazione delle morali, trad. it., varie edizioni.
  • Il mondo come volontà e rappresentazione, trad. it., varie edizioni.
  • Retorica, trad. it., varie edizioni.
  • La violenza e il sacro, trad. it., varie edizioni.
  • La condizione umana, trad. it., varie edizioni.
  • Dei delitti e delle pene.
  • Etica, trad. it., varie edizioni.
  • Meditazioni, trad. it., varie edizioni.
  • Massime.

Immagini originali

Progetto iconografico Inchiostronero
Le immagini pubblicate sono originali e derivano da un concept umano sviluppato attraverso strumenti di Intelligenza Artificiale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«Ue, voto truccato per far passare la sorveglianza in rete»

Libertà digitali sotto l'offensiva delle istituzioni europee …