Trovarsi tra le mani un portafogli dimenticato sul sedile di uno scompartimento di un treno, potrebbe rivelarsi un’emozione davvero forte ma altresì condurre a dei risvolti imprevedibili.

 

SCOMPARTIMENTO C. CARROZZA TRE

 

 

racconto

di

Lauretta Guarneri

 

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«Mi perdoni, mi sono distratto un attimo, qual è la prossima fermata?», chiede l’uomo seduto al mio fianco col cellulare ancora caldo in mano.

Non mi accorgo che la domanda è rivolta al controllore finché quello non risponde:

   «Tra pochi istanti ci fermeremo a Falconara Marittima.»

In mano ho un libro che ho portato per il viaggio. In primo piano inquadro le due facciate bianche intinte di minuscoli segni di inchiostro nero. Sono a pagina 46 e 47. In verità però non sto mettendo a fuoco né le singole parole né la storia nel suo insieme, mi sto concentrando piuttosto su ciò che avviene dietro di esse: due scarpe lucide si alzano con uno scatto fulmineo e si dirigono verso l’uscita.

Per poco il compagno di viaggio che le indossa non mi calpesta entrambi i piedi in questo suo impacciato slancio.

Intanto ci fermiamo e il suono delle porte che si aprono precede l’immagine dell’uomo sul binario che si ripara dalla pioggia con una mano, tra lo spaesato e il preoccupato.

Le luci gialle della stazione si riflettono sui binari catalizzando la mia attenzione sulle convessità del pavimento.

Pozzanghere nere appoggiate come tappeti sulla sabbia zampillano ad ogni nuova goccia. Prendo il ritmo e deduco che fuori piove parecchio.

Le gocce battono impietose sui vetri, cancellando la stazione con rapide pennellate, e poi colando fino a scoprirla di nuovo. Resto qualche minuto immobile a fissare quei piccoli schizzi. Di nuovo avverto lo sbattere meccanico e ferrigno delle porte seguito dal fischio del capotreno.

Si riparte.

Il treno lentamente riprende il suo cammino svogliato come una lumaca dopo il temporale. Anch’io con lui scivolo pigra sui binari assaporando gli ultimi momenti domenicali prima del nuovo tran tran.

Fa ancora un po’ freddo nel mio vagone, i riscaldamenti sono partiti da poco, timidi e svogliati soffi di calore fuori stagione. La stazione intanto si allontana e le gocce hanno un po’ deviato la loro traccia sul vetro.

Il posto del distinto signore che era seduto di fronte a me è ancora libero, unica traccia del suo passaggio la presenza del quotidiano che leggeva, rimasto aperto sulla pagina economica. Ne approfitto per sfogliarlo, ma nel prenderlo mi accorgo che non è solo il giornale ad essere rimasto qui, l’uomo ha lasciato sul sedile anche il borsellino.

D’istinto lo afferro e scatto in piedi. Nessuno oltre me pare aver notato l’accaduto.

Vado a cercare il controllore.

La mia roba intanto rimane lì, fermo-immagine, bloccata nell’ultima azione compiuta: il libro è supino sul pavimento e poco lontano giace anche il segnalibro.

Cammino velocemente, determinata e concentrata su ciò che devo fare: troverò il controllore e denuncerò l’accaduto.

Mentre avanzo le personalità e i volti degli altri viaggiatori sfumano in un’unica macchia di colore fino a depositarsi sulla coda del mio occhio e poi sparire. Li vedo senza guardarli, la loro presenza mi rende nervosa. Il controllore intanto sembra essersi smaterializzato tra i vagoni.

Il bagno invece è proprio qui, ed io ho bisogno di un po’ di quiete, devo pensare. Una volta dentro, lontana da sguardi indiscreti, apro il borsellino: sei banconote da cinquanta euro! più una da dieci e alcune monete.

Per precisione ormai conto tutto: 314 euro e 16 centesimi.

Sono confusa. I soldi sono tanti, vorrei tenerli, vorrei andarci in vacanza.

Non avrei dovuto contarli, ora la testa mi è come finita in una centrifuga.

E poi se un uomo viaggia con il portafoglio così pieno, e ha pure la sfacciataggine di dimenticarlo sul treno, significa che è abbastanza ricco da poter regalare un po’ dei suoi beni al prossimo.

A me di sicuro servono di più. Studentessa fuori sede con voglia di vacanza. Ed è pure quasi Natale. Altrimenti potrei usarli per i regali quei soldi, così sarebbero spesi a fin di bene.

Ma chissà quell’uomo chi era, dove andava. Nemmeno mi ricordo il suo volto, e per ora i documenti non mi va di guardarli.

Devo restituire il borsellino e basta. Ora torno al mio posto e quando arriva il controllore faccio quel che c’è da fare.

Fatico ad individuare di nuovo dove ero seduta. La mia roba è per terra, ho la sensazione che qualcuno ci abbia messo mano.

Il posto di fronte al mio ora è occupato da una grassa signora con dei capelli rossi e ricciuti, mi sembra ancora di vedere i bigodini che per ore devono essere stati incastrati là in mezzo.

Raccolgo le cose e mi siedo. Metto una mano in borsa per assicurarmi che ogni oggetto sia al suo posto.

Intanto la pioggia batte sui vetri ancora con più insistenza. A tratti dei fulmini illuminano a giorno la campagna.

Il treno è sempre più pieno e molte persone inciampano sul bagaglio della signora, colorato e paffuto proprio come lei, che finalmente si decide ad agire.

   «Chiedo scusa, potrebbe aiutarmi con la valigia? Sa, è molto pesante e io non credo di riuscire a sollevarla.», mi dice.

   «Mhmm.» Con un ghigno e un mezzo cenno del capo l’aiuto. Non mi va di essere disturbata.

   «Io generalmente non sono una che si porta tutto l’armadio appresso, ma sa questa volta è per un’occasione speciale che viaggio, la prossima settimana dovrebbe nascere il mio primo nipotino e sto andando da mia figlia…», dice e subito aggiunge «perché, sa, mia figlia lavora a Bologna.» Capisco che dovrò sopportare quella conversazione fino alla fine del viaggio. A costo di cambiare di posto, devo però riuscire a spegnere quest’incendio di parole.

   «Sì perché ha fatto lì l’università, è laureata in Economia e Commercio come suo padre, e poi ha trovato lavoro e ci è rimasta. Io se devo dirle la verità me lo sentivo il primo giorno che ha preso il treno per iniziare l’università che quella a casa non ci sarebbe più tornata. Ma cosa vuole, oggi il mondo va così.»

   «Eh già.»

   «E tu cosa fai? Studi? Posso darti del tu?» Con un ritmo di dieci parole al secondo fino a Bologna, cioè nella successiva ora e un quarto, la signora mi dirà circa 45000 parole. Non ho tempo né voglia.

   «…Signora, mi scusi, ma non mi sento molto bene e avrei bisogno di prendere un po’ d’aria.»

   «Prego prego vada pure, eh, sì, viaggiare in questi treni ormai è diventato un incubo. Sono sempre più sporchi e confusionari, e ci si prendono le peggiori malattie. Per non parlare dei ritardi: una volta una mia amica mi ha raccontato…»

Sono libera. Di nuovo in corridoio.

Torno in bagno, ho bisogno di aria.

Dalla finestra sento entrare l’ossigeno nel naso, nei polmoni e nel cervello. Va già molto meglio.

Tasto con la mano il borsellino che ho in tasca e mi viene da buttarlo nel water, ma semplicemente non avrebbe senso smaterializzare così tutti quei soldi con tutta la gente che muore di fame.

Maledico il momento in cui sono salita in questo treno, in questo vagone, in quel posto.

Ma è ancora presto per i rimpianti, nulla di irreversibile è stato fatto. Posso ancora restituire il tutto e raccontare l’episodio agli amici in pizzeria. Nulla mi dà conforto, probabilmente perché mi conosco, e so bene che non lo merito il conforto.

Libero il gabinetto e torno a sedermi, ma sta volta da un’altra parte, non mi va di conversare col buonumore di una sconosciuta. Andrò a prendere le mie cose solo un attimo prima di arrivare. Nel frattempo trovo un posto vicino ad alcuni ragazzi che studiano o ascoltano musica. C’è silenzio, e qui per un attimo sto meglio, quasi bene. Provo a chiudere gli occhi per riflettere un po’.

I pensieri bruciano.

 

A Bologna non piove. L’aria è immobile e ghiacciata. Alcuni barboni riescono anche a dormire. La loro pelle deve essere ormai dura e spessa come quella del borsellino che ho in tasca, altrimenti sarebbero già morti di freddo.

Potrei lasciare a questi mendicanti dei soldi per una coperta più pesante, o per un cappotto. Camminando violenta contro il freddo e il mondo intero sono già troppo lontana per dar corpo alla mia buona intenzione. Provo a ricostruire nella memoria l’improbabile situazione che si è creata. Mi stringo nel cappotto.

Alla stazione c’è Diego ad accogliermi.

Vederlo immediatamente mi rassicura.

È tutto coperto e imbacuccato, indossa la sciarpa rossa che gli ho fatto io e dei guanti di pile, caldi.

Di colpo ho meno freddo anche io. Ispira dolcezza e pace. Ora so cosa è giusto fare. Devo trattare l’uomo del portafoglio come tratterei Diego, devo tutelarlo da ogni ingiustizia e inutile sofferenza.

Ama il prossimo tuo come te stesso m’hanno insegnato.

Già, e domani denuncerò l’accaduto alla polizia.

Ma a Diego, per ora, preferisco non raccontare niente.

Lunedì. Il cellulare di Diego puntuale alle ore 8.15 ci dà il buongiorno, ma sveglia solo me che questa mattina non ho nemmeno lezione.

La cucina mi aspetta intorpidita.

Le luci a basso consumo ci mettono un po’ prima di ingranare, e questo non aiuta. Fortunatamente la moka l’ho preparata ieri sera, così devo solo accendere il fornello. Intanto vado in bagno, ci vuole proprio dell’acqua fresca su queste palpebre pesanti. C’è un bel caldo rassicurante nella casa. Fuori sta nevicando. Sembra una danza, i fiocchi oscillano lentamente sensibili ad ogni sussurro d’aria. Bianchi e paffuti s’adagiano poi sui tetti per formare un morbido materasso.

Lo schiaffo dell’acqua mi riporta alla realtà. Mi restituisco a me stessa, ritrovo la lucidità, e ora la giornata può cominciare davvero.

Il borsellino.

Il dolce e profumato suono della moka che bolle.

Corro in cucina e trovo Diego in piedi sulla porta che combatte contro la luce. Spengo tutto e vado ad abbracciarlo.

   «Buongiorno! C’è la neve!»

   «Mhmm.»

La mattina parlare con lui o col muro è la stessa cosa.

Facciamo colazione in silenzio, e mi pare di sentire i fiocchi di neve che uno dopo l’altro s’appoggiano sui diversi tasti di un pianoforte. Note stonate di un inverno gelato.

Non mi va di uscire con questo tempo. Farò così: anziché andare a denunciare il fatto alla polizia, cercherò io stessa il recapito di quell’uomo e mi metterò in contatto con lui. Diego mi guarda e sembra approvare, ma sono certa che se sapesse non approverebbe. Vorrebbe che andassi alla polizia e bla bla bla.

Ma tutto sommato, data anche la neve, mi pare proprio di aver trovato un buon compromesso.

Davvero squisito questo caffè.

Nel fondo della tazzina leggo residui di approvazione.

Non nevica più. L’aria s’è irrigidita.

È ancora presto e io avrei tutto il tempo di andare alla polizia o alla stazione, ma fa troppo freddo, e ormai ho fatto altri programmi.

Oggi avevo anche programmato di fare le pulizie.

Dal camino della casa di fronte esce del fumo grigio, a scatti, come se tossisse.

Tra le dita stringo il borsellino e lentamente ne accarezzo la superficie. Non voglio che si rovini, quando lo riavrà l’uomo dovrà trovare tutto com’era.

Lo riavrà?

Un altro nei miei panni sarebbe stato altrettanto onesto?

L’onestà non ha prezzo.

Vero.

Ma la vita sì, ogni minimo gesto della giornata ci costa qualcosa.

E in fondo è Natale… potrebbe essere un inaspettato dono che il destino ha voluto mi toccasse.

Valeria dice che prendo tutto troppo razionalmente, devo accettare la vita così come viene: ho trovato dei soldi, bene, devo festeggiare.

Come quando mi hanno rubato la bicicletta.

   «Amen amica mia, è inutile star qui rimuginare. Take it easy. Non vale la pena prendersela per tutto. Sii più spensierata.»

Già, take it easy. Però io a quella bici ci tenevo proprio. L’avevo portata da casa in treno. Viola e rossa, regalo di mio padre per la maturità.

Non dovevano rubarmela.

Ancora ci penso a quella bicicletta, a tutte le volte in cui tornavo a casa di notte con Diego e ci tenevamo la mano ognuno dalla sua bici, o quando cantavamo a squarciagola, o quando sono stata con Leonardo al cinema e non eravamo capaci di andarci in due e per poco non morivamo. Poi la sua prima primavera, la cassetta della frutta montata dietro da portapacchi. Ci ho lasciato un po’ di me e della mia storia. Me l’hanno portata via senza alcun diritto.

Intanto in mano ho ancora il borsellino.

È di pelle marrone, ruvida al tatto. Lo apro. Impossibile non apprezzarne la fattura. Belle cuciture resistenti, tante tasche. C’è anche il portaspicci esterno, io è da una vita che ne cerco uno così.

Trecentoquattordici euro e sedici centesimi. Né uno di più, né uno di meno.

La casa mi stritola. L’aria è viziata e mi lega i pensieri.

Troppi oggetti inutili incorniciano questo momento.

Mi sdraio sul letto per riflettere con più calma.

Inizio l’inventario.

La patente.

È di quelle vecchie, grosse, rosa, di cartoncino logoro. Sembra quella di mio padre. Piena di marche da bollo e con la foto color seppia pinzata alla buona. C’è un bel ragazzo nella fotografia, avrà vent’anni, capelli ricci e scuri, sguardo tagliente. Occhi neri accesi di fuoco. La carnagione non sembra chiarissima. Magro di corporatura, dagli zigomi lo direi un fumatore. Deve essere stata scattata d’inverno questa fotografia, al bordo dell’immagine si intravede un maglioncino caldo, di lana chiara. Collo alla Hemingway. Ha l’aria da intellettuale, un bel tipo.

La carta del documento è ruvida, le lettere iniziano a sfumare nel grigio, ma un tempo devono essere state nere. Questa foto deve essere di tanto tempo fa.

Fulvio Petrocchi.

   «Pronto.», rispondo al telefono.

   «Pronto, ti disturbo amore di nonna?»

   «No…ciao! da quanto tempo, come stai? Che facevi?»

   «Bah, bene, niente di particolare. Guardavo un borsellino che ho trovato ieri in treno. L’ha lasciato l’uomo seduto davanti a me, pensa, è nato lo stesso anno di zio Pino. E ci sono dentro più di trecento euro. È un tizio che abita a Bologna, ma non so che fare.»

   «Amore di nonna, è elementare quello che devi fare: dimmi bene quanti soldi ci sono e quando è nato questo signore che ci giochiamo i numeri su tutte le ruote, e poi il borsellino coi soldi glielo spedisci oggi stesso. La settimana scorsa ho giocato i tuoi numeri, se mi fai fare una bella vincita poi te li dà a te nonna quei soldi. Eh si, che di questi tempi ci vuole proprio una bella vincita. Allora, spiegami un po’ meglio questa storia. Intanto giochiamo l’8, la fortuna economica. Poi il 26, novità da un viaggio. E quando è nato il proprietario?

   «Il 14 luglio, il giorno della presa della Bastiglia.»

   «La presa di cosa? Amore di nonna non mi confondere che sto scrivendo. Accidenti il 14 lo teniamo già, vabbuò dai allora mettiamo il 7. E poi dimmi, dimmi, i baffi li tiene?»

Piuttosto confusa proseguo la mia indagine.

Mi sento come se qualcuno fosse arrivato, mi avesse spettinato i capelli, e poi fosse andato via di nuovo.

Fulvio Petrocchi vive a Bologna.

Non vedo la carta d’identità.

E queste? Quattro carte di credito?

Decisamente il bottino resta a me. Lui di questi soldi non ne ha bisogno. Stringo le tessere tra le dita come fossero carte da gioco e mi improvviso giocatrice d’azzardo.

La briscola è Visa.

Ah, bene, allora vado liscia: Master card.

   «Bah, no… è il classico cinquantenne, brizzolato e ben in carne. Occhi tristi, gote piene, occhiaie marcate. Mi sa che lo avrei preferito da giovane.»

Occhi tristi, evidentemente solo la cenere del suo giovanile sguardo incendiario. Gote piene di cibi costosi e vini pregiati. Occhiaie solcate da troppe lacrime, forse.

   «Tutti da giovani eravamo belli assai, amore di nonna. Ma che vuoi farci, è la vita, bisogna imparare a piacersi anche in vecchiaia. Che altro ci sta nel borsello?»

Frugo ancora, e trovo un foglio con tutte le password del pc. Provo un po’ di tenerezza: il solito uomo di mezza età coi problemi di memoria. Il cartoncino è giallastro, sembra carta riciclata o invecchiata all’ennesima potenza. La penna è a getto, si vede proprio che ha un buon tratto. La grafia è piccola e complicata, non riesco a capire tutto quello che c’è scritto. Pian piano sto iniziando a conoscere sempre meglio quest’uomo misterioso. Maniacale e preciso. In una tasca ci sono tutti gli scontrini dell’ultimo mese piegati in quattro.

   «Vabbuò, stammi bene amore di nonna. Ti saluto che chiamo subito a Nanda, che mi va lei da Giorgio il tabaccaio a giocare.»

Non è giusto rovistare così nella vita di questo malcapitato.

Imbusto subito tutto e lo rispedisco al mittente.

I soldi però li tengo io, lui ha già sicuramente un ottimo stipendio.

 

La porta è blindata, di legno scuro e lucido. Resto qualche momento a fissarla prima di decidermi a bussare.

Alla mia destra l’ampia scala di marmo bianco che mi ha accompagnato fin qui continua a salire verso altri appartamenti.

Ci ho messo più di un’ora questa mattina per scegliere come vestirmi. Alla fine ho optato per gli stivali che mi fanno apparire determinata e seria sotto la scamiciata a fiori che dà un tocco di femminilità e stravaganza. Vado bene per tutti i gusti e nessuna stagione.

Voglio piacere e fare una bella figura con l’uomo che non mi aspetta oltre la porta.

Chissà il destino cosa mi riserva.

Immagino il microcosmo di quella casa. Una qualunque vita familiare in una via qualunque di una città qualunque.

Una libreria piena di libri in russo mi accoglierà entrando?, o ampie pareti fitte di quadri?, mappe di antichi naviganti? Sicuramente la presenza di qualcosa di cartaceo e magari impolverato mi aiuterebbe a stare a mio agio. Poi l’uscio si schiude e mi scontro sull’evidenza della realtà.

   «Chi è?», dice una voce di donna ancora al di là del varco.

Il colpo d’occhio cade sulla stanza alle spalle della donna, colori e materiali freddi, arredamento moderno, nessun libro, ordine, pulizia. Forse ho sbagliato appartamento. Impossibile.

La signora mi scruta con aria piuttosto aggressiva e nervosa. Non sembra gradire molto il mio look e ancor meno la mia presenza. Mi sento improvvisamente in imbarazzo, non dovevo venire di persona, bastava spedire tutto.

   «Eh… salve, buongiorno, mi scusi», farfuglio.

Avevo immaginato questo momento diversamente.

Mi aspettavo d’incontrare il volto stanco del mio cinquantenne brizzolato.

Magari mi avrebbe anche fatto un regalo per la gentilezza di essere arrivata fin là, avremmo potuto bere un caffè insieme.

Questa donna invece non sembra affatto contenta di vedermi. Ho la sensazione di averla disturbata, mi guarda come se mi stesse aspettando. Impossibile. Sblocco la situazione frugando nervosa in borsa sperando di incontrare con la mano la pelle ruvida del borsellino di Fulvio Petrocchi.

   «Abita qui Fulvio Petrocchi?»

   «Sì perché?» la donna è nervosa ma si sforza di essere gentile.

Stringe con le dita la maniglia della porta come se volesse strozzarla.

Le sue dita si fanno gialle nei punti di contatto col ferro. Sembrano bagnate. Credo stia sudando, o forse l’ho disturbata in bagno, o forse stava lavando i piatti, o forse è ora che io dica qualcosa, altrimenti mi scambierà per un venditore ambulante e come una tartaruga rinfilerà la sua testa spettinata dentro al guscio.

   «Sono venuta a riportargli il borsellino.» Non sembra convinta. Passa qualche secondo in silenzio in cui mi sento osservata, mi ricordo quegli insetti che da bambina mettevo sotto spirito. Io li fissavo e loro fissavano me, immersi nel liquido con lo sguardo assente.

Sorrido alla signora maledicendomi di essere lì.

Intanto muovo nervosamente le scarpe, strisciando la punta dell’una nel tallone dell’altra, il tallone dell’altra nella caviglia dell’una.

   «Ah, sì, mi ha detto che non lo trovava più. Sei stata molto gentile…», dice con un espressione diversa. «Fulvio purtroppo non è in casa ora, ma se mi dici il tuo nome volentieri gli riferirò della tua gentilezza.»

   «Ma no, signora, non si preoccupi. Era il minimo che potessi fare.»

   «No davvero, insisto. Sei arrivata fin qua e sono sicura che Fulvio vorrà farti almeno una telefonata per ringraziarti. Era davvero in apprensione… non tanto per i soldi, ma sa, perdere i documenti oggigiorno è un vero dramma. E poi non è la prima volta che gli succede. Allora aspetta un secondo che prendo una penna.»

L’uscio si socchiude come un occhio stanco.

La sua pupilla, scompare in quel mondo familiare e cristallino fatto di oggetti costosi, ordinati come in un museo.

Non è stata molto carina a lasciarmi qui, fuori della porta, poteva almeno farmi accomodare.

Le scale mi fissano dal loro candore minaccioso.

È un bel palazzo signorile, proprio come me lo aspettavo. Nel soffitto ci sono degli stucchi e alle pareti panorami bolognesi.

   «Eccomi, scusa se ci ho messo tanto, ma sai com’è, si trova meglio un ago in un pagliaio piuttosto che una penna in casa mia.» La signora mi sorride nervosa. Devo decisamente averla disturbata. In una mano tiene carta e penna e nell’altra una sigaretta appena accesa. Dà una boccata e poi mi chiede:

   «Allora dimmi come ti chiami… benissimo… e il tuo numero di telefono?»

Come al solito non sono riuscita a gestire la situazione. Non avrei dovuto lasciarle i miei dati.

Scendo le scale lentamente prendendo aria a grandi boccate. Sento ancora il profumo di quella donna invadermi e seguirmi. Poi un alito di aria fredda entrare dalla finestra del pianerottolo di sotto. Incontro un condomino che mi saluta educatamente. Gli accenno un sorriso.

Nulla è andato come avevo previsto, comunque ora devo smettere di pensarci. La questione è chiusa.

Take it easy. Mani in tasca, e via.

Mi squilla il telefono:

   «Pronto?»

   «…»

   «Pronto?! chi parla?»

   «…»

   «Pronto!»

Sento respirare pacatamente.

   «Pronto!!!»

Riaggancio. Strano, eppure mi sembrava che la linea non fosse disturbata.

Dallo spesso vetro sopra il portone vedo accendersi la luce delle scale del palazzo. Diego in arrivo. L’autobus si fa attendere quasi venti minuti, poi arriva gremito di gente, soprattutto pensionati e immigrati la cui incomunicabilità sembra abissale. È un bus di quelli lunghi, con lo snodo centrale, ma la domenica non basta mai. Viaggiamo accalcati come sardine dopo che le porte si sono chiuse a stento, mi guardo intorno in cerca di un po’ d’aria. Ma trovo una sorpresa: ho l’impressione di vedere la donna che mi ha aperto la porta a casa di Fulvio Petrocchi. È troppo lontana, seduta in fondo al bus, e la mia vista quella di una talpa, così per non creare situazioni imbarazzanti nel dubbio se salutarla o meno mi giro un po’. Scendendo noto che anche lei è arrivata alla sua destinazione e mi sta guardando. Anzi mi sta fissando, poi si gira di scatto. Cerco di avvicinarmi per capire effettivamente se ci conosciamo e salutarla, ma ci sono troppe persone che continuano a scendere dall’autobus e la perdo di vista.

Per caso ci incontriamo di nuovo tra gli scaffali del supermercato. È proprio lei. Non sembra stupita di vedermi.

Io la saluto quanto più calorosamente mi riesce ma ho la sensazione di rotolarmi su una lastra di ghiaccio.

   «Salve signora! Si ricorda di me? Sono la ragazza del borsellino.»

   «Certo.»

   «Come sta? Vedo che anche lei è qui a spassarsela tra gli scaffali!» dico cercando invano di conquistare la sua simpatia.

   «Già, infatti ora vado perché ho poco tempo, arrivederci.»

E scompare.

 

Non ne ho ancora parlato con nessuno di questa storia, ho bisogno di qualcuno che mi sia complice.

Sono visibilmente scossa, sfocato dalle lacrime vedo Diego venirmi vicino, mi abbraccia senza domandare. Restiamo per qualche minuto così ad assaporare quell’affetto.

Il contatto col suo corpo tranquillo placa la mia agitazione. Mi guarda con occhi sinceri e intelligenti, grandi, verdi, tristi. Quegli occhi mi convincono a cercare aiuto.

   «Tempo fa in treno ho trovato un portafoglio, poi sono andata a casa del proprietario, che è qui di Bologna, per restituirglielo. Ma lui non c’era e l’ho lasciato alla moglie, che ha voluto il mio numero dicendo che lo avrebbe dato al marito per farmi ringraziare. E da allora la incontro ovunque e ricevo telefonate anonime.

   «Ma sei sicura?»

   «A questo punto, sì.»

   «Quanto c’era nel portafoglio?»

   «50 euro.»

   «Sei stata onesta a restituirlo.»

   «Ho fatto quello che andava fatto.»

   «È vero, hai fatto bene. Comunque ora io ti suggerisco di parlare con questa donna. Chiedile come mai ti segue. Sicuramente c’è stata qualche incomprensione. Tu hai la coscienza a posto, non hai nulla da temere. Parlale, vedrai che c’è un errore.

   «Sì, può darsi che hai ragione. Grazie.»

Sono esausta.

Squilla ancora il mio cellulare. Rispondo e dico a chiunque stia ascoltando che voglio incontrarla per parlare. Do un appuntamento, ma dall’altra parte della cornetta nessuna reazione.

Riattacco pentendomi di aver preso questa iniziativa senza rifletterci abbastanza.

È ormai notte fonda e io ancora non riesco a dormire, allora esco e cammino sola e vuota per la città.

La città di notte ricorda un albero d’autunno quando anche l’ultima foglia è caduta, e Ungaretti è già morto.

 

L‘assistente fa l’appello e ci comunica che il professore è fuori per un caffè con un collega e ritarderà circa un’ora. Senza di lui non si può cominciare.

Brusio.

Il ritardo del professore mi crea un certo disagio, al nervosismo dell’attesa si aggiunge il pensiero dell’impegno che ho preso per le 15.

   «Paoloni!» sobbalzo e dico che sono presente. L’assistente del professore nemmeno mi guarda e continua a leggere la sua lista.

È una donna giovane e magra, vestita con sobrietà ma con una cinta che ne svela tutte le ambizioni.

Pronuncia i nostri cognomi con totale disinteresse.

Nell’attesa cerco anche di ignorare chi ripete a raffica tutto il programma con la compagna di studi. Vado quattro volte in bagno. Poi finalmente si comincia.

E si finisce.

L’ultimo esame è tolto.

Sono ancora le 14, ho proprio il tempo di mangiare qualcosa e le Scuderie mi sembrano il posto migliore anche per consumare il pranzo.

Sottofondo jazz, raffinata leggerezza.

Il bancone è immerso di colori e prelibatezze tra cui fatico a scegliere. Prendo anche da bere, ma per il caffè aspetto la mia misteriosa ospite. Se mai verrà.

Sulle pareti del locale è allestita un’esposizione fotografica di artisti esordienti. Quando sono con gli altri non ho mai modo di prestare attenzione agli arredi, ma oggi posso gustarmeli.

Mancano ancora quindici minuti all’appuntamento e già vedo arrivare la donna che mi aspettavo dovesse arrivare. Oggi a pensarci bene non ho ricevuto nessuno scherzo telefonico. Mi vede. Distoglie lo sguardo e per un attimo ho la sensazione che non sia qui per me. Ma poi di nuovo mi fissa con serietà e si avvicina. Si muove a scatti.

Tra le dita stringe una sigaretta.

Sembra molto nervosa. Ha degli occhi bellissimi, non li avevo notati quel giorno a casa sua. Intensi, verdi, vivaci, truccati pesantemente ma con abilità.

Mi scrutano e poi si voltano velocemente.

   «Buongiorno.», le dico impetuosa, lasciando da parte qualsiasi formalità o gentilezza. Ho voglia di risolvere questa storia il prima possibile e non intendo perdere tempo. Tanto meno lasciare nuovamente che mi manipoli a suo piacimento. Non avrei mai dovuto lasciarle il mio numero di cellulare. Ma non potevo prevedere tutto questo.

   «Buongiorno a te, grazie per avermi invitata.». risponde con un’insicurezza e una dolcezza inaspettate.

Inclina leggermente il capo verso la spalla destra, come se volesse accarezzarsi e farsi forza. Mi dà del tu. Io le darò del lei, voglio mantenere le distanze. Stiamo in silenzio finché la donna si sfila la giacca.

Ho la sensazione che stia tremando.

   «Non so il suo nome.», le dico per uscire dall’imbarazzo.

   «Luisa.», bisbiglia senza aggiungere altro.

Ancora silenzio.

Il silenzio e il tremore del vulcano prima dell’eruzione. Immagino l’incandescenza lavica nelle sue vene.

Siamo sedute e ci scambiamo sguardi. Interrogativi i miei, evidentemente incapaci di muta rassegnazione i suoi.

   «Perché continua a chiamarmi senza dire nulla? Cosa vuole da me?», interrompo immediatamente l’impeto delle mie domande quando vedo il suo viso diventare paonazzo.

Siedo sulla sedia impacciata ed impaurita. Sono pronta alla fuga. Mi rassicura l’idea di essere in mezzo a tanta gente, non può succedermi nulla.

Ecco intanto che arriva il cameriere sorridente con in mano il taccuino per le ordinazioni. Non mi sembra il caso di chiedere un caffè, sono già abbastanza nervosa. Non mi va nulla.

Con le dita tormento la chiusura della borsa. Luisa si china verso di me come se dovesse sussurrarmi un segreto, mi avvicino leggermente anche io. E anche il cameriere è qui con noi, ma lei sembra non averlo notato. Poi strisciando le lettere tra i denti, con tono di voce alto, troppo alto, fissandomi minacciosa, mi dice:

  «Devi lasciarmi in pace. Lascia in pace me e mio marito. So tutto di voi due.»
Sono certa che il cameriere ha sentito perfettamente. Finge di aver dimenticato qualcosa e si allontana a passo svelto e imbarazzato. Lo vedo da dietro le spalle della donna fissarmi incredulo dal bancone.

  «Mi scusi ma proprio non capisco che cosa intende. Deve esserci un malinteso, io ho solo trovato un portafoglio in treno, non l’ho neanche mai visto suo marito.»

Il suo tono mi infastidisce ma credo sia bene non risponderle aggressivamente, resterò sulla difensiva. Ma lei incalza:

  «Sei una falsa. Puttana. Egoista. Ma ti ho avvertita!»

Di scatto si alza, mi volta le spalle e afferra la sua giacca rossa. Non riesco a proferire parola. Neanche un sussulto. Ha ancora un bellissimo corpo nonostante abbia sicuramente superato i cinquanta. Le sue mani però iniziano a farsi nodose, e il volto stanco. Non ho compassione per lei. Mi sta perseguitando senza prove e senza diritto. Si allontana a passi svelti ma incerti. Inciampa ma non cade. Le caviglie vibrano sui tacchi alti rinunciando a qualunquesuperbia. Ho la sensazione di vederla correre sul cornicione di un palazzo. Vorrei fermarla, dirle di riflettere. Ma resto statuaria al mio posto.
Con lo sguardo cerco il cameriere che ha assistito alla scena, ma non è più lì. Una musichetta frivola mi penetra le orecchie squarciando delicatamente il timpano. Come lamine sottili le note mi feriscono il cervello. Ho bisogno di aria, ossigeno. Ma ancora non mi muovo. Ho paura di quella donna disperata. Vorrei denunciarla alla polizia, ma poi potrebbe emergere che ho tenuto io i soldi del borsellino. Quindi aspetterò.

 

Finalmente mi sono laureata. Sono dottoressa in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo. Centodieci, lode, bacio accademico e futuro incerto.
Torno a casa trascinando i passi travolta da mille pensieri di cui solo pochi veramente piacevoli.
Primo tra tutti, il trasferimento imminente. Il Comune di Rimini mi ha selezionata: per i prossimi tre mesi avrò uno stipendio garantito. Sulla data di inizio sono stati ferrei: lunedì di questa settimana, ossia tra quattro giorni. Sulla data di fine altrettanto ferrei: tre mesi e poi tutti a casa. Quindi teoricamente ancora prima di cominciare dovrei cercarmi un nuovo impiego. Cercherò di fermarmi a Rimini per almeno un anno, tornerò a vivere con altri studenti, ricomincerò tutto. Almeno però potrò andare via da questa città che ormai mi sta stretta, via da questo acciottolato di piazza Santo Stefano che fa male ai piedi e ai tacchi delle scarpe, da Luisa che ancora continua a telefonarmi.
Rivolgo un ultimo sguardo ai bar, alle gelaterie in cui ho passato ore e ore a chiacchierare di tutto, con tutti.

Addio anche al portone di casa con tutte queste scritte, col tacco sul gradino per impedire alle persone di sedersi, all’animo grasso di Bologna.

Infilo la chiave nella toppa.

Dentro casa le cose sono tutte al loro posto come e sempre mi accolgono con una freddezza da oggetti. Diego arriverà a momenti e mi aiuterà ad andarmene. Del resto ce lo siamo sempre detti che non ci saremmo mai ostacolati il futuro, le partenze fanno parte della vita.

In poche ore riusciamo a disporre con esattezza tre anni di vita in due valigie, per un totale di venticinque chilogrammi. Fumiamo uno affianco all’altra un’ultima sigaretta guardando i tetti rossi della città, incrociando lo sguardo con quello dei soliti piccioni sul davanzale.

Vado verso la stazione, a piedi, lentamente. Non ho voluto che Diego mi accompagnasse.
Questa volta il viaggio in treno mi scorre tra le dita e tra i pensieri in un baleno. Quando arrivo a destinazione però noto che qualcosa manca al mio appello: il cellulare. Devo averlo perso nel treno, deve essermi caduto sul sedile.
Per un istante indugio, ma poi.. tanto meglio. Si riparte da zero, liberi verso la vita.
Di nuovo svincolati da tutto e da tutti, e poi ci riaggiorniamo.

E i 314,16 euro? Non so, devo averli spesi qua e là nel tempo.

 

Immagine: Compartment C Car, 1938 by Edward Hopper.

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2 Commenti

  1. Francesca Rita Rombolà

    18 Settembre 2019 a 14:04

    Un racconto piacevole, divertente. Forse il finale avrebbe dovuto sorprendere e catturare di più il lettore.

    rispondere

  2. Daniele Aiolfi

    17 Settembre 2019 a 11:21

    Brava, Lauretta! Mi è piaciuta questa breve e intensa storia, colma di vita e di imprevisti. Esattamente come la vita. Sono un editore, e come tale, deformazione professionale, ho notato minuscoli errori, refusi, qualche punteggiatura doppia, nulla di grave. Nei hai altri, magari più lunghi? Io ho ho due case editrici, (non a pagamento!) se vuoi possiamo parlarne.
    Abbi una lieta giornata
    Daniele Aiolfi

    rispondere

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