La sentenza sull’aborto della Corte suprema americana ha riaperto una ferita profonda nella società americana

SE LA LIBERTÀ ABORTISCE

La sentenza sull’aborto della Corte suprema americana ha riaperto una ferita profonda nella società americana e ha confermato una divaricazione radicale nella società occidentale, destinate entrambi a perdurare. Non vi parlerò ancora della sentenza e nemmeno dell’allineamento drastico, militante del 99% dei media e del paese legale contro la sentenza che invece spacca in due il paese reale. Ma vorrei riflettere su una realtà che ci ostiniamo a non voler vedere, così minando alle basi la nostra democrazia e la stessa libertà e cittadinanza.

Gli States sono la casa del politically correct e di ogni altro suo derivato tossico. Ma sono anche la patria della militanza conservatrice e religiosa come non succede da nessun’altra parte d’Occidente. Oltre l’aborto, infatti, ieri la Corte ha riammesso la possibilità di pregare in classe e in campo, inginocchiandosi: era consentito in nome di Blacks Live Matter, ma non nel nome di Dio.

Sarebbero impensabili sentenze del genere in Italia, e in quasi tutta Europa. E impensabile sarebbe una forza politica cospicua pronta a dar battaglia sul piano parlamentare. Già due forze su tre nel centro-destra nostrano si sono defilate.

Ma al di là delle ipocrisie, la realtà torna a bussare alle coscienze civiche e politiche dell’occidente. La realtà è che ci sono due visioni della vita contrapposte in modo irriducibile e non possiamo continuare a pensare che solo una sia quella giusta, sacrosanta, umana, moderna, eco-compatibile e l’altra debba solo soccombere. Da una parte c’è quella che in queste ore sta montando furiosa in tutto l’Occidente contro la sentenza della corte, che insorge rabbiosa su tutti i temi sensibili che riguardano soprattutto i diritti civili e umani. E che considera barbara ogni scelta, opinione, pronunciamento in direzione opposta o anche solo diversa. E’ la parte liberal, radical, progressista, che pur sostenendo il relativismo dei valori, non ammette altri valori e altre scelte all’infuori delle proprie, ponendosi non come la parte ma come il tutto; l’Assoluto nel senso del Bene, del Giusto, del Vero.

Dall’altra parte c’è una larga opinione pubblica che non si riconosce in quello schema e in gradi diversi inclina per la visione opposta, ma tace o lo dice solo a mezza voce. E poi c’è una parte minore, a cui si unisce il Papa, che invece è netta e perentoria, soprattutto negli Usa, e propone la stessa intransigenza dei suoi avversari su valori che ritiene non negoziabili, assoluti. Come il diritto alla vita, la salvezza dei nascituri, il diritto di pregare anche nei luoghi pubblici. Sono quelli dell’aborto come omicidio, per dirla con Bergoglio.

Come forse sapete, chi scrive propende per questa visione, senza nasconderlo, e ritiene effettivamente che quei principi siano fondamentali. Ma se la società è spaccata in due su questi temi non si può pensare di eliminare il nemico, tra prova muscolare e criminalizzazione. Pur ribadendo i propri principi si deve vedere se sono possibili intese di alto profilo, senza sotterfugi e ipocrisie, tra due visioni così radicalmente antagoniste.

Non si può pretendere che il fronte dell’aborto si converta o sia sconfitto ed eliminato. I suoi punti di forza sono il diritto delle donne a decidere della loro maternità e la convinzione che il feto non sia ancora una persona con i suoi diritti. I punti di forza dell’altro versante sono invece il diritto alla vita e la convinzione che una vita si formi al suo concepimento: il feto è già una persona e una promessa reale di vita. Gli abortisti dicono: se tu non vuoi abortire sei libera di non farlo ma lascia alle altre il diritto di farlo. Ma se l’aborto è per te un omicidio, non puoi dire: Uccidi? fatti tuoi, io sono libero di non farlo…

Non si può pretendere che uno o l’altro si rassegni ad accettare le ragioni opposte ma si può tentare di stabilire una zona di frontiera. Del tipo: ferme restando le due opposte convinzioni, e il legittimo intendimento di affermarle, si può concordare sul fatto che abortire è comunque una tragedia e perciò è lecito e doveroso aiutare a non farlo. Non boicottare chi abortisce, ma in positivo, aiutare chi recede dal suo proposito.

Non si tratta di relativizzare i propri principi e diritti elementari ma di capire che la loro traduzione nella realtà comporta di fare i conti con la reale umanità. E’ inutile negarlo, ci sono due modi di vedere la realtà e per vivere abbiamo due soluzioni: o accettare l’alternanza di leggi pro e contro l’aborto, a seconda di chi vince le elezioni, senza recriminare; o tentare un punto di mediazione pur restando ciascuno nelle proprie convinzioni. Questo vuol dire libertà e reciproco rispetto. Detto in termini filosofici: non si tratta di ridurre la verità a punto di vista ma di riconoscere sì la verità sopra di noi, però ritenere che nessuno detenga il monopolio assoluto della sua traduzione.

Invece si è scatenata una campagna feroce in cui i giudici, i movimenti pro life, i conservatori sono stati ridotti a mostri. In particolare vergognosa la campagna contro il giudice nero Clarence Thomas (ma guarda, la sinistra legalitaria che si schiera contro la legge e contro il magistrato nero). Si è cercato, come sempre fa la sinistra, non di confutare la “sua” sentenza ma di discreditare e diffamare il magistrato, insinuando che tutta la sua battaglia non abbia nulla di legale né di ideale ma risponda a un rancore personale contro i progressisti e a un proposito di vendetta a lungo covato. La smerdizzazione dell’avversario, la riduzione a carogna… Ma la soluzione non è rovesciare lo schema e riproporlo uguale dall’altra parte. Il problema di fondo resta e tocca tutti: dobbiamo imparare a convivere con la differenza di visioni della vita, senza mostrificare l’avversario. Perché se non accettiamo di convivere con questa realtà divisa, la soluzione più coerente è la guerra civile, l’ordalia. E non mi sembra il caso…

 

 

 

Fonte: La Verità (29 giugno 2022)

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